Spalletti, i media e il parallelo Roma-Inter

Il nostro Max ci presenta Spalletti da una prospettiva diversa, analizzando il suo rapporto con i media e la società negli ultimi anni con la Roma. Descrivendoci un percorso che sembra poi non essere così distante da quello che sta facendo oggi. Max ha scritto l’articolo la settimana scorsa, eppure già qualcosa di quanto ha descritto si è visto in quella appena trascorsa…

Luciano Spalletti, 58 anni, 22 di carriera, pochi trofei vinti, una consacrazione definitiva finora mai arrivata e la prima vera grande occasione in una grande squadra dopo gli anni passati alla Roma inframmezzati dall’esperienza in Russia.

Al tecnico di Certaldo manca una vittoria importante in carriera, e questa offertagli dall’Inter potrebbe essere l’ultima grande occasione di allenare a certi livelli, perché se dovesse fallire difficilmente gli ricapiteranno altre chance così importanti. Ed è per questo che vuole giocarsela al meglio e non lasciare nulla al caso.

Per capire il tecnico Spalletti in campo, è necessario capire anche un altro punto, fondamentale, del suo carattere: un aspetto che i tifosi interisti stanno conoscendo in questi giorni.

Analizzeremo in breve, cioè, lo Spalletti mediatico e il suo rapporto con la stampa, leggendo alcune sue dichiarazioni che lo stesso tecnico ha rilasciato nell’ultima esperienza sulle sponde del Tevere, e ci serviranno per fare una valutazione a posteriori del suo operato, ma soprattutto per cercare di non ripetere gli stessi errori e per capire il perché di molte sue parole che ha già pronunciato in queste prime settimane.

Per cominciare dobbiamo iniziare proprio dal primo articolo dell’anno pubblicato qui su ilmalpensante.com, quello in cui veniva presentata la Roma dello scorso campionato e dalla prima dichiarazione che veniva citata:

Perché il tecnico toscano era tornato per concludere un percorso iniziato 11 anni prima. Era tornato per (ri)portare al successo la Roma. Era tornato però con un grosso punto interrogativo sulle sue capacità: “Ha finalmente fatto quel salto di qualità di cui la Roma ha assolutamente bisogno?

Un salto di qualità di cui però aveva bisogno tutto l’ambiente Roma, così come lui stesso disse già in precedenza:

Aggiungendo la sua intenzione, cioè che avrebbe lavorato per far crescere ambiente e squadra insieme:

Nella stagione in cui è subentrato a Garcia aveva ottenuto risultati persino oltre le aspettative vista la situazione in cui si era ritrovato.

La squadra dopo le prime due partite (Verona e Juventus) aveva infilato un filotto di risultati che l’aveva portata ad un terzo posto che al momento del suo arrivo sembrava irraggiungibile, e che lo stesso tecnico ha più volte ricordato durante la scorsa stagione parlando del suo recupero sull’Inter.

Ma non aveva fatto bene solo in campionato.

Anche se la sua esperienza europea in Champions League si inceppò subito ai piedi del Real di Zidane: la necessità di un cambiamento di mentalità nell’ambiente Roma si evinceva soprattutto dalle sue parole nel post partita che costò l’eliminazione ai giallorossi. Dopo lo 0-2 di Roma, la squadra capitolina aveva fatto una discreta figura al Bernabeu (con una partita che avrebbe dato indicazioni importanti anche per il prosieguo del campionato come vedremo in un secondo articolo sullo Spalletti romanista), mancando più volte l’occasione per segnare il gol del vantaggio per riaprire una qualificazione che dopo l’andata sembrava compromessa. A fine partita il tecnico, intervistato in tv, non le mandò a dire e usò i media a proprio uso e consumo per esporre la squadra a quella necessità di crescere mentalmente:

Queste parole davano il senso dell’obiettivo che aveva in mente di perseguire.

E lo davano dopo il confronto con una squadra che, per quanto potesse sembrare in crisi (sia Zidane che Spalletti furono ufficializzati ad una settimana di distanza al posto di Benitez e Garcia), era pur sempre il Real Madrid di Cristiano Ronaldo e Modric, di Sergio Ramos e Kroos, di Marcelo e Benzema. Anche se in quel momento nessuno avrebbe mai immaginato che il tecnico franco-algerino sarebbe riuscito ad ottenere i risultati che poi ha ottenuto, nessuno avrebbe potuto realmente ipotizzare i giallorossi vincenti contro di loro, nonostante la quadratura del Real dovesse ancora arrivare.

La Roma doveva tornare a vincere, o quantomeno a lottare realmente per vincere, senza accontentarsi dei risultati parziali o essere soddisfatti per qualche bella prestazione fine a se stessa. È per questo che lo stesso Spalletti pretendeva delle garanzie che non sempre gli sono state date, non venendo mai accontentato completamente durante le sessioni di mercato che lo hanno visto spesso lanciare messaggi molto chiari alla società, ma che la società stessa non sempre ha raccolto.

