Crotone Inter 0-2: per aspera ad astra

Quante volte lo abbiamo scritto? Tante e ormai lo sapete: le vicende dello sport somigliano troppo spesso a metafore della vita. E nella esistenza degli uomini sono rarissimi i percorsi netti, quelli in cui le asperità delle sofferenze rimangono intonse e inesplorate: per il resto, per quelle percentuali così vicine al 100 che non sono tali solo per la benevolenza del caso che riguarda quella infinitesima parte che sperimenta l’apparente felicità dei percorsi netti, la vita è un continuo saliscendi tra esaltazioni e normalità, che si legge anche “banalità”, e rovinose cadute che ci concedono anche il gusto amaro della sconfitta e della polvere.

E cosa c’è da vergognarsi se, talvolta, mentre sei lì che boccheggi senza fiato, a mordere la terra in una di quelle giornate di sole e umido in cui tutto costa almeno il doppio della fatica… ecco, cosa c’è da vergognarsi se in una giornata in cui più o meno tutto ti riesce storto, fosse anche il più semplice gesto, alla fine alzano il tuo braccio e, sì, scopri che comunque il vincitore sei tu anche se non te lo aspettavi e, dillo con la tutta la leggerezza di certa sincerità, non lo meritavi?

Niente, non c’è niente di cui vergognarsi.

Perché tutti i percorsi che portano alle grandi vette, alle grandi mete, ai traguardi più lontani, sono disseminate di giornate così così, fatte di fatica e di sudore, di malavoglia, cattivi pensieri e fatica.

All’Inter non è capitato altro che questo: una giornata in cui ha attraversato asprezze e alture, forse inattese, ma arcigne e caparbie che per superarle è necessario un surplus di forza, o di fortuna, o di entrambe le cose. Come in moltissime le altre situazioni della vita.

Chi è andato a Crotone con l’idea di essere troppo più forte e poterla scampare facilmente ha commesso un grave errore, e così i tifosi. Le premesse oggettive sono che il caldo ci ha messo del suo (giornata praticamente estiva, umidità salmastra) e che il campo era talmente infame che si resta a bocca aperta all’idea che in Serie A ci siano appezzamenti originariamente destinati alle patate e che invece vengono usati per giocarci su le partite della massima serie italiana (senza offesa per la Città di Crotone).

La premessa soggettiva è che la squadra avversaria ha fatto una partita maiuscola, enorme, di grande cuore, voglia e carattere, disposta benissimo in campo dal suo condottiero, quel Davide Nicola a cui andrebbe tributato un premio al realismo: 11 uomini dietro la linea della palla e tre linee talmente strette che in qualche caso sembrava di vedere un solo grumo di cuore e resistenza tra la trequarti e l’area di rigore, la cui distanza media è stata di appena 22 metri… chissà, forse si tratta persino di un record; poi tanta corsa, aiuti sistematici, unità di intenti e tanta, tantissima abnegazione, talmente tanta che non deve stupire vedere Nicola orgoglioso a fine partita nonostante la sconfitta.

Ecco, però qui arriva il tifoso nerazzurro più smaliziato, oppure quello un po’ più chic accompagnato dal “maicuntent” e dall’anti-Suningg che storce il naso e comincia a raccontarci che, perdio, siamo l’Inter e queste partite le si dovrebbe vincere in carrozza.

Dimenticando, però, che l’anno scorso l’Inter col Crotone ci aveva perso e malamente, così come aveva perso altre partite contro squadre all’apparenza abbordabili, termine che non tiene mai conto dell’altrui voglia e capacità, ma neanche dell’aspetto più bello dello sport: ovvero che chiunque può perdere o vincere contro chiunque. Perso e pareggiato l’anno scorso, e due anni fa come l’anno scorso, e così tre anni fa, e quattro e così via, fino anche alla stagione della perfezione tripeltista. Come dimenticare l’indicibile prestazione di Catania, con una sonorosissima e dolorosa sconfitta, seguita una settimana dopo dal pareggio sempre in terra siciliana contro il Palermo? Giornate di sopraffina bruttezza, tra l’altro, a incorniciare l’abbagliante e felice epifania del match di ritorno contro il Chelsea di Carlo Ancelotti con il lancio definitivo del nuovo modulo in quella che si autoproclamò, alla fine, la settimana decisiva della stagione, almeno dal punto di vista della mentalità.

