Inter: Bologna non è lo “sveglione” che si pensa

Davvero qualcuno aveva alzato l’asticella pensando ad una squadra da scudetto? Comprendo certo ottismismo e anche il desiderio di competere che è la base stessa dello sport e del tifo, ma il realismo non dovrebbe abbandonare mai nessuno, neanche il più ottimista dei tifosi.

Questa squadra ha chiuso lo scorso campionato, giusto qualche mese fa, in settima posizione, subendo 49 gol (6 squadre hanno fatto meglio) e sconfitta per ben 14 volte (8 squadre hanno fatto meglio) vincendone appena la metà (5 squadre hanno fatto meglio). Chi più chi meno, ci siamo lamentati tutti di una campagna acquisti che, secondo il peggiore dei giudizi, è stato persino disastroso o, nella migliore delle versioni, abbiamo definito di prospettiva, capace di segnare l’anno zero, di dare a questa squadra una quadratura per troppo tempo perduta.

Come abbiano fatto queste cose a sparire dalla mente di alcuni tifosi facendoli parlare di “scudetto” è mistero gaudioso inspiegabile, e non bastano certo le 4 vittorie consecutive a giustificare la foga di ottimismo che può aver fatto dire “scudetto”.

Per questo Bologna non può aver dato all’Inter quello “sveglione” che in tanti scrivevano e dicevano durante la partita.

L’analisi di una partita del genere ha, a mio avviso, 3 chiavi di lettura, e una di queste è proprio inserire il match all’interno di questa visione globale: l’obiettivo dell’Inter non è e non potrà essere lo scudetto.

La seconda chiave di lettura è che chiunque, ma proprio chiunque, credo nessuno escluso, avrebbe firmato per avere 13 punti dopo 5 partite, con la possibilità di arrivare a 17/19 punti al derby (a meno di non immaginare disastri nelle successive 2). Oro colato. La soglia del 4° posto dovrebbe aggirarsi attorno ai 70 punti: qualcosa di più se, come l’anno scorso, le medio-piccole ad un certo punto molleranno per via di  retrocessioni già sostanzialmente decise; qualcosa di meno se il livello del campionato sarà più alto. L’impressione di quest’anno, però, è che 3-4 squadre siano davvero di una categoria inferiore e che già a novembre si possano avere già degli spettri di verdetti già decisi, rendendo la parte bassa della classifica una sorta di formalità: quindi l’obiettivo diventa 72-75 punti.

Questo significa una media a fine anno di circa 2 punti a partita: approcciarsi al Milan, dopo 7 partite, con 17/19 punti significa aver messo in cascina risultati tali da poterci consentire 19/21 punti nelle successive 12, derby compreso, e rimanere con la media di 76 punti a fine campionato (38 a metà). Chiaro? Oro colato, colatissimo.

La terza, inevitabile, chiave di lettura è che, se da una parte questa squadra ha carenze e manchevolezze evidenti di cui abbiamo spesso parlato e sulle quali inutile tornare, dall’altra è inaccettabile che si possa dire “abbiamo la tendenza a mollare come ‘tigna’”, almeno a quanto dice Spalletti.

Ecco il vero limite della partita contro il Bologna, ma anche contro il Crotone. Perché sulle manchevolezze della squadra possiamo stare qui a fare filosofia e sognare cosa sarebbe l’Inter con Di Maria e Vidal, con Nainggolan e Sanchez, salvo però accorgerti che hai giocato contro il Bologna e alcuni tuoi scarti del recente passato (Mbaye, Poli, Palacio e Taider), ma anche contro Petkovic (appena 17 presenze in A prima di questa stagione e zero gol nella massia Serie), Pulgar (23 anni), Donash (21 anni), Masina (23), per non parlare di Helander o Masina. Insomma, non regge neanche l’accusa di una squadra che qualcuno definisce mediocre.

Come dice Spalletti, stesso problema dell’anno scorso: mòllano, così come confessato l’anno scorso come se nulla fosse. Mentalmente. Non hanno questa intensità che serve quando sei in difficoltà e devi alzare il ritmo.

E dire che l’Inter aveva anche cominciato benissimo nei primi 5 minuti. Dopo 50 secondi Candreva fa la cosa migliore della sua partita, supera l’avversario e trova rasoterra Joao Mario libero al centro: è un rigore in movimento, una roba quasi di imbarazzante facilità per un giocatore di quel livello:

Eppure il portoghese la cicca come un Vampeta qualunque.

Poi l’Inter subisce l’iniziativa di Di Francesco al 5° minuto (stupidaggine di D’Ambrosio sulla trequarti e Skriniar che si trova uno contro uno, sbaglia il tempo e si fa saltare).

