L’Inter e i suoi buoni 10+2 motivi per vincere il Derby

Ci viene il dubbio: ma davvero è necessario avere qualche altro buon motivo per vincere il derby?

La risposta è senza dubbio “sì”.

Anzitutto va detto che c’è un motivo di base: se non fosse così non avremmo usato l’aggettivo indefinito di cui sopra. Il motivo numero zero, quello che basterebbe da sé, è che il Derby è il Derby, con l’iniziale maiuscola, quella partita che dovrebbe essere già motivazione sufficiente, sollecitazione che non avrebbe bisogno di aggiunte o spinte  ulteriori.

Il Derby, ed è una regola che vale più o meno per tutti i Derby, è un piccolo scudetto all’interno della stagione: è “la” partita. Qui qualcuno può storcere il naso, dire che contano solo i titoli oppure indicare altre rivali… in realtà un’altra soltanto, ovvero la Juventus. Benché sfida dal grande fascino e dalla tensione emotiva fortissima che è diventata persino “hors categorié” dopo il 2006 e calciopoli, il derby rimane partita unica, a sé stante, dal fascino incomparabile e che conserva la sua dose di significato a prescindere da quello che racconta o racconterà un campionato.

Lo dimostrano anche i numeri: quasi 5 milioni di incasso e uno stadio tutto esaurito che sarà una pentola a pressione pronta a scoppiare ad ogni occasione da gol.

Insomma, il Derby è il Derby e questo è il motivo numero zero, quello che dovrebbe bastare da sé. E i derby si

Numero 1

Perché vincere aiuta a vincere. Ricordate? Ritorna quel mantra tanto ripetuto nella scorsa stagione ad ogni inceppamento della volontà dei calciatori interisti. La vittoria è spesso anche uno status mentale, una dimensione dell’essere che incide sulla volontà, sulla capacità di andare quel quid oltre le proprie potenzialità che talvolta diventa decisivo; è la migliore benzina possibile per i muscoli, aiuta a giocare meglio, a tenere buono lo spogliatoio, a dare sicurezze. Si deve vincere perché vincere è salutare.

Numero 2

Salutare bis, ma stavolta si saluta il Milan. Questa è una di quelle partite che non capitano, ovviamente, due volte in una stagione, a meno di qualche strana casualità che riporti al ritorno le cose così come stanno oggi: l’occasione per mandare all’inferno il Milan, in un girone tutto speciale fatto di programmi mandati all’aria, di difficoltà tattiche e tecniche, con un allenatore sulla graticola, uno spogliatoio che non potrà non risentire del colpo.

E non è solo questione di campo: un Milan a -10 a sole 8 giornate dal via significherebbe anche mettere in discussione tutta la strategia societaria, i plenipotenziari Fassone e Mirabelli, la campagna acquisti tanto strombazzata…

Numero 3

Perché questa estate è stata una tortura insopportabile. Era già atmosfera pesante, dovuta all’abile manipolazione di molti media che hanno vergognosamente fatto pressione sulle attese dei tifosi nerazzurri, salvo poi doversi accorgere che il fair play finanziario è sempre lì a ricordarci le cose che si possono e non possono fare, e certe cose, no, non si potevano fare. Ma dall’acquisto di Bonucci in poi è stato un continuo succedersi di drammi uno dopo l’altro, uno stillicidio di sofferenze sui social, con tanti suicidi di massa ripetuti (bella contraddizione eh?) un giorno sì e l’altro pure.

Il Milan aveva ribaltato il campionato, fuoriclasse a destra, fuoriclasse a sinistra, il top player che sposta, il turco che calcia come nessuno, Musacchio come Nesta, Biglia come Pirlo e via sproloquiando.

Sai anche che soddisfazione ricacciargli in gola due mesi e mezzo di chiacchiere?

Numero 4

Sempre Fassone, sempre Mirabelli. Che parlano, parlano moltissimo… a memoria non ricordo dei dirigenti così attivi, così mediatici, così autoreferenziali, così mediaticamente esposti talvolta con una frequenza oltre i limiti dell’imbarazzante. E, quando parlano, lo fanno spesso citando l’Inter, la proprietà, il mercato, i debiti. Lo ha fatto Fassone, lo ha fatto Mirabelli, lo ha fatto Montella che però poi si è dimenticato del Fair Play Finanziario quando da spiegare c’erano i conti del Milan.

Diamogli un’altra occasione, un’altra settimana per parlare di Inter. Con dolore e sofferenza.

Numero 5

Perché questo è il primo vero derby con le nuove proprietà e il primo mercato estivo fatto da entrambe in piena autonomia. L’eventuale vittoria avrebbe un’eco grandissima in Cina, con conseguenze positive sull’espansione commerciale.

Avrebbe, probabilmente, anche conseguenze negative una possibile sconfitta: e quale migliore occasione se non questa, se non oggi quando un Milan forse un po’ troppo presuntuoso nei progetti di crescita commerciale ha già perso due sponsor importanti?

“Matarli” anche dal punto di vista dell’immagine e dal punto di vista economico.

