Brozovic infortunato: Spalletti, perché non cambiare?

Marcelo Brozovic non sarà tra i calciatori che disputeranno il derby. O almeno non dovrebbe. Secondo il comunicato stampa ufficiale si tratta di una “lesione del muscolo soleo sinistro“, senza nessuna precisa indicazione di che genere di lesione si tratta.

Il soleo è uno dei muscoli del tricipite della sura, quello che noi chiamiamo volgarmente “polpaccio”, assieme ai cosiddetti “gemelli”, che formano la parte più evidente del muscolo (tanto da far dire spesso che il “polpaccio” è costituito solo dai gemelli). È un infortunio raro, essendo in genere un muscolo forte (è un muscolo di resistenza), ma che ha due funzioni importantissime: è il responsabile della flessione della caviglia e aiuta il pompaggio del sangue verso il cuore. È anche un infortunio infido, perché una cattiva guarigione dallo stesso può, alla lunga, comportare problemi al tendine d’achille, sul quale si inserisce (assieme ai gemelli). Qui potete leggere il comunicato ufficiale:

Bisognerà recitare  le preghierine per altre 10 ore scarse vista la rosa ristretta che Spalletti è costretto a farsi piacere.

Per Brozovic qualcuno se ne è rammaricato, se ne rammarica e continuerà a farlo fino al giorno del derby e anche oltre nel caso in cui l’Inter non dovesse ottenere un risultato positivo.

A questo punto, però, interviene la statistica a darci un minimo di conforto: Brozovic, da quando è all’Inter, non ha mai fatto gol in due partite consecutive e soltanto due volte è riuscito a essere determinante in due sfide ravvicinate. Le eccezioni: dal 7 al 20 febbraio 2016, in cui fu protagonista di un gol (contro la Fiorentina) nel bel mezzo di due partite con assist (Verona e Sampdoria); ottobre 2016, assist con Atalanta e Torino.

Fatta la tara a quella che mi auguro leggiate come battuta, pur condita da verità statistiche, è interessante notare che l’infortunio di Marcelo potrebbe non essere un così grande problema.

Anzi.

Vuoi vedere che Spalletti ha avuto il suo colpo di fortuna?

A ben vedere, soprattutto nel calcio moderno, molte delle soluzioni tecniche e tattiche più osannate sono arrivate per questione di fortuna, di opportunità, di casualità… per tutte ragioni, insomma, che sono lontane dalla volontà e dai progetti del tecnico. Facciamo degli esempi pratici.

Forse il più clamoroso di tutti riguarda Andrea Pirlo, trequartista nella testa ma talvolta costretto a girovagare anche sulle fasce, o da interno, a causa di una malattia degli allenatori di Coverciano: quella, cioè, di non sopportare granché i giocatori di talento (vedi, a mero titolo esemplificativo, il rapporto di Sacchi con Baggio, Mancini o Van Basten), forse perché sono un costante rimprovero alla loro rigidità mentale, chissà.

La storia purtroppo qualche volta è molto cruda e bugiarda, lascia che i veri meriti (o demeriti, dipende) vengano attribuiti un po’ a casaccio. Come nel caso di Pirlo nel ruolo di regista. Andrea era stato acquistato dall’Inter, poi mandato in prestito alla Reggina dove aveva fatto anche bene; infine era tornato in nerazzurro all’inizio della stagione 2000-2001… quella maledettissima stagione che vide sulla panchina nerazzurra due che non avrebbero dovuta vederla neanche col binocolo. Ma tant’è, Pirlo entra in questo tritacarne e, fortuna sua, ne esce a gennaio andando in prestito al Brescia di Carlo Mazzone.

Ed è proprio di Sor Carletto l’idea di arretrarlo di 15 metri, facendogli fare il regista: un po’ perché a lui piacevano i centrocampisti tecnici, un po’ perché magari non aveva grande scelta (e lo convinse dicendogli che sarebbe stato il suo Falcao). Forse doveva bastare quel conosciutissimo lampo di classe che vide Pirlo protagonista di un lancio da 40 metri per Baggio, che segnò un gol splendido contro la Juventus… ma, nonostante il settimo posto del Brescia, evidentemente non così all’Inter, non soprattutto a uno come Hector Cuper, non per una squadra che aveva anche da dare un occhio al bilancio e che forse non poteva rinunciare a una plusvalenza mostruosa per quegli anni.