Per quattro minuti l’Inter rimane in bambola, subisce due/tre occasioni e una volta Handanovic è costretto a un vero miracolo su Verdi: sembrava palo e invece è una parata netta (mezzo voto in più in pagella, vado a correggere!).

E da quel momento nasce il terrore nerazzurro: la difesa indietreggia e rincula, l’attacco non aiuta più. Nella prima mezz’ora pochissimi i raddoppi, se non quelli di Candreva ma solo perché richiamato da Spalletti, visto che il Bologna per lunghi minuti ha insistito a tenere sia Di Francesco che Verdi su quella fascia.

La squadra di Donadoni così ha vita facile: pressa spesso altissimo per impedire all’Inter di giocare palla dietro e costringere Handanovic o i centrali difensivi a sparacchiarla lontano, dove né Icardi né Perisic hanno tempo e attitudine a questo tipo di giocate. La quantità di palle perse così è innumerabile, e in qualche caso il rinvio è persino pericoloso. Questa immagine è indicativa di spaziature sbagliatissime: a questo punto sarebbe stato preferibile fare come il Manchester contro il Real in Supercoppa e alzare la difesa direttamente. Invece l’Inter prendeva continuamente imbarcate in queste situazioni (in rosso la palla, guardate il vuoto sulla trequarti):

Quando questa fase di pressing salta, il Bologna arretra ordinatamente, spesso chiedendo a Mbaye di accentrarsi, soprattutto se Perisic si accentrava, così da chiedere a Verdi o (di più) a Di Francesco di scalare a fare il terzino e chiudere a 5.

Con palla al Bologna, l’Inter manteneva queste distanze abissali tra difesa e attacco e, state tranquilli, se al posto di Borja Valero e Vecino ci fossero stati Iradiddio e Topplaie il risultato sarebbe stato uguale: perché i varchi erano enormi.

L’azione del gol è emblematica e la trascriviamo con cinque immagini. Con palla a Mbaye, Icardi si occupa (in linea solo e unicamente teorica) di dare fastidio ai centrali bolognesi. In realtà lì non serve assolutamente a nulla perché il Bologna vuole proprio questo, allungare l’Inter e ci riesce alla perfezione: se notate, la difesa non si vede neanche nell’inquadratura. Da notare la posizione di Petkovic, che è l’uomo tra Nagatomo e Vecino: è assolutamente fondamentale per quello che accadrà dopo.

Con il primo tentativo di affondo laterale, la difesa è andata subito dietro, preoccupatissima di Di Francesco (il n. 14 che attacca Miranda e lo fa “uscire”, visto che Petkovic è stato seguito inizialmente da Nagatomo) e Verdi, dall’altro lato solo soletto (in realtà c’è D’Ambrosio, marcatura preventiva a livello zero).

C’è troppo spazio tra i reparti e troppo campo libero e l’Inter applica il metodo suicida di un pressing localizzato dove ciascuno si muove un po’ per conto suo.

Petkovic riceve palla sulla metà campo e ha i suoi due compagni larghissimi: uno ha “tirato via” Miranda, l’altro sta portando in mezzo D’Ambrosio, che verrà attaccato da Masina, in basso a sinistra: Candreva non può che accentrarsi per coprire l’eventuale ricezione di Donsah, il n. 77. In tutto questo, l’applicazione di Joao Mario è zero, un girare a vuoto.

Petkovic ha la forza di superare Borja Valero e Vecino si trova nella terra di nessuno. Probabilmente un errore, ma dettato forse dal fatto che nessuno si aspetterebbe una difesa così terrorizzata e messa tanto dietro.

Quando Verdi sta per ricevere palla Masina attacca lo spazio con un tempismo davvero eccellente (il ragazzo è interessante davvero) e questo porta D’Ambrosio a desistere: lo screenshot è preso proprio nel momento in cui il difensore si accorge del corrispettivo terzino e rinuncia ad attaccare Verdi: probabilmente sarebbe stato meglio insistere, con Skriniar che gli avrebbe coperto le spalle.

Nell’ultima immagine l’incastro è perfetto: il Miranda “portato fuori” da Di Francesco costringe Skriniar ad arretrare. Solitamente in questi casi si esce poco fuori dall’area, ma Verdi è bravissimo e da 20-25 metri fa davvero un gran gol. Masina a sinistra ha costretto D’Ambrosio a lasciare lo spazio buono per lo stesso Verdi. Vecino è in ritardo, e qui probabilmente avrebbe dovuto fare fallo e beccarsi il giallo: su questo l’Inter è davvero in difetto, pochissimi falli tattici, quasi zero.

