L’Inter e il suo 7° anno zero: è la volta buona?

Ci sono momenti in cui certe scelte si fanno con coraggio, talvolta anche contro l’apparente logica delle cose, perché è necessario imprimere un cambio di direzione sostanziale per il proprio futuro, a breve, medio e lungo termine. Succede a tutti, e sappiamo quanto sia difficile fare scelte radicali che rischiano di lanciarci in una terra nuova, sconosciuta, da affrontare diversamente da come abbiamo vissuto fino al giorno prima.

Difficile farlo, ma cedere alla tentazione di… decidere di non decidere è decisamente peggio.

C’è un momento, nella recente storia dell’Inter, in cui era necessario prendere una decisione importante sul futuro immediato dell’Inter, programmando in quel momento i prossimi anni, ed è il periodo che intercorre tra il Triplete centrato a Madrid e l’ufficializzazione di Rafa Benitez come allenatore, anche se l’allenatore spagnolo, con ogni probabilità, era già stato scelto nelle settimane precedenti.

Scelte difficili, dicevamo, ma necessarie, proprio in ragione di quella vittoria.

In quel periodo arrivavano da ogni dove racconti e aneddoti sul rapporto Mourinho-Moratti, sui perché della fuga del portoghese e sulle strategie del Presidente (con Moratti, quale che sia, la “P” è sempre maiuscola). Tra le tante, una voleva che Mourinho fosse consapevole del fatto che l’Inter non avrebbe più potuto investire come fatto nel passato, anche recente, benché l’estate precedente era stata, di fatto, finanziata con la cessione di Ibrahimovic e la mostruosa plusvalenza che consentì di dare una discreta assestata ai conti ma non a riportarli in ordine. Badate bene, il vero colpo del secolo è quello: cedere Ibra e ottenere Eto’o e conguaglio.

Chi ci ha seguito nelle puntate precedenti riguardanti il bilancio, sa che la plusvalenza è un evento eccezionale che porta benefici soltanto per l’anno contabile (quello delle società va dal 01/07 al 30/06 dell’anno successivo) in cui si verifica. Questo per l’Inter ha significato che già dall’anno successivo tutto tornava come l’anno precedente, anzi peggio, perché il monte ingaggi era aumentato: dal punto di vista della gestione aziendale era tutto un disastro. Berlusconi aveva già lanciato l’allarme e, soprattutto, mostrato che era necessario invertire la tendenza, cedendo Kakà nel 2009. Ed è proprio del 2009 uno dei primi interventi di Platini sui debiti delle squadre (citò proprio l’Inter come squadra ultra-indebitata), che è stato uno dei passaggi verso il Fair Play Finanziario come lo conosciamo oggi… che, sempre a detta dell’ex presidente francese, era stato persino richiesto espressamente da presidenti come Moratti, Berlusconi e Abramovic.

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Insomma, quello era un anno particolare in cui sarebbe stato necessario fare una scelta radicale, forse impopolare, ma che il tifo interista avrebbe probabilmente accettato se esposto con chiarezza:cedere buona parte degli eroi del Triplete e dare il via ad una società sana, che potesse auto-sostenersi… anche se certa chiarezza pretesa va contro gli interessi del club: al primo accenno pubblico di “svendita”, tutti i valori dei calciatori si sarebbero abbassati di botto.

Mourinho, sempre secondo quella voce, forse avrebbe sposato il progetto, purché con un mercato importante, mentre l’Inter non aveva opzioni: o provare a ripetere i successi e rimandare all’anno successivo, oppure cominciare sin da subito con una sorta di “anno zero”.

Ci si lanciò, purtroppo, in un limbo di sentimentalismo spinto all’estremo, dominato dalla gratitudine umana e sportiva verso calciatori che hanno portato quella Inter e il popolo nerazzurro verso la leggenda.

Facile dirlo a posteriori, anche se c’era chi già in quel periodo ammoniva che di fronte, dopo un paio di curve, c’era un muro e si era su un treno in corsa, bastava guardare gli stipendi: tra calciatori e tecnici si arrivava a oltre 170 milioni di euro, che diventavano quasi 230 aggiungendo i premi (oltre 50 milioni per i successi sportivi) e gli oneri sociali, con un bilancio in perdita nonostante Ibrahimovic e tutti i proventi extra dovuti alle vittorie stagionali.