Le squadre che vogliono vincere talvolta devono soffrire: nell’ottica di una crescita globale e della ricostruzione dell’identità perduta, partite come queste sono fondamentali, importantissime. Sono crescita anche loro, anzi, qualcuno con più sapienza di quanta ne abbia io toglierebbe questa particella, a meno che non sia un rafforzativo: sono importanti “anche troppo”, persino più importanti di partite vinte con i frizzi e i lazzi di un gioco più gradevole all’occhio dell’osservatore.

Per dire, nella stessa giornata, l’Atletico Madrid e il Barcellona superano gli avversari di appena un gol, i colchoneros contro l’ultima in classifica. Nella settimana precedente il Manchester United dal superbo cammino, zero gol subiti, pareggia contro lo Stoke e prende due gol.

Gli esempi sono tali e tanti che una eventuale enciclopedia che raccolga le sofferenze delle squadre più ambiziose sarebbe più impegnativa e corposa di un’altra destinata a raccontare le partite dominate e senza storia.

D’altra parte, non lo prescrive né il fantomatico dottore né regolamento di essere belli, quale che sia il valore e il significato che date all’essere belli: a calcio si vince se, almeno una volta in più dell’avversario, riesci a far rotolare un pallone al di là della linea di porta… non è neanche necessario che tocchi la rete (chiamatelo gol allora, non rete), che sia bello, che sia di piede, di testa o di qualche parte casuale del corpo. Fatela rotolare al di là della linea e qualcuno dirà che avete vinto, segnerà 3 punti sulla classifica e alla fine delle 38 corse su questa giostra annuale che è il campionato nessuno starà lì a fare la tara, e cioè se quella vittoria lì vale 4 punti perché più bella e quest’altra, così poco dignitosa e sciancata quel tanto da farla valere, che so, 2,5 o 1,8 e così, pesate una a una, a riscrivere tutta la classifica per rimettere ordine alla bellezza euritmica del calcio.

Niente di tutto questo. 3 punti, quarta vittoria consecutiva, 12 punti e, come dicevamo la settimana scorsa, tanto fieno in cascina che risulterà buono quando dovremo affrontare i rigori dell’inverno, che lui, sì, quel rigore sa spesso tirarlo benissimo.

Quello che, tutt’al, più deve diventare preghiera del tifoso interista è che partite come queste devono essere l’irregolarità all’interno di un cammino di crescita; cioè l’eccezione, che già sappiamo non potrà essere solitaria ma almeno eccezione da condividere con poche, pochissime domeniche su 38: non perché si voglia rinnegare quanto fin qui detto, ma perché ne va della salute e della sanità mentale del tifoso stesso.

Nessuno deve sottovalutare questa vittoria: “vincere aiuta a vincere”, ricordate? Vincere aiuta a vincere, e perdere aiuta a perdere, è stata la litania rimuginata su queste pagine quando, l’anno scorso, forse c’era chi aveva giocato troppe volte sottotono, volontariamente, pur di far fuori questo allenatore o quell’altro. E allora lasciateci vincere anche partite così, che non sarà bello uguale ma che alla fine peseranno come montagne sulla classifica finale e avranno lo stesso identico peso di partite vinte spumeggiando bellezza.

Il gioco, appunto, quella sostanza indefinibile dello sport che ci fa dire troppo spesso “bello” o “brutto”, come se il gusto fosse universale e come se esistessero delle regole anche qui. L’Inter contro il Crotone ha provato comunque a portare avanti il suo gioco, a mettere in campo la propria identità. È stato brutto da vedere? Ha fatto fatica? Ci sta anche che l’avversario e le condizioni oggettive descritte prima ti facciano faticare di più, talvolta molto di più. Ma questa vittoria ha qualcosa di diverso da quelle che otteneva Mancini un paio di anni fa, ma con più continuità di “brutto gioco”, quando era prima in classifica: questa squadra ha una sua logica interna, una sua identità, continua a essere sé stessa con convinzione.

