Vista #NapoliInter: i pregi e i (pochi) difetti del Napoli

Eccoci al grande giorno della sfida per la testa della classifica. Fa un po’ strano dirla così e, fatta una leggera pausa, ti ritornano in mente quelle sfide fine anni 80 in cui a Napoli c’erano Maradona e a Milano c’erano Matthäus. Eh? Come dite? Dovrei usare il singolare? Macché, macché: quando ci si trova con personalità e fuoriclasse così debordanti in questi casi si usa il plurale e dio solo sa quanto pagherei per averne uno, singolare… significa anche metà, 1/3, un pezzo, qualcosa di Matthäus oggi in squadra. Calciatori che hanno inciso ovumque: in quell’arco di tempo Germania e Argentina disputarono due finali mondiali (Messico ’86 e Italia ’90) e c’erano i Maradona e i Matthäus a giocarla e spartirsi il bottino, pur senza diventare protagonisti nei tabellini (a Lothar, nel 1986, fu persino chiesto di marcare Diego…).

Ma non è di loro che si tratta qui e la memoria ha deciso di farsi burle della contingenza di oggi, in cui le due protagoniste non hanno quella dimensione di quel tempo. Il Napoli ci sta arrivando, con pazienza e un lavoro certosino e costante; l’Inter potrebbe aver posto le basi quest’anno per tornare ai posti che le competono.

Oggi, però, e oggi come due anni fa quando in panchina c’era ancora Mancini e c’era… ancora Sarri, Napoli-Inter è una partita tra prima e seconda in classifica, ma a parti invertite: quale che sia il risultato, le prime due rimarranno loro. Se ve lo siete persi, ecco l’approfondimento più “storico”:

Il senso nascosto di Napoli-Inter

I pregi del Napoli

Provare a spiegare una squadra così complessa come il Napoli è esercizio difficile che meriterebbe spazio e tempo che non riusciremmo ad avere… nonostante abbiamo la fortuna di potervi ammorbare con 3mila parole e spicci e non avere un redattore sulla testa a dirci “taglia! Taglia che il lettore poi scappa”. Oh, se scappate sono fatti vostri. Noi, però, ci proviamo facendo diversamente dal solito: ci buttiamo sul più caleidoscopico dei brainstorming.

Come già detto in più occasioni, il Napoli di oggi si fonda forse su un’idea che non era di Maurizio Sarri, regista giustamente celebrato di questa squadra-gioiello che in Europa ci invidiano tutti. Noi italiani siamo un po’ strani… tanto clamore quando vediamo un Tuchel o un Klopp siamo lì a spellarci le mani, quando lo fa Sarri dobbiamo sempre cercare il pelo nell’uomouovo.

Ah, ma non è un’idea di Sarri ho scritto. C’è da distinguere sempre tra moduli e concetti di gioco. Pioli e Spalletti hanno giocato con la stessa squadra, pur cambiata in buona parte, e con lo stesso modulo: i concetti, però, sono totalmente diversi. Mourinho usò per molto tempo il 4-3-1-2 varato da Mancini, fu persino costretto ad abdicare all’amato, in quel momento, 4-3-3 (anche per via degli errori di mercato), ma i concetti di gioco erano diversi. Non è questione di “meglio” o “peggio”, è questione semplicemente di idea di gioco.

4-3-3 o 4-3-1-2 l’idea di gioco di Sarri si è evoluta da Empoli a Napoli, vuoi per il materiale tecnico, vuoi per le possibilità diverse, vuoi anche perché la differenza, a certi livelli, la fa anche e soprattutto l’ambizione. Ecco, teniamo a mente l’ambizione che ci serve per capire questo Napoli.

Dicevamo, 4-3-3 ma che ha due facce. C’è la faccia sinistra, dove gioca Insigne che è sostanzialmente un regista avanzato (o trequartista, nella sua concezione più classica, esterno), e prova ne è la quantità industriale di palloni toccati, in the other (and dark) side of the moon, Callejon, che gioca molto più da attaccante la cui preda preferita è il lato debole (capito, Nagatomo? Occhio al cambio di campo sul lato debole!): i due esterni del Napoli fanno mestieri diversi e lo dice anche il fatto che Insigne tocca quasi il doppio dei palloni di Callejon, quest’anno persino con una forbice ancora più ampia. Roma-Napoli, per esempio: Callejon 40 passaggi, Insigne 79, come ci racconta la grafica di Squawka. Ma notate anche la differenza di impostazione: Callejon è spesso chiamato in causa come occupante del lato debole e questo lo porta a cercare con più insistenza il terzo uomo a sostegno con un passaggio indietro; Insigne no, dal suo lato si gioca più corto e con più possesso palla.

