Perché questa Inter non somiglia a quella di Mancini 2015/16

Anche questa volta è tutta colpa di Roberto Mancini.

Nel bene o nel male, il tecnico di Jesi ha legato il suo nome alla storia recente dell’Inter… prima o poi faremo un excursus che motivi anche più approfonditamente il senso della prima frase di questo articolo.

Per adesso spieghiamone il senso odierno.

Cosa potresti dire a una squadra che che è seconda in classifica appaiata alla Juventus, ha realizzato 19 punti su 21 in palio, segnato 14 gol andando a rete in ogni partita fin qui disputata, subito solo 3 gol e detiene il titolo di “miglior difesa del campionato”?

Cosa potresti dire? L’ebbrezza della tanto felice quanto inattesa epifania di risultati dovrebbe essere capace di relegare le critiche a mero, anche se comunque importante, approfondimento tecnico/tattico, alle analisi non più vicine di 36 ore, quelle del mercoledì insomma. Che dite? Oggi è martedì? Avete ragione…

Ma Spalletti non gode di questa fortuna: sono molti gli interisti che alzano le voci di critica e la stampa non perdona nulla di nulla. Non sappiamo la prima casistica è figlia della seconda (sì) oppure se i giornalisti fanno così per blandire quella parte del tifo (perennemente) scontento (anche).

Per cui all’Inter non viene riconosciuto alcun merito al di fuori della fortuna, perché basta guardarsi in giro ed è tutto un cianciare di pali, fortuna, casualità, cattivo gioco, circolazione lenta

A proposito di circolazione lenta. Ne ho sentite di cotte e di crude sul possesso palla fatto da, che so, Napoli o Juventus e ormai conosciamo tutti la tiritera del “controllo della partita“. Ma in una recente telecronaca del Napoli (beninteso, non è una critica alla splendida squadra di Sarri), durante una lunga fase di gioco stagnante e possesso palla sterile, lento e prevedibile (così come lo racconterebbero dell’Inter), ho sentito dire che quel possesso palla così lento e reiterato era in realtà una tattica intelligente perché serviva a “stanare l’avversario, farlo correre di più”: ricordiamocene per le prossime volte.

Dicevamo, critiche talvolta talmente ingiustificate da far sembrare i nerazzurri quasi immersi nell’ennesima Crisi Inter. E dire che di numeri e “statistiche buone” per parlare bene di questa squadra ce ne sarebbero da prendere a bizzeffe.

  • L’Inter è la squadra con più gol segnati negli ultimi 15 minuti: sintomo anche di voglia di provarci sempre, non arrendersi mai, crederci;
  • tra le prime della classifica, è quella che ha corso di più: devo verificare ma ha sempre corso più dell’avversario diretto;
  • è la terza per produzione di tiri in porta;
  • è la seconda per assist (primo il Napoli);
  • è terza per possesso palla (57%: primo Napoli a 61, poi Juventus a 58,2);
  • è anche terza per precisione nei passaggi (87,3%);
  • è la squadra che perde palla meno di tutte su proprio errore;
  • è la squadra che gioca meno con palla lunga (statistica “agevolata” da avversarie molto più chiuse, va detto);

E questi sono soltanto alcuni. Invece l’atmosfera attorno ai nerazzurri sembra quella di una squadra lì lì per capitombolare verso il nulla, come abbiamo visto negli articoli precedenti quando riportavamo articoli delle testate nazionali.

Una di queste, per dire, insiste con particolare fervore ed è in grado di pubblicare questi due articoli di così opposta filosofia:

 

Per dire solo de “La Gazzetta dello Sport”, figuriamoci se prendiamo il resto.

Va bene, va bene, non siete mai contenti voi… mettiamo anche Sky Sport, così facciamo per par condicio un giornale cartaceo e una testata video. Che ne dite di queste statistiche?

Avete letto bene: per l’Inter è importante anche segnare quanti pali hanno preso gli avversari. Chi ha fatto palo?

Tutta colpa di Mancini!

Insomma, circondati da tanto pessimismo ci si lascia anche andare a preoccupazioni e elucubrazioni, continue,  giornaliere, estenuanti. Anche le impressioni durante e post partita ne risentono.