Numero 6

Perché il Derby, lo sappiamo, è una partita speciale. E in queste partite speciali non conta come giochi, non sono le partite giuste in cui fare filosofia e formulare nuove geometrie del “bel giuoco“: non è questa la partita in cui si deve crescere e, magari, alla fine dire che, sì, abbiamo perso però la strada è quella giusta, siamo migliorati nel gioco e abbiamo imparato qualcosa. La prima “scusa” è di Montella, la seconda della Juventus.

Per l’Inter i derby si vincono, non importa come.

Punto.

Numero 7

Lo abbiamo detto durante la sfida tra Juventus e Lazio: benché si goda sempre delle sconfitte bianconere, lo scenario che ci ha restituito la partita di Torino è il peggiore per l’Inter. Non si trattava di “tifare” Juventus, per definizione non è possibile: ma dopo un godimento di svariati minuti non resta che la riflessione più profonda e che arriva a maggio.

A meno di non credere ad un improvviso, imprevisto e difficile da immaginare crollo bianconero, è sulle romane che si deve fare la corsa e ogni punto guadagnato è manna dal cielo: i campionati si giocano su 38 partite, da agosto a maggio, e non conta se 3 punti in più o in meno arrivano a ottobre o a Aprile. Anzi, un eventuale -6 a ottobre avrebbe potuto segnare negativamente il resto di questa prima parte per i biancocelesti.

Invece no: per il 3° e 4° posto ci sono anche loro che stanno dimostrando di essere già squadra pronta, rodata, con filosofia chiara, identità e anche un buon gioco e anche efficace. Ricacciarli a -3 è doveroso.

Numero 8

Perché è la prima vera prova di maturità per questa squadra. Lo scontro diretto contro la Roma è arrivato ad agosto, troppo presto per potere davvero raccontare qualcosa di fondamentale sulla reale dimensione di questa squadra. Un po’ tutti l’abbiamo affrontata con quel pizzico di calviniana leggerezza in più che era dovuta alla consapevolezza di trovarsi di fronte un avversario più forte e, con ogni probabilità, destinato a stare davanti all’Inter in campionato.

Nessuno si aspettava niente e forse è stato uno degli aspetti decisivi nei 90 minuti.

Questa sfida, invece, arriva al momento giusto per raccontarci esattamente cosa è davvero l’Inter e che speranze si potranno nutrire per i prossimi mesi.

E le prove di maturità, si sa, non si possono sbagliare.

Numero 9

E qui entra in gioco anche la programmazione societaria. Del possibile mercato di gennaio parleremo in settimana, ma vincere partite come questa, restare vicino alla vetta più a lungo possibile, dimostrare di essere competitivi e riuscire a imporsi definitivamente come una contender può essere sprone già a gennaio per scommettere qualcosa in più in fase di mercato, piuttosto che limitarsi a puntellare la rosa, magari pensando che serva soltanto offrire alternative.

Trovarsi in alto potrebbe significare anche dare più garanzie di riuscita, più introiti, più appetibilità: il mercato ne gioverebbe certamente.

Numero 10

Perché la prossima sfida sarà contro il Napoli, tanto e giustamente osannato per il bel gioco, l’efficacia e tutto quello che sappiamo. Per affrontarlo potrebbe non bastare essere pronti, essere tutti e essere in forma: potrebbe essere necessario avere quella spinta in più dal punto di vista morale, avere in ballo qualcosa di più che dia motivazioni ulteriori.

Col grande, innegabile vantaggio che il Napoli sarà impegnato in uno scontro difficilissimo infrasettimanale. L’Inter potrebbe preparare bene la partita, col buon umore di una grande vittoria in saccoccia.

Non basta? 11esimo?

Vincere contro il Milan proietterebbe l’Inter come seconda in splendida solitudine, con il Napoli a un tiro di schioppo. Nessuno si illuda: anche se si facessero 6 punti in questi due match non cambierebbe la dimensione dei nerazzurri, ma è innegabile che diventerebbe una sfida per la testa della classifica. E, chissà, potrebbe persino dare una nuova conformazione al campionato, far partire una competizione diversa da quella che ci si aspettava

Ma ancora? 12esimo?

Il dodicesimo mi è particolarmente caro. Perché, lo sapete e ne abbiamo scritto, questo ha tutta l’aria di essere il primo vero anno zero dopo il Triplete e l’obiettivo della società è quello di costruire una grande squadra. Sappiamo che ci vorrà tempo e, mentre tutti strombazzavano numeri, cifre, acquisti, ambizioni, miraggi, in cerca di rubarvi uno o due click in più, su queste pagine più modestamente provavamo a raccontarvi la realtà, non più prosaica né più fascinosa di quella che era.

C’è, però, qualcosa che aiuta questa crescita; c’è un modo pratico, efficace, persino assicurato per dare a qualunque squadra una conformazione di “grandezza” in meno tempo. E questo modo consiste nel vincere le partite più importanti, più particolare, serve per darsi consapevolezza e autostima.

E il Derby coincide con tutti questi aspetti.

E allora?

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E allora attendiamolo con questa sottili ansia e trepidazione come non si sentivano da tempo. E poi giochiamolo, godiamocelo, ma soprattutto andiamo a vincerlo.

Perché il Derby è il Derby e questo è il motivo numero zero, quello che dovrebbe bastare da sé.

E i derby si vincono, non importa come. Si vincono. Punto.

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