Il senso nascosto di Napoli-Inter

Per l’Inter è tempo di chiudere la parentesi Derby, o almeno lo è per i suoi tifosi, visto che la squadra ha, ovviamente, già superato l’ebbrezza di quella vittoria e, chissà, magari guarda appena con un leggero sorriso l’indugiare dei fan sui social sulla partita di domenica scorsa che ha mandato in tilt i cugini e tutti i loro piani.

A Napoli, invece, la bella vittoria contro la Roma è evaporata molto, molto prima, perché c’era da affrontare una grandissima sfida, in un contesto che per l’Inter, al momento, è solo un miraggio. Proverò a sviscerare la partita in quanti più aspetti possibili, dalle statistiche alle tattiche, tempo permettendo, perché oggi è già giovedì e la partita è sabato. Ma già oggi è possibile chiedersi quale sia la reale importanza di questa partita, cosa potrà dire al campionato e al futuro a breve e medio termine di entrambe.

La sfida tra le due squadre arriva in un momento particolare. L’aspetto più evidente è quello sorprendente delle due squadre di vertice, ma la sorpresa non dipende tanto dai partenopei, veri e conclamati contender per lo scudetto, bensì dai nerazzurri che stanno letteralmente volando al di sopra di ogni più rosea aspettativa.

Ma c’è dell’altro?

Napoli-Inter, però, ha a che fare con un aspetto che ho personalmente sempre tenuto in grande considerazione: l’insistenza su determinati valori, sull’idea di squadra a breve termine che si basa sull’idea di quella a medio termine (e non viceversa), la cosiddetta consistenza del progetto.

L’Inter nel 2015-16 aveva in panchina Roberto Mancini, un cavallo ronzino (è una battuta eh… fan di Mancini, vi prego, non scaldatevi troppo) di ritorno che era stato ingaggiato per quella illusione restituitaci dal passato secondo la quale prendere Mancini significava garantirsi risultati sicuri. Era un’illusione, come abbiamo visto, e il perché lo fosse è piuttosto semplice: l’idea di quella squadra si basava su nulla di diverso dalla ricerca esasperata del risultato a tutti i costi, ad ogni modo, tutto e subito.  L’Inter non è praticamente mai stata una squadra da “progetto”, anche se qualche tiepido abbaglio di progetto si è visto nel corso di questi anni, purtroppo mandato al macero talvolta ancora prima che si piantassero i suoi semi.

Il Napoli ci ha provato a giocare a “scavalco”, prendendo Benitez al posto di Mazzarri, pensando che il Napoli fosse già maturo per andare oltre e forse sottovalutando il fatto che allenatori come Mazzarri difficilmente lasciano qualcosa di davvero usabile in eredità a quelli che li seguono (vale anche per l’Inter, purtroppo)… e vi stoppo subito: chi osa accennare al fatto che questo Napoli discende da quello di Mazzarri verrà lapidato in pubblica piazza. A Benitez il Napoli non rattoppa, bensì oppone un concetto che il tempo ha dimostrato vincente.

E lo si fa in quel 2015-16 che vede Mancini in sella già da qualche mese e che vede anche sbagliare due campagne acquisti che così economiche non erano, anzi. Il Napoli sceglie Sarri, qualcuno pensa sia una sorta di disarmo, altri parlano di progetto più a lungo termine, c’è chi sosteneva fosse l’allenatore sbagliato e ci sono pochi, pochissimi, che invece ci credono fortemente. Tra gli altri, cito Maurizio Pistocchi perché, leggendolo, mi incuriosiva questa suo pervicace sostenere Sarri:

Beninteso, il calcio parlato/scritto è fatto di tante piccole/grandi scommesse che tutti, me compreso, facciamo ogni giorno, a prescindere dal ruolo e dove ci esprimiamo: lo facciamo davvero tutti. Nel mio caso, per esempio, per ogni Quaresma o Podolski che ho azzeccato c’è sempre qualche Suazo o Zarate a rimproverarmi l’errore di valutazione. Non ci sono santoni infallibili, insomma, da nessuna parte.

Ecco, il 2015-16 è un anno cruciale nell’evoluzione societaria di entrambe le squadre: l’Inter prova la via più breve, il Napoli quella che sembra più lunga. Il campionato ci dirà che era solo apparenza.

E le due squadre non possono che essere diversissime nel concetto, nell’applicazione, nella filosofia: sono l’esatto opposto, segno + per uno, segno – per l’altro… scegliete voi a chi affidarli.

In quella stagione, Inter e Napoli si affrontano per la prima volta, sempre al San Paolo, a fine Novembre (il 30, per essere esatti), quando cioè l’Inter aveva già mostrato accenno di declino… “prospettico” e il Napoli invece aveva risolto buona parte dei suoi problemi iniziali. Già, perché l’inizio del Napoli non fu affatto semplice, come abbiamo raccontato qualche giorno fa.