Ma questo ci racconterà soltanto come si evolverà l’azione dei partenopei dal punto di vista visivo: più sbilanciato a sinistra che non a destra, così come ci raccontano ampiamente le varie grafiche degli schemi di passaggio (passmap) e delle zone più battute (heatmaps). Usiamo qui quelle dell’utente @11tegen11 su Twitter (Roma, Lazio e aggiungiamo anche Real Madrid l’anno scorso):

Passmap che, tra l’altro, ci raccontano tante piccole/grandi di questo Napoli: la differenza di interpretazione dei centrali di difesa in base alla partita, così come la lunghezza della squadra, la quantità di gioco che si espone a sinistra, la centralità del regista nel possesso palla (sarà cura di Borja Valero, probabilmente), la differente altezza dei due terzini (uno decisamente più difensore, ma con grandissima propensione all’attacco), la posizione di Callejon e Insigne, più alti o più bassi in base alle necessità ma sempre con maggiore flusso di palla a sinistra. Ci racconta anche dei non lievi cambiamenti di quest’anno, con la fascia destra che prova a essere più coinvolta nello sviluppo dell’azione, anche se l’asse Callejon-Mertens rimane ancora ampiamente inesplorato: quest’anno lo spagnolo prova a accentrarsi di più (se riprendete la prima grafica col campo verde di Squawka lo troverete centrale in molte situazioni), creando un’alternativa importante e imprevedibile perché gli avversari hanno pochi dati da studiare.

Il Napoli imposta il gioco molto centralmente, tentando di attivare le catene laterali solo in un secondo momento (ecco perché sarà fondamentale la pressione su Jorginho e costringere gli azzurri a decentralizzare il flusso già dall’inizio), come abbiamo visto molto più a sinistra che a destra: solo che la maggior parte delle volte l’azione si conclude nuovamente al centro, non prima di avere occupato uno degli spazi liberi verticali o orizzontali… o entrambi, come nel caso del primo gol contro la Roma.

La quantità di passaggi con cui si sviluppa l’azione è davvero enorme, al punto che non c’è metro di misura con gli avversari: per Opta il Napoli fa oltre 720 passaggi di media, la Juventus seconda 619 e l’Inter terza 546… che già sarebbero numero eccezionali.

Ma la domanda è: perché? Si tratta di un tiki-taka all’italiana? Uno dei motivi per cui i Guardiola e i Sarri insistono nel possesso palla è nell’atteggiamento che pretendono dalla loro difesa. Uno degli aspetti fondamentali del calcio moderno è la qualità del posizionamento senza palla a prevenire la perdita di possesso e gestire al meglio quella fase che si chiama “transizione negativa“. Se proviamo a dividere il mondo in due (facendo un errore, ma serve per farci capire il Napoli), ci sono allenatori che hanno l’obiettivo, sempre e comunque, di avere quanti più uomini dietro la linea del pallone anche in fase d’attacco: perdere palla significa essere già con molti uomini pronti a difendere nelle loro posizioni all’interno dello schema. Poi c’è una scuola, molto più moderna, che chiede alla propria squadra di stare molto corta già in fase di possesso perché l’eventuale perdita del pallone significa non dovere coprire mai più di 10-15 metri all’indietro. Si è conquistata quella densità sulla linea del pallone che passare da sopra-palla a sotto-palla in breve tempo è più facile e si fa meno fatica… ma, soprattutto, consente un pressing in transizione che talvolta diventa talmente furioso da mandare in tilt gli avversari.

E il Napoli in questo fondamentale è diventato davvero eccellente. Per l’Inter sarà necessario soprattutto gestire i primi 20 minuti perché potrebbero essere di fuoco da questo punto di vista: mi aspetto che Spalletti cerchi molto di più la verticalità e i lanci lunghi, magari a fasi alterne di gioco, così da potere “allungare” il Napoli e fargli perdere rapidamente più energie.

Il Napoli ha imparato a gestire scaglionamenti e distanze con automatismi invidiabili: è squadra che sa ragionare con splendida lucidità per concetti orizzontali e verticali nello sviluppo dell’azione, lavorando moltissimo (soprattutto a sinistra) in quegli “spazi di mezzo” o “mezzi spazi” (traduzione piuttosto casereccia dall’inglese “half spaces”, ma si usa e va bene così) che creano spesso quella superiorità numerica alle spalle della linea di pressione avversaria in grado di disinnescare anche i pressing più riusciti. In questo senso è fondamentale il lavoro dei terzini che stanno larghissimi, creando proprio quegli spazi dove il Napoli spesso pasteggia furioso.