Va dato atto al Bologna di avere varianti che l’Inter non ha: il Petkovic che va a metà campo apre voragini che Di Francesco e Verdi sfruttano benissimo, attaccando spesso i centrali e facendoli uscire dalla loro zona di comfort. In più si crea spazio, dove Verdi stesso ha pasteggiato sul cadavere dell’equilibrio nerazzurro. Abbiamo evidenziato alcuni movimenti di Petkovic anche per sottolineare la mancanza degli stessi da parte di Icardi: stiamo preparando la videoanalisi delle prestazioni dei due per fare un raffronto.

Insomma, qui non si tratta di essere bravi o mediocri: significa soltanto applicare sul campo quanto ti viene detto dall’allenatore e farlo con la massima convinzione, energia e intensità. Cosa che l’Inter non ha fatto, se non nel secondo tempo e solo parzialmente, per riallacciarci al discorso di partenza.

L’emblema di questo atteggiamento è stato Joao Mario, indolente e in versione Brozovic-al-pascolo.

L’Inter poi ha mostrato quel limite strutturale che ha e che gli si riconosce già dall’anno scorso: non ha uomini in grado di cambiare marcia, Perisic a parte. Quindi il paradosso vero della partita di Bologna (eccezion fatta per il Nagatomo superiore per rendimento ad almeno metà squadra…) è quello di una partita che sostanzialmente non ci racconta nulla di nuovo: l’Inter faticherà contro le squadre molto chiuse; la distanza tra i reparti è uno dei veri drammi di questa squadra; l’impegno e la dedizione non bastano se non supportati da certa “cattiveria agonistica” che Spalletti ha chiamato “tigna”; che questa è una squadra monodimensionale dal punto di vista della costruzione e, pertanto, deve inventarsi nuovi modi di far gol a partire dalla fase di non possesso e transizione positiva, con pressing più alto e avversario scoperto: a difesa avversaria schierata è spesso una pena infinita.

Ma soprattutto che questa è una squadra che non ha gli attributi, la stoffa e il materiale tecnico e umano per puntare a qualcosa in più del 3° posto, ritenendo questo addirittura una sorta di mezzo miracolo: insomma, testa bassa e pedalare ad ogni partita, squadra e tifosi, senza inventare voli pindarici che sono semplicemente distanze non colmabili con la realtà. A meno che la cura Spalletti non abbia effetti miracolosi ad oggi non preventivabili né immaginabili.

Quello che colpisce di più, comunque, è che si è trattato di un vero passo indietro, soprattutto per quanto riguarda i movimenti senza palla, praticamente inesistenti per quasi tutti.

Luciano dovrà trovare soluzioni diverse a questo 4-2-3-1. Negli uomini, visto che Brozovic e Joao Mario hanno deciso di essere il simbolo della mancanza di tigna, e quindi provare un 4-4-2 con Eder oppure con Candreva nel suo vecchio ruolo di trequartista, ruolo che non ha svolto con continuità, oltre che essere lontanissimo nel tempo, e che non sempre gli è stato felice. Il risultato sarebbe doppio: Candreva, checché se ne dica, ha tiro migliore di Brozovic (non in termini assoluti, ma secondo questi ultimi Brozovic sarebbe un’iradiddio) e Joao Mario, e in mezzo non avrebbe più l’assillo di provare il cross in mezzo.

Altrimenti via al 4-3-3, con il trio Gagliardini-Borja Valero-Vecino e davanti Perisic-Icardi-Eder.

Ultima nota en passant: il Bologna ha portato in scena una delle pantomime più scandalose mai viste su un campo di calcio, con svenimenti improvvisi a cui hanno fatto seguito falli anche piuttosto duri. Vero che Di Bello ha risparmiato Icardi, ma sono almeno 4 le ammonizioni mancanti per i rossoblu: Di Bello ha usato metri diversissimi durante tutta la partita. Ma il peggio del peggio è stato prima pretendere dall’Inter una palla buttata fuori per un infortunio che era evidente non esistesse, salvo qualche minuto dopo provare un contropiede nonostante un proprio uomo a terra a metà campo.

Appena raggiunto il vantaggio, persino le rimesse sono diventate motivo di lentezza: ne ho contate almeno una decina sopra i 30 secondi di gioco fermo. Alla fine, questo scandaloso modo di interpretare lo sport ha portato a un risultato da guinnes per questa stagione: appena 43 minuti di gioco effettivo.

43 minuti su 96 finali: vuol dire 53 minuti buttati nel nulla, persi a guardare non-calcio.

Per c’è chi continua a fare la guerra al Var e dice che in Europa si paga la lentezza “inserita” dal Var in questo campionato: vero Tacchinardi? L’importante è spararla più grossa possibile.

 

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