Sappiamo tutti come finì quella stagione, cominciata male con un mercato fatto dei soli Coutinho, Biabiany e Castellazzi che non riescono a bilanciare le partenze di Balotelli e Quaresma, non tanto per il valore dei singoli, bensì per la mancanza di alternative soprattutto a metà campo; poi Benitez che saluta tutti, mentre Moratti prova a rintuzzare con Leonardo, regalandogli Nagatomo, Kharja, Ranocchia e Pazzini. Mossa sbagliata, perché tutti gli indicatori erano pessimi e il beneficio congiunturale del 2009-2010 era letteralmente svanito.

Quella squadra che l’anno prima aveva un inestimabile valore intrinseco (quanto avrebbe pagato per Diego Milito o Maicon?), l’anno successivo valeva molto meno, se è vero che il più vendibile e appetibile dei campioni rimasti, Samuel Eto’o, fu ceduto per meno di 30 milioni (bonus inclusi), generando sì una plusvalenza, ma a cifra decisamente più bassa dell’atteso (quell’anno il Chelsea acquistò Mata per una cifra simile), vuoi anche per l’ingaggio monstre riconosciuto.

Cosa è stato spesso “rimproverato” a Moratti? Un eccesso di sentimentalismo, di gestione troppo “familiare” di una società di questa portata. Non è, quindi, paradossale riflettere sul fatto che quel sentimentalismo, quella gestione familiare, portati ben oltre ogni misura accettabile, ha avuto un peso enorme negli anni a seguire. Moratti e il morattismo mettono la parola “fine” proprio per quel “decidere di non decidere” nel periodo più giusto per farlo… più doloroso, certo, ma più giusto.

Gli anni zero

La cessione di Eto’o chiarì i piani dell’Inter: con un anno di ritardo, c’è bisogno di rifondare. Strategia non efficace, perché sono rimasti in rosa giocatori dai contratti pesanti e diventati, da un anno all’altro, in sostanza invendibili. Occasione sfumata.

Quello doveva essere l’anno zero dell’Inter, quello della rifondazione, dei bilanci a posto per il fair play finanziario, dell’addio al morattismo come lo avevamo conosciuto, con i suoi pregi e difetti, con gli acquisti reboanti e flop, con sogni sparsi ad ogni estate e una costruzione societaria non sempre all’altezza di una società moderna.

È l’anno di grazia 2011-12 e ci sono troppe cose che non quadrano per compiere il passo giusto. Allenatore sbagliato, clamorosamente, e non perché Gasperini non sia bravo, ma semplicemente perché la sua dimensione non è quella dell’Inter e perché quella stagione è figlia della precedente, nel bel mezzo del guado dal nulla verso il nulla.

Via Eto’o in estate, via Motta in inverno, dentro giocatori low-cost, grandi speranze mal riposte: da Alvarez a Forlan, da Poli a Zarate, da Jonathan a Caistagnos… no, dico, giusto per ricordare che mercati si facevano fino a qualche anno fa in ambito di ristrettezza: roba che quello di oggi, visto in prospettiva, è puro lusso.

In campionato via Gasperini, dentro Ranieri e poi Stramaccioni, che resta anche l’anno successivo, 2012-13, e sembra essere, agli occhi di molti, un buon punto di inizio: se anno zero deve essere, che sia con un allenatore giovane. E sembra esserci la voglia di qualche colpo di coda, con Moratti ispirato da chissà che, forse da Stramaccioni, forse solo dalla nostalgia.

Ma ci sono troppi “oldies” per ripartire davvero, nonostante ci sia qualche giovane capace di fare sognare e al tempo stesso sul quale costruire: non c’è mai stata chance di vedere insieme Kovacic e Coutinho (il secondo venduto il 30, l’altro acquistato il 31 di gennaio), e vengono affastellati errori su errori, da Cassano (uno dei peggiori errori della storia nerazzurra) a Pereira, da Silvestre a Mudingayi a Gargano, fino in fondo. In inverno, però, gli errori più clamorosi per consentire a Cassano di giocare: detto già di Coutinho, via anche Sneijder e, nonostante i problemi fisici degli attaccanti, via anche Livaja che si stava dimostrando affidabile.

In questi giorni leggo sui social che questa sarebbe la campagna acquisti peggiore della storia nerazzurra, leggo di gente indignata, di insulti alla società, a Zhang, a Sabatini e chi più ne ha più ne metta. Per carità, nessuno vuol togliere niente a nessuno, ma quando parliamo di “cose peggiori” è sempre bene tenere in mente un paio di formazioni schierate quell’anno dal povero Stramaccioni, tramortito dalla serie arbitrale più scandalosa di sempre (post purga “da spensieratezza tattica” alla Juventus in casa propria) e da uno smantellamento rapido, improvviso, inatteso, che preludeva chiaramente alla cessione.