Credo sia sostanzialmente qui che l’Inter giocherà gran parte delle sue fortune, nella capacità di fare una pressione più attenta, magari iniziando sui centrali per decentralizzare l’azione ma ricompattandosi subito con linee strette e corte per togliere al Napoli quella “aria” tra le linee, verticali e orizzontali, che sono il suo piatto forte. Anche se la coperta è corta comunque, perché in quel caso si indebolirebbe ancora di più il lato debole… e la protezione del lato debole è uno dei difetti maggiori di questa Inter, vedi i due gol subiti nel Derby. Ma contro squadre contro il Napoli di oggi non ci sono tattiche perfette: c’è da scegliere su quale campo di battaglia spostare la contesa e sperare che i propri calciatori siano più bravi nei confronti diretti. A meno che non sei tecnicamente più forte, ma in quel caso sei il City e non l’Inter di oggi.

Il sarrismo esiste ancora?

Tutto questo è o non è sarrismo?  Con questa parola hanno provato a descrivere un insieme di cose… mentre io l’ho sempre interpretata con l’esasperata ricerca della “bellezza”, talvolta talmente fine a sé stessa da essere anche nociva.

A ben vedere, il Napoli di quest’anno è una squadra per larghi tratti molto meno bella di quella dell’anno scorso, che ha raggiunto vette di piacevolezza… scusate, apro una parentesi importante: piacevolezza per chi ama quel tipo di calcio, perché prima o poi spero finisca questa confusione per cui il “buon calcio” è un “bel calcio”, e il “bel calcio” è un calcio fatto di attacco e possesso palla etc…; il calcio può essere efficace o non efficace, questo è un termine di paragone importante, come non può esserlo la più eterea e inafferrabile, nonché indefinibile “bellezza”. Il primo Chelsea di Mourinho, per esempio, a mio avviso è una delle squadre più rivoluzionarie e più belle che abbia mai visto, e magari un giorno ne parleremo visto che per molti giornalista esiste solo il guardiolismo e le sue derivazioni.

Tornando a noi, ecco, l’anno scorso il Napoli, più che piacevole, era divertente anche per i tifosi neutrali. Quest’anno, invece, il Napoli ha imparato, quando ce n’è bisogno, anche a essere bruttino: con la Spal, per esempio, mi sono annoiato a morte. Ha, però, imparato a esser squadra diversa, ad abbassare il baricentro, provando spesso a restare cortissima e strettissima, come per esempio successo contro la Roma:

Oppure, se c’è necessità di “aprire” la difesa avversaria, alzare il baricentro, allungarsi  e allargarsi per rendersi più imprevedibile, come accaduto con la Lazio, vista la necessità di recuperare il risultato:

Quest’anno, insomma, il Napoli ha saputo reinventarsi e riscoprirsi squadra anche più cinica, meno bella, meno “sarrista”, ma per larghi tratti anche terribilmente più efficace. Molti dei concetti sono sempre lì e, se può, il Napoli ama dispiegarli e volare sul suo gioco, ma sa anche soffrire, stringere i denti e pensare che c’è qualcosa di largamente più importante della bellezza fine a sé stessa: l’efficacia.

Il Napoli, insomma, sa anche allontanarsi dallo stagno in cui si è tanto specchiato negli ultimi due anni, in cui, pur raggiungendo risultati ammirevoli, ha forse raccolto meno di quanto avrebbe potuto. Certo, a qualcuno potrà stridere il fatto che, per esempio, il Napoli abbia subito i suoi 5 gol nelle prime 6 partite, ma la verità è che il Napoli subisce decisamente meno rispetto all’anno scorso (dati Opta): quest’anno è ferma a 7,6 tiri per partita subiti, con 1,1 parate a partita di cui nessuna su tiro da area piccola (quest’anno come la Juventus), mentre l’anno scorso subiva oltre 10 tiri a partita con 2,2 parate del portiere.