In realtà non bastava neanche per quel Milan al quale approdò nel giugno 2001, comandato da un Terim mai perfettamente a suo agio a Milano. Per Pirlo stillicidio di panchine. Cambio di allenatore, subentra Ancelotti: ma per ritrovare Pirlo regista ci vuole l’anno successivo e le sfortune fisiche di Gattuso e Ambrosini. Se poi sia stato lo stesso Pirlo a suggerire il cambiamento ad Ancelotti oppure se fu Mazzone a chiamare l’allenatore di Reggiolo è solo un dettaglio in più.

Tempi più recenti. Il Napoli è passato da Benitez a Sarri, due allenatori che soffrono di una certa rigidità tattica: per lo spagnolo certamente il più grande limite. Il progetto di Sarri nasceva come la fotocopia di quello dell’Empoli, anche con Valdifiori nel ruolo di faro. Le cose non vanno granché bene all’inizio: sconfitta col Sassuolo, pareggio con Sampdoria e Empoli. E proprio in quel periodo viene investito da una ondata di critiche a seguito dell’espressione “Napoli non è ancora Empoli, ma grazie a me lo diventerà fra tre anni“.

Forse fu proprio quel sentirsi “aggredito” a consigliargli di assecondare i suggerimenti che gli arrivavano da più parti, ovvero di passare al 4-3-3. Ma la mano della fortuna gli si è posata sul capo nel periodo forse peggiore della gestione Mertens/Insigne, quando soprattutto il calciatore napoletano era sembrato implodere, accartocciarsi su sé stesso, diventato improvvisamente invisibile in campo e irriconoscibile. Ricordo che proprio il giorno di quel match tra Polonia e Danimarca (sempre nazionali, sempre ottobre) avevo letto un articolo che parlava di un rinnovo lontanissimo per Insigne.

Milik si fa male tra due sconfitte (Atalanta e Roma). Al netto degli esperimenti per inserire Gabbiadini (prima e dopo) la soluzione arriva un paio di partite dopo, proprio contro l’Empoli contro cui schiera il tridente Insigne, Callejon e Mertens, con quest’ultimo nel ruolo di centravanti: e il Napoli traballante di inizio stagione (14 punti in 8 partite, 1,75 a partita) chiude il campionato con altre 30 partite condite da solo 2 sconfitte e 6 pareggi (2,4 a partita).

Altro esempio, per certi versi anche più lampante degli altri perché riguardante un calciatore di fatto insostituibile o quasi, non tanto (esclusivamente) per ragioni di qualità, ma soprattutto per il peso specifico del personaggio: Gareth Bale.

Il gallese è sempre stato relativamente fragile: l’unica stagione senza infortuni è stata quella del 2010. Il primo lungo infortunio dell’ultima stagione (febbraio 2016) porta Zidane a esplorare per qualche partita il 4-2-3-1, ma non è un cambio decisivo. Il secondo lungo infortunio (dicembre 2016-gennaio2017) porta altri esperimenti ma la base rimane sempre il 4-3-3. Quando, però, ad aprile 2017 si ferma ancora, infortunandosi definitivamente col Barcellona, a Zidane si offre un’idea che risulterà decisiva: rombo con Isco trequartista libero di svariare ma con l’obbligo di aiuatare (e molto), come un novello Zidane madrileno. Così col Bayern Monaco, con Modric e Isco a fare da elastico tra i loro ruoli d’attacco nel 4-3-1-2 e quelli di difesa in quello che si chiudeva spesso come un 4-4-2:

Questa mossa tattica sarà assolutamente decisiva per vincere la Champions League.