Ho rivisto buona parte della partita contro il Benevento e, fatta eccezione per 3/4 situazioni scabrose (e il gol rimane un caso a parte), l’Inter ha fatto la partita che doveva fare per circa 50 minuti o giù di lì, anche se c’è stato un… “intorpidimento”, fatemelo chiamare così, soprattutto nel secondo tempo e di cui il gol subito è l’emblema massimo. Ma se da una parte la squadra ha difeso male, non tanto come difesa ma come sistema… fermi un attimo, anche come difesa in sé visto che l’unico sufficiente dei 4 è stato Skriniar…. dall’altra parte ha continuato ad attaccare e produrre con discreta continuità.

Forse non con la giusta cattiveria, non con la determinazione di chi certe partite le dovrebbe chiudere prima possibile: ma alla fine sono arrivati 22 tiri di cui 11 in porta, 91% di precisione nei passaggi, 66% di possesso palla, quasi il 40% del tempo nell’ultimo terzo di campo e oltre 57 metri di baricentro (già sopra i 50 si parla di baricentro alto), con la Lega calcio che registra ben 17 palle gol (e solitamente è piuttosto “avara” nel conteggio).

La Heatmap ci racconta di un largo dominio territoriale:

Quella di Whoscored è ancora più esplicativa:

La scala di colori è da interpretare così, dalle zone meno battute a quelle più battute: grigio scuro, blu, verde, giallo, rosso.

Questa la parte razionale che si affida ai numeri. Eh, ma vuoi che non sia così contro quella che è probabilmente la peggiore squadra nelle massime serie dei grandi campionati Europei?

Più o meno tutti ci aspettavamo una vittoria un po’ più larga e comoda, ma forse proprio l’abbordabilità dell’avversario ha portato i nerazzurri a rilassarsi troppo, che credo sia il difetto peggiore di questa rosa: in questi casi guardo sempre Miranda, che quando molla lui di testa in genere segue tutto il resto del carro. E Benevento non fa eccezione.

Ma quanto c’è da preoccuparsi?

Diciamo intanto che il primo vero banco di prova sta arrivando, e servirà a misurare seriamente le ambizioni e le possibilità della squadra di Spalletti: Milan e Napoli sono lì lì per arrivare.

Dei problemi di questa squadra ne abbiamo parlato sostanzialmente dal primo giorno, che si trattasse di amichevole o campionato. Abbiamo anche analizzato il trend fino alla sesta giornata, con l’Inter che aveva diviso in maniera equanime la tipologia di prestazioni: convincente nelle prime 3, molto meno nelle successive 3.

Inter Genoa 1-0: dall’alto si ragiona meglio

Il pezzo che ci interessa di più è questo:

E Benevento dove sta? In una via di mezzo, come ci dicono i numeri sopra, ma come ci dicono anche alcune scelte di Spalletti. L’Inter è stata finora molto più pericolosa e convincente quando ha giocato con Perisic e Candreva più centrali… anzi, con più tendenza ad accentrarsi. A Benevento è successo e ha consentito molti più fraseggi in fase centrale, ma ha anche dato al trequartista del giorno (Brozovic) la possibilità di giocare più libero da marcature e con più opzioni vicine: alla fine Brozo ha prodotto ben 8 chance di far gol, è il record nelle prime 7 giornate di Serie A.

Il problema principale (non l’unico, non il peggiore, va detto) delle ultime 4, compreso Benevento quindi, è di avere affrontato squadre molto brave a chiudersi subito, spesso con tutti gli uomini sotto palla: raramente, e con difficoltà, si sono create situazioni di ripartenza rapida, per il resto si è cercato di trovare soluzioni alternative, ma stavolta con molti più movimenti senza palla rispetto, per esempio, a Crotone e Bologna.

In questi giorni approfondiremo con dei video ad hoc, intanto ringraziamo l’utente Twitter @Ale_Scofield per avere fatto il lavoro sporco per noi estraendo alcune parti della partita contro il Benevento… ogni tanto un po’ di aiuto non fa male!

Anche provocatoriamente vogliamo inserire in testa alle analisi quello che succedeva spesso con Kondogbia, anche per razionalizzare il cambio di tendenza rispetto agli ultimi anni, caratterizzati da un centrocampo troppo spesso più muscolare e con pochissimi piedi buoni.

Anche qui proviamo a essere più sinceri possibile: il possesso palla dell’anno scorso talvolta è stato anche di buon livello. Il problema è che quel “buon livello” era il massimo livello possibile, pur essendo più o meno come il possesso palla “normale” di questa squadra.

Quel che abbiamo visto qui sopra, però, è qualcosa che abbiamo visto molte volte, troppe volte, insopportabilmente spesso.