Parliamo di cose brutte eh, ma brutte brutte:

5 Maggio 2013, Napoli-Inter:
Handanovic, Chivu, Ranocchia, Juan Jesus, Jonathan, Pereira, Benassi, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez e subentravano Schelotto, Pasa e Cambiasso.

12 Maggio 2013, Genoa-Inter:
Handanovic, Ranocchia, Cambiasso, Pasa, Schelotto, Nagatomo, Kuzmanovic, Kovacic, Guarin, Alvarez, Rocchi e subentravano Cassano, Benassi e Spendlhofer.

19 Maggio 2013, Inter-Udinese:
Handanovic, Juan Jesus, Cambiasso, Pasa, Nagatomo, Pereira, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez, Rocchi e Subentravano Palacio, Schelotto e Benassi.

Faccio fatica a ricordare formazioni più brutte, dove il meglio talvolta veniva dalla panchina e magari era mezzo infortunato, dove… sì, non avete letto male, ma contro il Napoli le due punte erano Guarin e Alvarez, e contro il Genoa in difesa si era a 3 con Cambiasso e Pasa, oltre uno tra Juan Jesus e Ranocchia. E, sì, quasi quasi si è rimpianto duo Guarin-Alvarez vedendo Rocchi non a fine carriera ma a carriera finita.

Da lì in poi la transizione verso Thohir, ratificata ufficialmente dall’assemblea dei soci a novembre 2013, stagione 2013-14, in piena epoca Mazzarri, con qualche giovane che sembrava giusto per cominciare un anno zero come si deve, come Icardi e Belfodil, Laxalt e la speranza Botta. Niente anche lì, mercati sbagliati, fatta eccezione per Icardi.

Il primo vero grande errore della gestione Thohir, stagione 2014-15, fu la riconferma di Walter Mazzarri, che aveva già mostrato enormi limiti, sotto molti punti di vista, ma soprattutto con i giovani e in particolar modo prima con Icardi e poi con Kovacic, messo tra l’altro alla gogna in pubblica piazza, usato come scusante buona per ogni sconfitta, un vero capro espiatorio da esporre al ludibrio sulla pubblica piazza (letteralmente), sballottolato per il campo in almeno 6 ruoli diversi a meno di 20 anni chiedendogli di vestire i panni del fuoriclasse affermato di 30. Confermato nonostante un ritorno da suicidio puro con sole 7 vittorie, 7 pareggi e 5 sconfitte con 1,47 punti per partita.

Altro allenatore “unfit” per l’ambiente Inter, eppure si è insistito con accanimento terapeutico. Campagna acquisti, quindi, fatta a immagine e somiglianza dell’allenatore dalle mille scuse: Dodò (in assoluto il meno peggio), M’Vila, Osvaldo, Medel e Vidic i “colpi” del mercato. Chiaramente anno di transizione, nonostante i grandi (e lunghi) addii di Cambiasso, Milito, Samuel e col ritiro di Zanetti, ma anche il tentativo di cessione di Alvarez (poi andato a buon fine). Anche quello un anno buono da cui ripartire, e invece nulla, si nasceva con un errore di fondo che comprometteva tutto.

Poi l’arrivo di Mancini, la grande scommessa che metteva d’accordo buona parte del tifo interista: a gennaio dentro Podolski, Shaqiri, Santon e Brozovic. Non proprio il massimo, a posteriori, ma le feste e i caroselli dei tifosi per Podolski e Shaqiri sono ancora lì ad ammonirci sui presunti “colpi di mercato”.

Poi un mercato estivo 2015-16 da moltissimi evidenziato come uno dei migliori (fioccavano gli “8” in pagella), e che accanto agli innesti interessanti di Perisic, Murillo, Miranda, Ljajic e Telles, altri colpi ne minavano la credibilità, benché in quel momento non sembravano criticabili in assoluto: Melo e Kondogbia su tutti, ma anche Jovetic era più che una scommessa.