Non solo, c’è una statistica molto interessante che si chiama “expected goals” che ci racconta con più precisione (pur sempre opinabile quando si tratta di metriche calcolate) quanto siano pericolose le azioni fatte e subite: un parametro costruito su un algoritmo particolare che “pesa” le azioni in base ai contesti di gioco e come vengono prodotte le azioni. Per banalizzare, una traversa da 2 metri su un assist delizioso in una partita in casa quando stai vincendo 2-0 “pesa” più di una traversa da 30 metri dopo un’azione solitaria fuori casa mentre perdi 3-1. Ecco, come xGA90 (expected goals against per 90 minutes) il Napoli è passato da poco più di 0,8 xGA90 su 10,2 tiri a partita a meno di 0,4 su 7,6 tiri a partita, pur rimanendo più alto il numero di gol subiti rispetto a quelli attesi. Per esempio, l’Inter di quest’anno ha un indice xGA90 del tutto simile al Napoli dell’anno scorso, quindi il doppio del Napoli di quest’anno, ma ha subito lo stesso numero di reti. Secondo questo parametro, il Napoli avrebbe dovuto subire 3 gol, l’Inter 7 (in barba ai pali subiti tanto decantati dalla Gazzetta dello Sport).

Sarri ha forse compreso che l’insistere sui propri pregi faceva diventare, per certi versi e in certi tratti, più prevedibile la sua squadra. Quest’anno è più facile vedere trasformazioni tattiche all’interno della partita, sempre con la consapevolezza che i partenopei possono inventarsi la “fiammata” da Napoli vero che spacca la partita.

Le ho viste quasi tutte e ne ho rivisto qualcuna e quello che ne ho tratto è questo, che non vuole essere esaustivo né assoluto: è, come sempre, quel che vedo io e come lo vedo io. Contro la Roma, per esempio, il Napoli per oltre un’ora è stato ingiocabile per i giallorossi, incapaci di trovare meccanismi per disinnescare il possesso palla e le verticalizzazioni dei partenopei, e senza mai riuscire a liberarsi dal pressing o a allungare la squadra di Sarri, subendone costantemente la velocità e l’imprevedibilità. Se la Roma è uscita nel finale lo deve solo al fatto che giocare a quei ritmi per 90 minuti è fisicamente impossibile: ma fosse finita con un punteggio più largo, soprattutto nel primo tempo, nessuno avrebbe fiatato. Ma la differenza tra il Napoli dell’anno scorso e questo si può leggere proprio in partite come quelle contro la Roma: l’anno scorso, semplicemente, l’avrebbe pareggiata. Quest’anno, invece, ha saputo soffrire, chiudersi e portare a casa i 3 punti.

E su 8 partite, più quelle di Champions, non è stato insolito trovare una squadra molto più camaleontica che nel suo recente passato: si può dire che contro la Spal, per esempio, ha giocato male? Sì, ma ha vinto perché quest’anno sa fare anche questo.

Ma i difetti?

Ovviamente il Napoli non è imbattibile, anche se in Italia al momento nessuna squadra ha la capacità che hanno i partenopei di annichilire qualunque avversario in Serie A.

Il Napoli a inizio campionato stentava di più nel primo tempo, salvo che poi le ultime due hanno sistemato la statistica, visto che le ha chiuse proprio nei primi 45 minuti. Ma, per molti versi, Inter e Napoli si somigliano molto in questo particolare. Se l’Inter è padrona assoluta degli ultimi 15 minuti (9 gol segnati su 17 nell’ultimo quarto d’ora), il Napoli è abituato a dilagare nel secondo tempo: dei 26 gol fatti, ben 16 sono negli ultimi 45 minuti, 6 nell’ultimo quarto d’ora.

Segno che fisicamente le squadre stanno discretamente bene entrambe, anche se sembra stare un po’ meglio il Napoli.

Gli azzurri sembrano soffrire di più, per esempio, la difesa a 3, che consente all’avversario di difendersi meglio, trovando sempre almeno un uomo negli “half spaces” e al tempo stesso garantendo la giusta spaziatura in grado di non lasciare troppo scoperto il lato debole (sempre tu, Nagato’, sempre tu!). Potremo vedere quanto visto contro il Milan nell’ultima mezzora, cioè con D’Ambrosio che si accentra e Candreva che scala terzino? È una possibilità anche perché Spalletti con questa difesa a “3 e mezzo” ha dato molto fastidio ai partenopei. Certo, questo comporta un gran numero di adattamenti e soprattutto dover lasciare libertà d’azione a Jorginho, vero cervello in mezzo al campo, ma la coperta, come detto prima, è sempre cortissima.