Ecco perché quell’Inter non mi convinceva neanche da prima in classifica, con presuntuose ambizioni da prima in classifica, mentre questa riesce ad appagarmi di più, da prima in classifica ma con più moderate e realiste ambizioni di quarta, al massimo terza… e tutto ciò che potrà venire oltre sarà un miracolo che non chiederemo a nessuno di spiegare e razionalizzare. Solo che, detto en passant, quella squadra riceveva meno critiche per una serie importante di partite vinte così, mentre su questa si è scagliata un’ira indiscriminata alla prima partita vinta di rattoppo.

È chiaro che qui si apre anche una maglia sull’apprezzamento verso il lavoro fatto da Spalletti che, ricordiamolo, è alla quarta giornata e qualcuno è convinto che sia normale chiedergli champange e caviale in campo (e, anche questo en passant, ci dedicheremo a parte alle dichiarazioni e agli aspetti psicologici del lavoro di Luciano). L’Inter è questa, o almeno è anche questa, e la partita di ieri ha mostrato uno dei suoi limiti oggettivi più evidenti, e cioè che, quando le cose si fanno brutte, sporche e dure, quando il tempo scorre e l’avversario ti ha cacciato sopra delle sabbie mobili che non avevi previsto, dalla panchina (ma neanche in campo eh, non fraintendetemi) non c’è nessuno che possa alzarsi e dire “adesso entro io e cambio le carte in tavola”. Non c’è.

Questo significa che partite come quella di ieri, quantomeno nella immane fatica espressa per 75 minuti, potrebbero essere ripetute, magari impiegando meno minuti prima di sbloccarla. Contro la Spal ha aiutato il rigore assegnato tramite VAR, così come il precoce rigore contro la Fiorentina alla prima: partite di sofferenza spesso le sblocchi con un calcio piazzato, un corner… un’invenzione. Ma l’Inter un uomo che possa inventare in campo davvero qualcosa di impensato fino a quel momento, e magari impensabile per i compagni, non c’è.

L’unico, in verità, è Perisic, e non è un caso che il croato spesso, spessissimo emerga quando le fatiche degli avversari cominciano ad avere la meglio e prendono il sopravvento sulla volontà, quando le gambe si fanno più dure e si riempiono di acido lattico, quando il fiato si fa insufficiente per dare corda alla mente e assecondare i suoi dettami:

E non è un caso che l’Inter l’abbia sbloccata nel finale: perché il Crotone ha corso e pressato e aggredito per un’ottantina di minuti buoni come se fosse l’ultima partita dell’anno e decisiva per salvarsi: arrivare a 90 sarebbe stato un miracolo di passione, risolutezza e determinazione, al quale si sarebbe dovuto tributare un lungo e sincero applauso messi in piedi… solo che era ben al di là delle capacità dei singoli calabresi.

C’è da esserne contenti? Per il 3 punti e per la voglia di non mollarla mai sì, tantissimo. Decisamente meno, ci concediamo l’ennesima banalità, per quanto riguarda il gioco. Ma ciò che ho apprezzato meno è stata la predisposizione dei singoli agli errori individuali: da Miranda a Gagliardini, da Borja Valero a Dalbert, così come una certa indolenza dei quattro davanti: chi per troppo lunghi tratti di partita (Icardi) e chi per frazioni meno importanti come minutaggio, ma con l’aggravante di non avere provato a cambiare spartito.

Anche il gigantesco Milan Skriniar, vera perla di questo inizio campionato e al primo gol in maglia nerazzurra, si è concesso sbavature a destra e manca, forse anche perché le folate degli avversari erano così rapide, aggressive e inattese da lasciare di stucco anche chi ha mostrato di avere nervi saldi: il problema, semmai, è che certe sbavature somigliano un po’ troppo a quei marchiani e grossolani errori del suo primo periodo in blucerchiato, quando tutto sembrava tranne che un difensore da portare a casa… poi ci hanno pensato gli altri 5 mesi a dargli luce diversa.