Anche se con qualcuno si è dovuto penare per farli arrivare a certi risultati, riproponiamo il titolo di questo articolo di Marco Gentile anche per ricordare quanti tifosi, fino a qualche mese fa, insultavano Perisic (ce ne sono molti anche oggi in attesa della prima partita sbagliata):

 

Un’Inter che per larghi tratti riesce a rimanere in vetta alla classifica (sarà prima per un totale di 8 giornate), nonostante un calcio di una povertà imbarazzante, per quanto poco ci piaccia dirlo, che portò a realizzare la miseria di 50 gol in stagione. Quell’Inter ha avuto, però, la giornata giusta per cambiare le sorti non solo di quel campionato, ma probabilmente anche di quelli a venire: la classifica diceva Inter seconda a 16 punti e Fiorentina prima a 18, con la Juventus ferma a 8 e una grave crisi da tutti i punti di vista, con Allegri scontento in panchina (per tutta l’estate si è favoleggiato di Isco, Draxler, Gotze, Oscar e Mkhitaryan, per poi ritrovarsi con Hernanes in squadra. A inizio ottobre c’era pure chi parlava di Allegri a rischio panchina:

Era il momento di buttarla giù dalla torre, spedirla nell’inferno di 11 punti di differenza e una crisi tecnico/tattica tale da mettere in confusione chiunque. Invece Mancini fa l’errore di andare col braccino, decidendo di giocarla un po’ alla Mazzarri, con un modulo ibrido tra 4-2-3-1 e 4-3-3, consentendo così all’ambiente bianconero di ritrovare compattezza perduta, fiducia e convinzione: da quel momento in poi solo 2 sconfitte e 1 pareggio.

Sliding door anche quella, ed è un peccato: perché avrebbe dato un uppercut quasi definitivo ad una squadra fortissima che doveva solo trovare convinzione e continuità, ma soprattutto perché è sembrato chiaro che all’Inter mancasse qualcosa, che poi si è rivelato una vera e propria malattia. Dopo 6 vittorie, di cui 4 di fila, e una sconfitta, l’Inter schianta contro la Lazio anche grazie alla giornata di follia di Felipe Melo… chiunque lo acquista sa che non si tratta di “se” ma semplicemente di “quando”.

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Il mercato invernale 2016 vede l’uscita di Guarin e Dodò, l’ennesimo tentativo di cedere Ranocchia, ma soprattutto uno degli acquisti più superflui della storia del calcio: l’Inter acquista Eder, mentre a metà campo si resta con la compagnia dell’anello ignorante. Una delle cose peggiori che abbia mai visto in un campo di calcio è il terzetto Melo-Medel-Kondogbia. Che talvolta ti può andare bene anche se schieri una formazione oscena (vedi contro il Torino, Handanovic, Miranda, Murillo, Juan Jesus, D’Ambrosio, Melo, Medel, Kondogbia, Nagatomo, Palacio, Icardi), talaltra ti succede di schiantare contro un muro, come contro la Juventus nel febbraio 2016, una di quelle partite chiarificatrici del concetto di squadra, di qualità, di distanze e di tanti concetti abusati: come quello del “centrocampo muscolare”, dei recuperatori di palloni, delle dighe. Come quella diga talmente diga che in uno dei match più importanti dell’anno (per il campionato, non per l’Inter), schierata nella sua fulgida interezza, riesce a raccattare la miseria di soli 6 palloni rubati all’avversario, perdendone nel frattempo 11 e un solo passaggio chiave.

Una grafica della Gazzetta dello Sport di quel gennaio, però, raccontava molto più di mille parole:

Altri due anno zero

Dopo tanti errori, l’anno scorso poteva e doveva essere davvero quello giusto. Ma alcuni passaggi sono stati o lenti o mancanti, come un passaggio di proprietà troppo dilazionato nel tempo, così come il mancato azzeramento di molte situazioni radicate.

Dal punto di vista della squadra, però, gli errori più gravi sono stati due.

Il primo, avere confermato Mancini. Chiaro che qui gli innamorati del Mancio e i suoi sostenitori più accaniti storceranno il naso (“ma con lui siamo arrivati al quarto posto!”) dimenticando per il “come”, che è molto più importante. Senza un gioco, senza un’idea di squadra, con un concetto di formazione lontano anni luce da quello che può e deve essere una squadra moderna, ma soprattutto dimenticando lo stillicidio di esasperazione e sofferenza nelle ultime 22 partite (da Lazio in poi) che sono valse 31 punti, 9 sole vittorie e 9 sconfitte, con una media di 1,4 a partita.

Il secondo è avere scelto De Boer, nel metodo e nel merito. Con l’errore 2.1: avere fatto una campagna acquisti scollegata da tutto. Vada per Joao Mario (che a mio avviso, come sapete, ha potenzialità enormi), ma non per Gabriel Barbosa.