E questa? Va decisamente meglio:

“Nulla di trascendentale”, per citare l’amico che ha fatto il “lavoro sporco” di selezionare le immagini, ma è già un progresso non indifferente, che avrà riflesso anche nelle riflessioni successive.

Stessa cosa anche qui: l’Inter è una squadra che preferisce tenere palla, e non è una cosa così scontata. In questa azione manca un po’ di movimento, rispetto alle prime due, ma si apprezza la diversità di quello che fa Icardi, ovvero provare a snidare la difesa avversaria.

E poi ci sono le azioni dei due gol, che negli anni precedenti l’Inter non avrebbe mai generato.

Nella prima è apprezzabile sia lo sfruttamento dell’ampiezza (con Nagatomo e Candreva larghissimi) che il consolidamento al centro, oltre che un buon possesso palla e una ricerca della verticalità che, per esempio, era decisamente più carente nelle ultime tre partite:

L’azione più bella, però, è quella che porta al gol di testa di Brozovic, per lo 0-1 e assist di Candreva. Interessante il movimento ad accentrarsi di Perisic, che in passato tendeva sempre a scappare sulla fascia e a non offrire un appoggio di questo tipo: invece qui il suo movimento “apre” il varco per Nagatomo (buona anche qui l’ampiezza, con D’Ambrosio largo a destra che però si ferma correttamente), lo scambio con Brozovic è buono, così come il passaggio in profondità.

Da apprezzare anche la presenza centrale di Candreva, che recupera palla e la mette in mezzo di sinistro per il compagno di squadra che nel frattempo si era proposto in area.

Insomma, sono piccoli passi all’apparenza, e qualcuno può reputarli non trascendentali, ma sono importanti, direi persino fondamentali dal punto di vista della filosofia. Soprattutto sono passi importanti rispetto al passato. E qui apriamo il discorso del confronto con l’Inter di Mancini.

Come l’Inter 2015-2015*?

*Non si tratta di un errore nostro, ma di quella splendida fonte che è la Gazzetta dello Sport:

Sottotitolo: occhio Spalletti eh, che ti può finire male male male. Potresti arrivare quarto in campionato.

La Gazzetta parla alla pancia di certo tifo ricordando la stagione in cui Mancini disputò una buona porzione di campionato in testa, salvo poi crollare verticalmente dalla sfida dicembrina contro la Lazio (quella dell’espulsione di Felipe Melo): sconfitta e crollo che probabilmente dipendevano anche da problemi di spogliatoio, ma che comunque portarono l’Inter al 4° posto in classifica.

Va detto, per amore di verità, che quando il bersaglio grosso viene a mancare matematicamente, il campionato nel finale diventa un po’ particolare e, per certi versi, poco credibile (ndr per i gobbi in circolazione: non ha nulla a che fare con l’ufficio indagini) : Inter e Fiorentina (quarta e quinta) nelle ultime 5 giornate hanno raccolto 6 e 5 punti (non fatemi ricontrollare, vado a memoria). Chiaro che, nel caso in cui ci fosse una lotta ravvicinata nelle ultime 5-6 partite, difficile che si lascino indietro punti così importanti.

Ma sono davvero così simili le due squadre?

Sempre partendo dai numeri, sembrano già due squadre diverse:  14 gol fatti contro 8, 3 gol subiti contro 6, anche se va detto che ben 4 furono all’interno della stessa partita, contro la Fiorentina. Partita che, tra l’altro, fu forse il primo vero segnale sulla fragilità mentale e tecnica di quella squadra.

Ma ci sono altre decine e decine di ragioni che le distinguono e in queste settimane le tireremo fuori il più possibile.

Partiamo da Spalletti, che per molti versi sta facendo la differenza soprattutto dal punto di vista mentale. Luciano sta tenendo la barra dritta, in conferenza stampa sta utilizzando un linguaggio diretto molto più spesso ai calciatori che ai giornalisti: profilo e testa bassi, pedalare, e ricordatevi che cosa avete fatto l’anno scorso prima di rilassarvi troppo.

Ma c’è anche un aspetto ancora più importante: con Mancini si parlava molto di “risultati a tutti i costi”, con Spalletti no: in campo e a parole c’è una continua ricerca di una identità precisa che prescinde dai risultati. Chi mi legge da tempo sa come la penso: è qualcosa che alla lunga paga sempre, anche se talvolta non riesce nel breve.