Insomma, tre esempi importanti, che  hanno fatto storia in piccolo o grande, individuale, di squadra e anche oltre, per dire che qualche volta gli inciampi della fortuna possono avere risvolti positivi perché ti costringono a esplorare soluzioni fin lì usate poco o, addirittura, neanche prese in considerazione.

Qui subentra, però, l’altra faccia della medaglia: gli allenatori e i calciatori devono sapere approfittare di queste occasioni, sia per coraggio di osare e uscire dagli schemi (gli allenatori) sia per mettersi in gioco e dare qualcosa in più del solito (i calciatori).

E Spalletti?

Con l’infortunio di Brozovic, la prima idea sarebbe quella di inserire Joao Mario. Soluzione persino fisiologica, tenendo conto che il portoghese sarebbe addirittura il naturale candidato alla titolarità: è quello che ha più minuti in campo, in queste prime 7 partite, come trequartista.

Joao Mario, però, non sembra essere ancora entrato nei meccanismi di Spalletti e, aspetto più importante, sembra essere più determinante entrando a gara in corso che non dal primo minuto.

A Spalletti, però, si offrono tre alternative importanti.

Nel caso in cui volesse tenere il 4-2-3-1, potrebbe inserire uno tra Eder e Candreva alle spalle di Icardi; nel caso in cui scelga la seconda via, Joao Mario potrebbe giocare largo a destra come successo spesso in Portogallo e nella nazionale.

Il terzo candidato, come illustrato nell’approfondimento precedente, potrebbe essere Vecino, con alle spalle Gagliardini e Borja Valero.

Ma questa soluzione apre le porte a uno scenario tattico che ho reputato essere più naturale del 4-2-3-1: virare sul 4-3-3 usando quella che io chiamo la “logica del cuoco”: se non hai l’ingrediente essenziale per un piatto, non preparare quel piatto.

Appare chiaro che, con questa logica, Spalletti non avrebbe mai inventato Nainggolan trequartista né Totti falso nueve, e appare molto chiaro che Spalletti usa il 4-2-3-1 anche perché pensa gli possa garantire maggiore copertura, benché al momento non risulti del tutto vero in fase di transizione negativa. Ma con Milan e Napoli avere maggiori copertura e densità a metà campo potrebbe risultare un vantaggio non indifferente, sia in fase difensiva sia per liberare gli esterni da un eccesso di compiti difensivi, soprattutto Perisic.

Nessuno ci garantisce che sia la strada migliore o che sia una soluzione… e, anche se lo fosse, come dice una delle leggi di Murphy (conoscete le Leggi di Murphy? No? Male, malissimo: cercatele su internet): “ogni soluzione genera nuovi problemi”. Potrebbe, però, essere un’alternativa alla difficoltà tattica dell’Inter nel portare un certo tipo di pressing, oltre che una variante interessante negli schemi che talvolta rischiano di appiattirsi come abbiamo visto soprattutto nelle ultime 4 partite.

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Insistere con il 4-2-3-1 avrebbe due soli grandi e innegabili vantaggi: in termini assoluti, significherebbe giocare con un modulo già digerito e mandato a memoria, collaudato e senza sorprese; nella partita contro il Milan, in più, metterebbe un uomo in “zona-Biglia”, l’unico vero organizzatore del gioco dei rossoneri. In quel caso, però, c’è una sola chance per ragioni di passo: Eder.

Sottolineato ciò, e soprattutto in attesa di capire la reale importanza di Cancelo e Dalbert, che potrebbero dare iniziali soluzioni come ali piuttosto che come terzini, il 4-3-3 fornirebbe ai titolari l’ambiente ideale in cui esprimersi secondo le proprie qualità, cosentendo a Vecino di rimanere in zone dove può ricevere molti palloni: è il centrocampista nerazzurro con più passaggi e sul quale la manovra finora si è appoggiata.

A quanto pare Spalletti ha già preso in considerazione questa possibilità e chissà che non sia la volta buona. E magari un giorno ci guarderemo indietro e guarderemo a questo infortunio come a una grande opportunità di cambiamento…

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