Tutti questi anni non sono accomunati da mercati sbagliati e da idee poche e per di più confuse: quello che sembrava mancare era l’idea di un progetto tecnico, una prospettiva di squadra, qualcosa che valesse la pena essere davvero vista anche da occhi terzi e non tifosi.

E questo?

Quello che invece sembra avere questa squadra.

Quando ancora mancava poco più di un mese, alcune parole di Spalletti e le amichevoli, soprattutto nella International Champions Cup, avevano mostrato qualcosa al di là della nebbia: l’idea di un gioco. Qualcosa che era prepotentemente mancata post Triplete, se non per 2-3 occasioni subito rese monche e cieche e zoppe dalle contingenze.

Modo di giocare, palla a terra, idee chiare, personalità e identità, ma anche sfoltimento e il mantenimento di una rosa discretamente giovane, forse uno dei punti più sottovalutati in questo mercato.

Borja Valero è stata una eccezione, ma benvenuta, perché a metà campo serve comunque gente anche con una certa esperienza e personalità. Probabilmente i tifosi si aspettavano qualcosa di diverso, i famigerati Nainggolan e Vidal, ma la sapienza e la personalità di Valero si stanno rivelando superiori a quanto previsto da molti e utilissimi alla squadra: contro la Roma, per esempio, la differenza tra la sua presenza sulla trequarti e da centrale è stata abissale.

Vecino è un giocatore di 26 anni, uno di quelli che si definiscono “già pronti”: non un nome di grido ma un giocatore funzionale. D’altra parte, ci sono centrocampisti che emergono più tardi: Vecino risulterà utilissimo.

Secondo una statistica del Corriere dello Sport, l’Inter avrebbe un’età media di 23 anni:

In molti hanno riproposto l’articolo così com’è senza farsi troppe domande: il numero è evidentemente sbagliato. L’anno scorso dovrebbe esserci stata una sola squadra in Europa a schierare un 11 inferiore d’età ai 24 anni ed è il Tolosa (gli uomini più impiegati hanno una media di 23,4 anni!), anche se dovrei controllare pure Nizza, Leverkusen, Lipsia e Friburgo, ma non è questo il punto. L’Inter non ha 23 anni d’età media: gli si avvicina la media degli acquisti (24, spicciolo più, spicciolo meno: si arriva sotto i 24 considerando anche Bastoni: credo fosse l’intento del giornalista, poi confuso dalla redazione con il titolo) e questo è un gran segno.

Considerando anche Berni, Venheusden e Pinamonti, inseriti come prima squadra sul sito ufficiale, l’età supera di poco i 26,5 anni di media: se c’è qualche lieve differenza con i Vostri calcoli è perché io ho considerato compiuti anche gli anni di chi è nato dal 1° settembre in poi.  L’anno scorso la squadra era un tantino più giovane (26 anni di poco superati).

L’età media dell’11 titolare si avvicina ai 28 (27,7), con 4 trentenni (Handanovic, Miranda, Borja e Candreva). Ma la cosa che conta molto è che ben 10 hanno non più di 25 anni (ma a 26 ci sono Santon e Vecino), di cui Dalbert, Cancelo, Skriniar, Joao Mario, Gagliardini e Icardi sono sostanzialmente titolari (o potenziali tali), con Brozovic (dio lo rinsavisca) e Karamoh come primi cambi.

Chi mi segue dai tempi di IoStoConMancini ricoderà che è proprio il genere di squadra che ritengo sia opportuno costruire quando devi guardare al medio periodo e non alla vittoria immediata, oggi possibile solo in caso di suicidio avversario.

Ecco, forse rileggendo tutti i nomi degli ultimi anni il giudizio su questo diventa diverso e si possono guardare le cose da una prospettiva diversa.

Soddisfatti?

Il che non significa che la rosa sia a posto così, ma considerando una sola competizione da disputare e la possibilità che questo sia davvero “l’anno zero giusto”, la base di partenza sembra più che buona.

D’altra parte nessuno in Italia ha preso veri top player conclamati. La Juventus ha preso quello che potrebbe considerarsi un “potenziale top”, Douglas Costa, sul quale aleggia il “morbo del giovane Antonini”, ovvero quella definizione di “giovane” che ti resta appioppata fino ai 30, roba che ti viene via solo a fine carriera: il brasiliano ha 27 anni e negli ultimi 2 anni al Bayern Monaco ha disputato un totale di poco più di 3.300 minuti in Bundesliga su 50 partite, media inferiore ai 66′, che diminuisce un po’ (62 circa) se si considerano tutte le competizioni (5.333 minuti su 85 partite in due anni). Negli ultimi due anni ha avuto diversi infortuni e bisognerà capire quanto potrà dare.