Come questo per esempio:

Un uomo a lungo inseguito ma che era rimasto sempre nei sogni del tecnico toscano e neanche sostituito da qualche altro giocatore di suo gradimento vista la difficoltà di muoversi su calciatori di un certo livello. La poca disponibilità economica da parte della società, i cui conti non permettevano voli pindarici, erano però dovuti ad una scelta gestionale che rimandava sempre agli anni successivi certi costi. Ed a questo si aggiungevano alcune scelte di mercato inopportune, vedi Gerson o il portiere Alisson quando in rosa c’era Szczesny acquistati l’anno precedente ed arrivati la scorsa estate, viste le esigenze primarie di una rosa incompleta. A questa situazione si era aggiunta l’eliminazione nel preliminare contro il Porto che ha dato il colpo di grazia ai conti della società.

Una società che di lì a poco avrebbe perso l’uomo che da quando era arrivata la proprietà americana aveva fatto il bello e il cattivo tempo, ma che in quell’ultima sessione di mercato era stato limitato rispetto al passato, tanto da fargli dire queste parole il giorno del suo addio alla società giallorossa:

Ma Spalletti non si era limitato al consiglio estivo, anche durante la sessione invernale, con la Roma in gioco ancora su tre fronti, fece un altro nome ben preciso oltre a dare l’indicazione generale del ruolo:


Questa indicazione di mercato giungeva pochi giorni dopo un appello che fece a mezzo stampa alla società. Più che una previsione era un grido di allarme che però rimase inascoltato:

Queste parole sono quelle di chi aveva ben chiaro quali sarebbero potuti essere i limiti di una rosa corta, senza alternative vere in alcuni ruoli e considerando le competizioni da affrontare. Ma nonostante tutto, questi appelli non sono serviti a far fare un ulteriore sforzo alla società.

Come non sono servite le parole dette nel chiuso degli uffici e poi espresse pubblicamente solo a fine stagione:

Perché oltre alla sfortuna per l’infortunio di Rudiger a giugno (che in realtà lo costrinse a rimandare di un anno il suo passaggio al Chelsea obbligando i giallorossi alla cessione di Pjanic alla Juve: la Roma aveva deciso di non rinnovare al calciatore, che si accordò con la Juventus) e i ritardi dei vari nazionali reduci dagli europei, bisogna considerare il problema nella gestione dei tempi per il mercato.

Perché se è vero che è meglio comprare bene che comprare subito, sarebbe ancora meglio evitare di portare le cose troppo per le lunghe e permettere al tecnico di lavorare bene con la rosa a disposizione il maggior tempo possibile per poi rifinirla al momento opportuno.

I tre acquisti più decisivi (Fazio, Vermaelen e Bruno Peres) furono fatti ad agosto, al punto che lo stesso Spalletti definì, a posteriori, praticamente inutile il ritiro a Pinzolo. Oltre a Manolas il solo Juan Jesus era arrivato il 14 luglio, comunque sia a ritiro già iniziato, mentre per gli altri obiettivi di mercato il tecnico dovette aspettare:

Le conseguenze di questo problema di programmazione nel mercato le ha subite lo stesso Spalletti in occasione del preliminare contro il Porto disputato il 17 e il 23 di agosto.

Questo stralcio è stato scritto su queste pagine:

Chi dice che il mercato finisce il 31 agosto e che bisogna aspettare quella data per giudicarlo fa una semplificazione estrema di un lavoro molto più complicato.

Perché se il 31 agosto finisce il calciomercato, in quella data invece il campionato sarà già iniziato da due giornate, mentre tutto il lavoro di preparazione tattica che come abbiamo visto il tecnico di Certaldo pretende di poter fare durante la preparazione con una rosa (quasi) al completo, non potrà essere svolta nei tempi dovuti se i rinforzi richiesti non arriveranno per tempo.

Non essendo una squadra già formata in cui bisogna solo innestare alcuni elementi, ed essendo Spalletti un tecnico che lavora molto da un punto di vista tattico, sarebbe stato molto importante se avesse potuto iniziare a lavorare già da Brunico su un impianto di squadra più definito. Anche perché evitare che alcune frizioni possano diventare problemi nel corso della stagione, facendolo lavorare con il massimo della tranquillità, permetterebbe a Spalletti di lavorare al meglio e farlo partire con il piede giusto già dall’inizio del campionato.

E sarebbe fondamentale farlo per evitare che l’ambiente metta in discussione l’ennesimo tecnico in un loop già visto e rivisto.

A differenza di un anno fa non c’è un impegno così importante già in pieno agosto, e ci sarà la possibilità di lavorare meglio in mezzo alla settimana, ma sarebbe sbagliato non pensare che iniziare bene il campionato non possa influire sull’esito della stagione, ancor di più in una società che proviene da anni di risultati e gestioni a dir poco imbarazzanti.

Durante il campionato, a sessioni di mercato chiuse o a cessioni ormai avvenute, invece non aveva fatto mancare il sostegno alla sua rosa:

Anche se quelle sue affermazioni contrastavano poi con il suo reale pensiero e con l’utilizzo che avrebbe poi fatto di determinati giocatori (come vedremo nel secondo articolo di approfondimento), che sarebbe potuto essere diverso e che forse gli avrebbe permesso di giocarsi meglio le sue chance di vittoria.