Nel caso in cui si insistesse col 4-2-3-1, è davvero necessario che la squadra resti cortissima, con due linee separate da non più di 10 metri: perché ogni centimetro lasciato alle spalle dei centrocampisti significa fare un regalo all’avversario. Soprattutto occhio al pressing troppo alto: si creerebbero spazi e Inter li subisce di più perché ha una difesa troppo bassa e statica: anche costringere il gioco su Reina non porta grandi dividendi, visto che con i piedi è davvero bravissimo.

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Protezione ferrea del centro (dove il Napoli, ricordiamo, chiude molto spesso l’azione), linee strette, distanze ravvicinate, blocco basso e non cedere alla tentazione del pressing alla difesa sono le tattiche di una squadra che accetta di subire il Napoli provando a lavorare sui suoi difetti.

Poi, però, c’è anche l’altro aspetto: quello di aggredirli e rischiare, ma in quel caso non devi sbagliare nulla e avere un possesso palla impeccabile, cosa che l’Inter può concedersi fino a un certo punto, perché poi calciatori come Perisic o Gagliardini sono più imprecisi dei compagni. Si può fare? Sì, ma senza esagerare nel minutaggio perché prima o poi qualche spazio e qualche ripartenza gliela lasci e lì sono davvero dolori.

Conterà molto la testa. Forse sarò uno dei pochissimi che la pensa così, ma la partita di Champions può avere lasciato il segno sulla pelle dei partenopei. Perché, al di là della narrazione parziale, il Napoli non ha dominato davvero mai, ha subito occasioni anche quando è riuscito a giocare con meno fantasmi nella testa. Credo che De Laurentiis abbia fatto danno e abbia in qualche modo ridimensionato il Napoli che, con un risultato diverso, avrebbe non solo guadagnato in autostima, ma si sarebbe posizionato su un ordine di grandezza anche “morale” (calcisticamente) inarrivabile per i nerazzurri. L’anno scorso, per esempio, col Real Madrid mi è sembrato decisamente più convincente che col City,

C’è anche l’altro lato della medaglia, perché è chiaro che vorranno riscattarsi e temo che nella prima mezz’ora, col San Paolo caldissimo, il Napoli possa attaccare furiosamente nei primi 15-20 minuti o anche più, mezz’ora o tutto il primo tempo. E, lo dico in anticipo, sono letteralmente terrorizzato da certe leggerezze difensive dell’Inter, vedi certi passaggi sbagliati soprattutto da Miranda nelle ultime partite.

L’Inter è più riposata, non ha grossi problemi fisici, mentre il Napoli deve far conto di un Mertens non proprio al massimo della forma, così come Hamsik che quest’anno ancora non ha ingranato a dovere. Ma sono dettagli, perché nelle grandi partite calciatori così trovano sempre l’occasione giusta. Insigne credo proprio che ci sarà, non possono altrimenti.

Potrebbe essere fondamentale, ancora più che in altre partite, lo sfruttamento dei calci piazzati, situazione in cui il Napoli ha uno dei suoi veri grandi punti deboli: in più marca a zona, che non sempre è una scelta felice in partite in cui anche una minima distrazione può essere fatale.

Il Napoli si può battere anche sui suoi stessi pregi, ovvero sul fatto di essere necessariamente collettivo in tutti i sensi. C’è sempre in partita quel calciatore che non si esprime al meglio e, se c’è e se individuato, l’Inter dovrà martellare pesantemente e magari anche monotematicamente, così come fatto nel primo tempo del Derby su Rodriguez. Ci sono squadre che, come sistema, si adattano più facilmente alle difficoltà del singolo: il Napoli è una di queste ma, nel farlo, si snatura un po’.

Infine, panchina non proprio attrezzata e cambi di Sarri che non mi sono parsi mai molto convincenti, anzi, talvolta mi fanno pensare a cambi pensati già prima della partita.

Conclusioni

Insomma, che fosse una partita difficilissima era alla portata di tutti. Ma è una partita che l’Inter deve giocare con la concentrazione al massimo e sono d’accordo con Spalletti: non c’è “leggerezza” che tenga, l’Inter c’è e ha il dovere di puntarci con tutta la determinazione possibile:

Da questo punto di vista, per fortuna, Spalletti è stato una sorpresa eccezionale: evidentemente è sempre stato attento al mondo interista, ne conosce le dinamiche, sa come rapportarsi con i media e trasmettere i messaggi giusti a squadra e tifosi. E questo aiuta anche la squadra.

Ci sbilanciamo? L’abbiamo fatto per il derby, ripetiamo oggi. Finisce 2-2, con il Napoli in vantaggio nei primi 20 minuti e con botti nell’ultima mezz’ora.

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