I veri colpi in Italia sono stati quattro: lasciare intatto il Napoli, alchimia compresa (e Reina incluso); per la Roma tenere Nainggolan, anche se in questo modulo vale la metà di quel che si è visto con Spalletti e in posizione più avanzata; per la Juventus tenere Alex Sandro, che in Italia è un vero top di ruolo; per il Milan acquistare Bonucci, anche se costa e costerà molto per i prossimi anni… ma la difesa del Milan ne aveva terribilmente bisogno, anche se c’è da vedere come funziona in una difesa che non è perfettamente oleata, perché sembra proprio “la ciliegina” piuttosto che la torta. E il Milan non ha l’organizzazione della Juventus.

Insomma, niente a che fare con i fuochi d’artificio. Vale anche per l’Inter: aver tenuto Perisic è chiaramente un colpo non indifferente. Cederlo avrebbe sbloccato il mercato, ma rinunciando a cosa?

All’Inter manca qualcosa per non vivere tutta la stagione con i patemi d’animo, il refrain è bello che servito: e se si fa male Icardi? E Miranda? Potremmo rispondere che anche le altre squadre hanno problemi simili: tolto Dzeko, la Roma dovrebbe accentrare Defrel o puntare su Schick, non proprio la stessa cosa… magari il ceco un giorno sarà anche più grande di Dzeko, ma non oggi e non in questa squadra; se al Milan si fanno male Rodriguez o Bonucci non è proprio la stessa cosa, anzi.

Se guardiamo al Napoli, un paio di cose possono interessare direttamente l’Inter: a metà campo, i primi cambi di Jorginho e Allan (considerando loro titolari…) sono Diawara (oggi 20 anni) e Zielinski (oggi 23 anni), poi c’è Rog (22). In attacco, oltre al magico quartetto ci sono Giaccherini e Ounas (20). Avranno problemi di ricambio?

Insomma, si mastica un leggero sapore di amarognolo, però sembrano esserci tutti gli elementi distintivi di un cambio reale, a partire dalla proprietà chiara, anche se limitata da FPF e restrizioni del governo cinese, sui quali ci soffermeremo a breve.

In più, sul mercato la campagna in uscita ha dato una spinta decisiva. Su queste pagine ci siamo esposti senza remore: la squadra doveva essere ripensata dal profondo, con molte cessioni e una rivoluzione dal punto di vista della mentalità. Spalletti (altro pezzo fondamentale del puzzle) ha dato moltissimo da questo punto di vista, sia per modo di giocare sia per comunicazione, dove non sta sbagliando praticamente nulla o quasi: dimostra, soprattutto, di avere capito che questa squadra non può né rilassarsi troppo né essere tenuta troppo sul filo, non può esaltarsi ma deve mantenere comunque un alto livello di fiducia.

Questo perché non ha ancora sviluppato gli anticorpi giusti, anche se la partita di Roma ci ha dato una grande indicazione: nei sei 7 anni precedenti una partita come quella contro i giallorossi sarebbe finita con una sconfitta non meno di 9 volte su 10. Invece l’Inter ha mantenuto la barra dritta e l’ha portata a casa, grazie anche ad una buona dose di fortuna che non guasta mai.

Nella costruzione della rosa, è chiaro, è mancata qualcosa: avrei preferito vedere via Nagatomo perché… è Nagatomo, Eder e Brozovic e sostituiti da altre tipologie più adeguate al nuovo corso. Probabilmente con un altro centrlale difensivo e una seconda punta si stava meglio, ma d’altra parte non sono molte le squadre, con le stesse ambizioni dell’Inter,  che hanno secondi violini di grande caratura, e anche Roma o Napoli hanno dovuto scommettere su giovani o giovanissimi… bisognerà avere con loro un po’ più di pazienza. Non si poteva ottenere tutto.

Cauto ottimismo, come abbiamo già detto. Ma è chiaro che il discrimine tra un vero anno zero e l’ennesimo uguale a tutti gli altri lo farà il risultato finale: 4° posto obbligatorio minimo, magari con un aiuto in arrivo dal mercato di gennaio.

Altrimenti il rischio è che l’anno prossimo, a settembre, leggerete dell’ottavo anno zero.

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