Il progetto di Sarri nasceva come la fotocopia di quello dell’Empoli, anche con Valdifiori nel ruolo di faro. Le cose non vanno granché bene all’inizio: sconfitta col Sassuolo, pareggio con Sampdoria e Empoli. E proprio in quel periodo viene investito da una ondata di critiche a seguito dell’espressione “Napoli non è ancora Empoli, ma grazie a me lo diventerà fra tre anni“. Forse fu proprio quel sentirsi “aggredito” a consigliargli di assecondare i suggerimenti che gli arrivavano da più parti, ovvero di passare al 4-3-3. Ma la mano della fortuna gli si è posata sul capo nel periodo forse peggiore della gestione Mertens/Insigne, quando soprattutto il calciatore napoletano era sembrato implodere, accartocciarsi su sé stesso, diventato improvvisamente invisibile in campo e irriconoscibile.ilMalpensante.com

C’era chi ci credeva poco, ammetto, anche se per me era essenzialmente una questione di prospettive e di ambizioni. Sarri ha cominciato con l’idea che quel Napoli doveva diventare una “replica dell’Empoli”, che dimostravano le parole proprio dopo la partita contro la sua ex squadra. C’era chi ci credeva ciecamente:

Sarri passa al 4-3-3 e la storia effettivamente cambia, radicalmente. Al punto che dell’irriconoscibile Napoli delle 3 partite iniziali non c’è più traccia e, alla famosa 14esima giornata di campionato, la classifica così raccontava: Inter 30, Napoli e Fiorentina 28, Roma 27, Sassuolo 22, Juventus 21. Il Napoli vincerà quella partita, non senza una dose sostanziosa e sfacciatissima di fortuna: Nagatomo si fa espellere al 43esimo del primo tempo per doppio giallo (il secondo, a dire il vero, una letterale invenzione di Orsato) ma, nonostante l’inferiorità numerica, i nerazzurri soprattutto un fenomenale Ljajic che fa la partita della vita, segnando anche il raddoppio. Non è tutto: nell’ultimo minuto l’Inter prende due pali, uno con Jovetic (errore suo) e uno con Miranda (paratona di Reina).

Una partita piuttosto strana, con sostanzialmente le stesse occasioni per parte (le statistiche dicevano 10 tiri a testa, 8 occasioni da gol a 7), che lanciava il Napoli come reale candidata allo scudetto, ma lasciava qualche ombra alle ambizioni dei partenopei. Ma non troppo.

Sarri, però, quel giorno scese in campo con questa formazione: Reina, Hysaj, Albiol, Koulibaly, Ghoulam, Allan, Jorginho, Hamsik, Callejon, Higuain, Insigne.

L’Inter con Handanovic, D’Ambrosio, Miranda, Murillo, Nagatomo, Guarin, Medel, Brozovic, Perisic, Icardi, Ljajic, schieramento speculare.

Avete già notato? Se Insigne dovesse stare bene, la probabile formazione del Napoli per sabato sera è in sostanza la stessa che affrontò l’Inter nel 2015; per l’Inter, invece, i papabili titolari sono 6/11esimi, quasi metà squadra… considerando anche che la presenza di Nagatomo somiglia a quella macchia persistente che provi a toglierti dai vestiti e invece ti rimane sempre: in corsia di cessione per tutta l’estate è rimasto, anche se per adesso si sta mostrando discretamente utile in attesa della crescita di Dalbert.

Il Napoli nel 2015 era l’outsider, la scommessa che quasi nessuno avrebbe fatto: l’anno prima aveva chiuso a 63 punti e 5° in classifica, con 70 gol fatti e 54 subiti, chiuderà con 82 punti, 80 gol fatti e 32 subiti. Era, quindi, la squadra che aveva piantato i semi giusti e fissato bene i paletti per il medio termine, provando a far somigliare il Napoli dell’oggi a quello del futuro, ritrovandosi improvvisamente bella e in gran parte più compiuta dell’atteso; l’Inter, invece, viveva di improvvisazione e quel “tirare a campare” che dopo la Lazio ha portato ad un finale di stagione disastroso.

Il Napoli sceglieva un allenatore e un modulo di gioco che tutt’ora sono immutati; l’Inter invece è passata da Mancini a De Boer a Pioli e finalmente a Spalletti, con moduli diversi (quella di Mancini ne esplorò almeno 6!) e calciatori diversi: il lascito rimasto per Spalletti non è gran cosa, al punto che oggi nessuno ha dubbio nell’affermare che il vero top player sia proprio l’allenatore, in grado di cambiare molte cose in poco tempo.