Ma la sua era una richiesta chiara: voleva giocatori pronti per poter provare a vincere ed essere realmente competitivi. E per arrivare a questo non voleva giovani da costruire, ci volevano giocatori esperti perché non si può chiedere ai giovani di essere determinanti:

Che sappia migliorare tatticamente i propri giocatori è una capacità certa, ma ciò non vuol dire che preferisca giocatori giovani da migliorare visto che l’obiettivo, il suo obiettivo, è avere dei risultati subito. E questo lo ha definito lui stesso già adesso come lo aveva detto, e ripetuto, anche un anno fa:

Per questo preferisce una rosa ben più definita e possibilmente con giocatori esperti del campionato italiano, soprattutto se non sono campioni già affermati, su cui poter concentrare il proprio lavoro. A questi poi è possibile aggiungere qualche giocatore da plasmare (come Emerson Palmieri), ma in genere non ama scommettere su un nome esotico o un ragazzino di talento ma alle prime armi: giocatori che però sono anche le scommesse che piacciono molto, forse troppo, a Sabatini.

La scelta di puntare al secondo posto, vero obiettivo della società e (forse) finestra aperta alla champions per sé stesso nel caso avesse deciso di restare, alla fine è risultata “vincente”.

Ma per un allenatore che era partito per arrivare primo e che dalla vittoria era ossessionato come detto da un suo giocatore:

Dover abbandonare il sogno di poter riportare lo scudetto a Roma già ai primi di marzo:

e successivamente dover rimodulare i propri obiettivi a dei traguardi che non portano trofei viste le eliminazioni nelle coppe:

Per poi nella stessa conferenza stampa mettere ancora di più le mani avanti per difendere comunque il proprio lavoro:

Non può far definire molto positiva la stagione giallorossa nonostante il risultato in campionato con record di punti annesso.

Perché una stagione che non ha portato a giocarsi realmente nessun trofeo, nonostante ce ne sarebbe stata la possibilità viste le squadre da cui la Roma è stata eliminata sia in Coppa Italia che in Europa League, e precedentemente nel preliminare di Champions League, non può essere considerata pienamente positiva.

Ed è per questo che al termine di questo breve ciclo la sensazione è quella più di un’occasione mancata. Il tecnico ha dato tutto quello che aveva, confermando però alcuni limiti di tenuta mentale e di gestione dei giocatori che si portava dietro dal suo passato ma che si sarebbero potuti superare con l’aiuto della società. Una dirigenza presente che l’avesse appoggiato completamente dal punto di vista tecnico, accontentandolo sul mercato (sempre nei limiti del possibile), e protetto (o contenuto) dal punto di vista gestionale in tutto quello che riguardava l’extracampo avrebbe fermato sul nascere, o almeno limitato molto, i problemi sorti durante la stagione.

I rapporti con i media, le infinite domande e le risposte per ciò che riguardava il suo rinnovo del contratto mai arrivato, il rapporto con il giocatore simbolo della storia della Roma, lo hanno fatto entrare in un vortice dal quale non è mai saputo uscire e che probabilmente ha destabilizzato la tranquillità della squadra stessa ma soprattutto la sua. A Roma nessuno, o almeno il 99,99% dei tifosi e degli addetti ai lavori, ha messo in discussione lo Spalletti tecnico. I problemi nati riguardavano tutto ciò che era fuori dal campo. Ma proprio questi problemi hanno avuto la meglio sulla scelta del tecnico di andare via dalla Capitale.

Questa esperienza, che ha molti punti in comune con quanto si ritrova ora all’Inter (proprietà straniera, società non ben strutturata e un dirigente, il più importante, in comune… e mercato in ritardo) ha sicuramente migliorato il tecnico, facendogli riconoscere in anticipo i problemi che si potranno presentare, e che in effetti si stanno già presentando, e proprio per questo sarà bene seguirlo e non lasciarlo solo, perché c’è il rischio di un avvelenamento dell’ambiente che non può portare a risultati positivi.

Andare allo scontro con i giornalisti già dal ritiro va bene se sei Mourinho, un po’ meno se sei Spalletti e se la società non ti supporta e non ti protegge:

Oppure:

Soprattutto non va bene perché l’intenzione è quella di costruire una squadra che deve portare risultati ma non deve puntare per forza a vincere subito. Ma in un ambiente avvelenato sarà difficile restare a lungo se per descrivere se stessi si dicono queste parole:

Perché se lui si lamentava “dell’ambiente romano”, che è certamente complicato e dal tasso di produzione endogena di nervosismo, ma scoprirà che “l’ambiente milanese”, soprattutto se indossi le strisce verticali nere e  azzurre, è molto più difficile.

E sarebbe un peccato, considerato il valore del tecnico, non un top ma un ottimo allenatore, rischiare di rovinare l’ennesima stagione per qualcosa che non riguarda i 90 minuti dentro il rettangolo di gioco.

A meno di non riprodurre i risultati degli ultimi due anni che, visti gli ultimi anni di magra, sarebbe già un successo.

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