CONCLUSIONI

Da discreto appassionato di ciclismo, sono innamorato dell’immagine di quel ciclista da classifica che viene attaccato in montagna e fa una fatica tremenda a rientrare sull’avversario. Pensateci un attimo e immaginate due ciclisti che stanno facendo la stessa identica salita, uno è un corridore da classifica, l’altro vive alla giornata: quanta differenza c’è tra i due volti? Basta guardare l’espressione, il respiro, la pedalata e capisci che le ambizioni e l’idea di sé sono un’aggravante alla fatica in quelle condizioni, non certo uno stimolo in più, come lo è invece la leggerezza di potersi concedere uno sforzo in meno, perché tanto non cambia la sostanza della tua gara a tappe.

Sono quei momenti, quei volti, quelle smorfie che ti fanno innamorare di quello sport. È un momento delicato, c’è chi reagisce provando a forzare sui pedali e con un rapporto più impegnativo, perché troppo leggero gli sembra di non salire mai abbastanza, e c’è chi invece allenta un po’ per dare respiro ai muscoli. Poi ci sono quelli più abituati che, per dirla in gergo, “salgono col loro passo”, perché è quello che dà fiducia alla mente e che è giusto un po’ sotto il limite dello sforzo massimo.

L’Inter è andata su del suo passo e alla fine l’ha avuta vinta.

Insomma, guardiamo al proverbiale lato pieno del bicchiere, perché c’è comunque nettare buono per la classifica, non fosse altro che per la forza mentale di volerla vincere a tutti i costi e avere insistito proprio quando l’avversario mostrava i primi cenni di fatica.

Poi c’è l’altro avversario, che ti aggredisce con altrettanta ferocia ma contro il quale non giochi e non puoi giocare: quello che è stato scritto e detto in queste ore in qualche caso ha dell’inverosimile. Leggendo casualmente, l’ancora più casuale lettore, o magari uno che semplicemente non ha visto la partita, potrebbe pensare che l’Inter ha finanche perso rovinosamente, e che solo le grazie in volo di Handanovic hanno impedito che il risultato non fosse peggiore.

E quindi le parate di Handanovic sono diventate un’accusa alla squadra: “salvati da Handanovic” è la colpa, la grave, gravissima macchia che consentirà a qualche giudice supremo di dire a fine campionato “Crotone Inter vale 2 punti, non 3: tutta colpa di Handanovic”. Peccato che se a fare i miracoli sono Buffon (di più) o Donnarumma (un po’ meno) si sprecano i peana e le lodi al carattere della squadra che ha saputo soffrire e alla lungimiranza di tenersi un fuoriclasse tra gli 11. Mentre no, per l’Inter non si gioca in 11 ma in 10, quindi il portiere non vale e se fa parate decisive è giusto dire che c’è della gravissima e imperdonabile colpa in tutto questo.

Ripetiamo però, non facciamola diventare un’abitudine, perché poi la statistica ti punisce come fa spesso: non ne puoi vincere tante, su 38, se le giochi così.

Ma qualcuna va bene, anzi, va di lusso, è uno spettacolo che ci sta.

Dopo 4 settimane di campionato era ed è impensabile, impossibile pretendere che la squadra sia già a mille, si conosca e funzioni a dovere: la vera anomalia è quel che si è fatto prima, ovvero la strada che s’è compiuto finora: 4 vittorie, punteggio pieno, 10 gol fatti e 1 gol subito e ben tre “clean sheet” come lo chiamano gli inglesi, contro avversari ostici, chi per una ragione, chi per un’altra. Almeno una è un’avversaria diretta (la Roma), mentre Spal e Crotone hanno giocato col cuore ingrossato dalla voglia di ben figurare in una di quelle partite che si giocano, per usare un orribile luogo comune, “alla morte”.

È fortuna? È bravura? Quanto è forte? Durerà? Detto che anche l’allenatore avversario ci rende merito (“l’Inter non ha rubato nulla”), queste non sono domande che è giusto fare oggi né oggi è il giorno più adatto per trovare le risposte. Fra qualche tempo tireremo le somme e si potrà fare domande e rispondere: e in quel giorno l’Inter avrà, a somma fatta, 3 punti pesanti raccolti anche così, con la fatica dello scalatore in difficoltà, con il fiato corto e il sapore di polvere sul palato. Al limite ci ricorderemo di quella linguaccia di Spalletti a fine partita che aveva anche il sapore della fatica fatta, nulla più.

Ma sono 3 punti e, in qualche caso, bastano e avanzano.

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