Con quella vittoria, il Napoli passò in testa alla classifica e sembrava quasi una casualità: ci si sbagliava quasi tutti, visto che in due anni sono arrivati un 2° e un 3° posto e oggi questo Napoli è ammirato praticamente ovunque.

Questa è una sfida, insomma, che potrebbe essere raccontata in futuro come l’esempio perfetto tra società che investono oculatamente o meno, che scelgono con attenzione o meno; può essere di insegnamento a allenatori e presidenti, a calciatori e tifosi.

Ma Spalletti come si inserisce in questo discorso del “progetto”? Non fatemi ripetere, ve l’ho scritto qui un mese e mezzo fa circa:

L’Inter e il suo 7° anno zero: è la volta buona?

E oggi?

Quale che sia il risultato, è improbabile che la partita cambi le sorti del campionato di Inter e Napoli: la seconda continuerà a lottare per lo scudetto, l’Inter proverà a lottare per restare più in alto possibile perché questo l’aiuterebbe a raggiungere l’unico vero obiettivo stagionale, che è il 4° posto. Insomma, non è il Napoli l’avversario stagionale dei nerazzurri… il che non significa che si debba prendere la sfida alla leggera o partire già battuti.

Si giocano tutte e 38 le partite, pesano tutte allo stesso modo (fatta eccezione per gli scontri diretti con quelle che sono le più probabili avversarie per il 3°/4° posto), e quindi non si molla di un centimetro e mi auguro che si renda la vita difficile anche a Sarri & co. Le prospettive possono, invero, cambiare solo in due casi e cioè se una delle due squadre vince in maniera netta, clamorosa, inaspettata. Ma qui si entra nel campo dell’imponderabile.

Per il Napoli sarà una (non troppo grande, a dire il vero) prova di maturità a stretto giro dopo Roma e Manchester City. La squadra di Sarri è cambiata, quasi impercettibilmente, ma è cambiata e ne parleremo già da domani. La partita con l’Inter potrà e, per chi tifa Napoli, dovrà raccontare quanto ha appreso la regola più importante per vincere questo campionato. E cioè che per vincere non devi essere per forza bello, magari vincere 1-7 col Bologna o 0-5 col Genoa o 5-3 col Torino e poi impantanarsi 3-3 con la Fiorentina o 1-1 col Palermo o 2-2 col Pescara.

Negli ultimi 5 anni (ma è statistica che, ci scommetto, ritroveremmo per molti più campionati) solo 2 cose sono state replicate in vetta: il nome della vincitrice e il fatto che a vincere sia stata sempre la squadra con meno gol subiti. Quella che ha segnato di più, invece, ha trionfato soltanto 2 volte: Juventus 2013-14 e 2014-15. L’anno scorso, Roma e Napoli hanno depotenziato anche il fattore “differenza reti”, realizzandone una migliore rispetto ai bianconeri vincitori.

Facendo la media, le prime 6 posizioni negli ultimi anni sono in ordine corrispondente per punti e gol subiti, non così per gol fatti, dove gli exploit delle terze e delle quinte ha portato a medie per certi versi sorprendenti:

Pos. GF GS
1
75 23,6
2
73,8 32,4
3
78,4 39,2
4
62 42,6
5
65 46,2
6
59,4 46,8

 

Il Napoli sembra avere imparato la lezione: se c’è da scegliere tra efficacia e bellezza, oggi sa puntare alla prima perché adesso le ambizioni sono molto più chiare che nel recente passato. E i nerazzurri potranno essere un ottimo banco di prova da questo punto di vista, soprattutto quell’allenatore, Spalletti, che negli ultimi due campionati di Serie A ha lasciato a Sarri un solo match, mentre ne ha vinti 2 (errata corrige: in una c’era ancora Garcia in panchina) e pareggiato l’altro, con 5 gol fatti e 3 subiti, tutti nella scorsa stagione. Ma questo è argomento di approfondimento tattico.

Se per Napoli è una tappa, pur importante, all’interno di un percorso di crescita, per l’Inter potrebbe accadere che abbia un significato più profondo nel medio termine, quello che si augurano tutti i suoi tifosi: essere per l’Inter quello che fu Napoli-Inter del 2015-16 per i partenopei, con o senza fortuna, con o senza espulsioni e pali. La partita che ti regala l’ultimo colpo di martello per dare all’opera in costruzione un aspetto chiaro e riconoscibile: tanto lavoro ci sarà da fare, limature, dettagli e quant’altro, ma domenica mattina ci sveglieremo con le idee più chiare e chissà con quale sorpresa in saccoccia.

Per Napoli racconterà più del suo presente, per l’Inter ci si augura che dica molto, e bene, del suo futuro, anche più prossimo.

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