Sempre in tema di identità, questa Inter ha sostanzialmente giocato con un solo modulo, fatte salve alcune piccole variazioni durante la partita come movimenti di campo: il 4-2-3-1, con tutti i suoi limiti se fatto con questa rosa (continuo a ritenere che il 4-3-3 sarebbe il più naturale), è stato il trait d’union chiaro tra prestazioni così diverse nell’arco delle prime 7.

Mancini, invece, nelle prime 10-12 partite aveva già esplorato non meno di 5 moduli: rombo, 4-3-3, 3-5-2, 4-2-3-1 e 4-4-2 puro, e sono buono nell’assimilare il 4-5-1 al 4-3-3.

Questo è un aspetto molto importante, e troppo sottovalutato, perché giocare sempre nello stesso modo migliora gli automatismi, mentre cambiare costantemente alla fine porta confusione.

Ma quello che ritenevo l’aspetto peggiore di questo continuo variare dei moduli è che quella di Mancini era un’Inter troppo proiettata ad adattarsi all’avversario: il primo intento era sempre di limitare i pregi e le caratteristiche avversarie, qualunque esso sia. Questa, invece, prova a imporre sé stessa, prova a disegnare sempre e comunque il suo calcio, talvolta con fatica, talaltra con più felice leggerezza, ma prova a rimanere coerente con la stessa idea. Al punto di non “sbracare mai”, come ci ha fatto eco Spalletti qualche giorno fa: non è secondario il fatto che l’Inter abbia segnato molto negli ultimi 15 minuti. È questione di forma fisica, ma anche di insistere su concetti di base che alla lunga, come dicevamo, premiano.

Uno degli aspetti più diversi lo abbiamo potuto constatare nei video di cui sopra: quell’Inter aveva spesso possesso palla ma non sapeva cosa farsene perché la bontà dei piedi a metà campo era quella che era. A questa, invece, mancano ancora soluzioni diverse, mancano movimenti a sostegno dei centrocampisti, dargli opportunità di passaggio diverse: più movimento faranno i 4 davanti e più i difensori e i centrocampisti centrali potranno impostare con rapidità o efficacia, come visto nell’occasione dei due gol contro il Benevento. Ma il pallone è ben incamerato con tassi altissimi di riuscita nei passaggi.

Quella era una squadra molto più cinica, a tratti disordinata, con tante improvvisazioni, che lavorava molto sul contropiede (anche perché aveva dotazione utile per lo sfruttamento dello stesso), mentre questa è più manovriera, ragiona di più, a volte anche con troppa insistenza. Alcune scelte di Spalletti sono dovute chiaramente a una mancanza di alternative: fatta eccezione per Perisic, non c’è grande possibilità di inventarsi contropiedi e puntarci su tutto. Non solo, anche il lancio lungo è meno interessante, perché Icardi non è uno di quegli attaccanti che tiene lì i palloni… e anche se questa caratteristica è condivisa tra le due squadre, Icardi faceva un lavoro diverso che solo adesso sta esplorando nuovamente.

Per il resto, soprattutto a metà campo, è proprio diversa la “dotazione”: nel video sopra abbiamo visto uno dei problemi di Kondogbia nell’impostazione del gioco. L’Inter di Mancini fu in grado di mettere insieme uno dei centrocampo-horror più brutti e male assortiti mai visti in circolazione, con il terzetto Medel-Melo-Kondogbia, anche se la base iniziale era con Guarin (16 presenze prima della cessione) , mentre una delle variazioni era con Gnoukouri (Atalanta, prima di campionato). Oggi il peggior centrocampo è infinitamente migliore di quello.

Il terzetto di cui sopra, visto in campo col Torino, fu comunque in grado di portare la squadra alla vittoria (con gol proprio di Kondogbia).

Ma non era questione di vincere o meno, si trattava semplicemente di prospettive: quella squadra non ne aveva.

A quel tempo ero uno dei pochi a dire che con quelle premesse sarebbe stato difficile tenere quel passo. Quello che abbiamo visto a partire da Lazio in poi ci racconta di una squadra che non ha saputo più ritrovarsi, tanto da realizzare meno punti (31) nelle ultime 22 di quante non ne avesse totalizzati nelle prime 16 (36), con due medie totalmente diverse: 2,25 a partita (proiezione di 85 punti a fine campionato) e 1,4 (53 punti se “spalmato” su tutti il campionato).

Ma quanto è lecito “dividere” queste due parti? Il campionato non è uno solo? E figuriamoci se non è uno, ma i due trend sono talmente diversi da far fare riflessioni più profonde. All’Inter della seconda parte mancarono clamorosamente delle cose, ma soprattutto quella particolare aggressività/voglia/determinazione che le aveva consentito di andare oltre le proprie possibilità nelle prime 16: è questo l’unico aspetto che ruberei a quell’Inter e metterei a questa, troppo spesso abituata a “mollare” (per citare D’Ambrosio) anche all’interno del singolo match. Ma è un aspetto troppo volatile, soprattutto in squadre che non devono competere per il primo posto o per grandi sfide di Coppa che aiutano ad alzare la tensione.

A quella mancarono anche la coesione di spogliatoio (qualcosa pre-Lazio era rotto, era evidente), c’era molta più confusione anche in società con un passaggio in corso, e dal punto di vista tattico non c’era una direzione univoca.

Insomma, pur con i già esplorati e rivisti difetti di quest’anno, le due squadre sembrano avere nature e identità profondamente diverse.

Su quella non avevo fiducia e non avrei scommesso un centesimo per il terzo posto. Quest’anno l’obiettivo è il 4° ma aumentano le contendenti, si è aggiunta (purtroppo) una Lazio molto ben messa in campo, efficace e dal buon potenziale, che ha avuto anche la capacità e la fortuna di trovare piccole gemme con un mercato non trascendentale.  Certo, da questo punto di vista l’ambiente è diverso: ricordo cosa si diceva l’anno scorso di Luis Alberto, ma alla Lazio ha avuto la serenità di crescere un anno, di certo aiutato anche dal costo contenuto (sui 5 milioni), e adesso è un giocatore utilissimo.

Quanto fiducia possiamo avere in questa squadra?

Ce lo diranno soprattutto le prossime partite. Anche col Benevento è rimasto intatto il trend di concedere troppo all’avversario in termini di occasioni da gol: è questione di forma? Qualcosa sembra essere calato nella brillantezza, chissà, magari dovuto a una calibrazione diversa della preparazione post uscita dei calendari. È un problema di testa? Di concentrazione? Di stimoli?

Lo vedremo nelle prossime due dove ci sarà possibilità di testare tutti gli aspetti: nel derby e contro il Napoli.

Anche perché già il derby potrebbe segnare la prima vera grande differenza dal punto di vista proprio emotivo. L’Inter di Mancini incontrò, proprio all’ottava giornata, la Juventus in piena crisi di identità e di risultati. Si parlava di Allegri in uscita, di mercato sbagliato, era una squadra in difficoltà, chiara e inequivocabile. L’Inter di Mancini giocò quella partita, a Milan, con il semplice obiettivo di uscire indenne: arrivò in porta appena 2 volte, subì discretamente i bianconeri (5 tiri in porta, 5 fuori, con 7 occasioni da gol) e un gioco “alla sparagnina” (condito da circa il 14% di lanci lunghi sul totale). Fu la certificazione di una squadra che stava improvvisando e viveva alla giornata. Una sconfitta della Juventus avrebbe proiettato i bianconeri a -11 e un campionato totalmente diverso… che sliding door!

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Anche stavolta, sempre a metà ottobre e sempre all’ottava, l’Inter incontra un avversario diretto in piena difficoltà, in chiara e inequivocabile crisi di identità. È una di quelle rare eccezioni a tutti i discorsi fin qui fatti: la vittoria è l’unica strada, costi quello che costi. Perché eliminerebbe definitivamente i rossoneri dal lotto delle contendenti alla Champions, con tutto quello che ne deriva.

L’Inter saprà già i risultati di Juventus-Lazio e Roma-Napoli ma non dovrà farsene condizionare. Un’altra delle lezioni di quel campionato 2015-2015* (cit.) è proprio questa: quando puoi “matare” un avversario diretto non puoi, non devi, non ti è concesso esitare.

Nel frattempo godiamocela così, dall’alto, anche se non troppo: il fantasma della stagione 2015-2015* (ri-cit.) aleggia lì, sempre alle spalle del buon Luciano, il nostro “different one”: che potrebbe godersi di più questo momento, se lo meriterebbe anche. Se non fosse per quel Mancini lì…

Anche se su un aspetto ci piacerebbe che questa Inter somigliasse alla sua due punti il piazzamento finale, se non più in alto.

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