Verona-Inter 1-2: la ruota della fortuna

“Che c’entra la ruota della fortuna con la ruota de ‘ok, il prezzo è giusto’?” direte voi… e io vi rispondo che dovete avere pazienza.

L’Inter torna da Verona imbattuta, anzi, che dico imbattuta, vincente e, giornalisticamente parlando, in culo alle classifiche virtuali che la vedevano fuori dalla zona Champions League, nel caso ipotetico in cui nonna Papera si fosse trovata con le ruote al posto delle suole.

Come era facile supporre, la partita di Verona non è stata una partita facile, anzi. L’Inter ha sempre bisogno di giocare al 100% per esprimersi da squadra: perché, non appena abbassa la tensione, si aprono spazi, latitano aiuti, manca il sostegno e tutta l’impalcatura traballa. Il 100 è questo, quello del 100%, di una squadra costretta a vivere sul filo, a non fare distinzioni tra Napoli e Verona, tra Milan e Benevento, tra Bologna e Roma: non nell’approccio, non nella concentrazione, non nell’impegno.

Là dove altre squadre trovano il modo per gestire e fare quelle partite che tanti giornalisti amano definire come “abile gestione della gara“, l’Inter sa invece scavare nel profondo del suo eterno destino di sofferenza e si inventa una partita che vive sul filo della tensione anche se il Verona sembra uno di quegli scherzi di Halloween, tanta paura che si dissolve subito, perché non fa davvero nulla di importante (Handanovic 1 paratina, 4 tiri in totale), se non correre, correre come se non ci fosse un domani, come se da quel punto dipendesse l’intera esistenza dell’universo.

(da notare che il Tweet è delle 21:05, poco più di un quarto d’ora dall’inizio, con partita cominciata in ritardo).

E da questa difficoltà, da questa ansia, sorge una considerazione spontanea: ma perché con l’Inter non si scansa praticamente mai nessuno? Anzi, con l’Inter si impegnano il doppio, il triplo, e vedere i Fossati, i Fares, i Romulo correre come alle Olimpiadi fa pensare che se le giocassero tutte così non ci sarebbe l’indecenza che il buon Fulvio Santucci (su Twitter @SantucciFulvio) ha descritto con due efficacissime tabelle (

confronto 4 campionati confronto 4 campionati

La partita

Il Verona sorprende un po’, perché conferma l’11 visto contro l’Atalanta e soprattutto lo stesso 4-4-2 che però era uscito ammaccato dalla sfida di Bergamo. Sorprende più di tutti l’assenza di Giampaolo Pazzini che avrebbe verosimilmente portato il modulo ad un 4-3-3/4-5-1 più raccolto. Niente Pazzini, dentro Cerci accanto a  un impresentabile Kean, almeno a questi livelli.

Spalletti conferma l’11 che ha proposto nelle ultime, un po’ come era possibile preventivare: essendoci la sosta, sembra quasi naturale chiedere qualcosa in più a chi ha trainato fin qui la carretta. Il problema, semmai, è di motivazioni: probabilmente chi ha giocato meno avrebbe messo in campo altra voglia e carattere (no, Brozovic no: lo abbiamo visto anche nei pochi minuti in cui ha giocato), mentre chi è sceso in campo oggi ha mostrato l’ormai classico eccesso di superficialità e di sottovalutazione che all’Inter sembra davvero indigesto.

Per quasi 10 minuti, però, l’Inter sembra davvero non (voler) correre il rischio di sottovalutare niente e nessuno partendo con grande piglio e aggredendo l’avversario, arrivando al tiro prima con Candreva (murato da Hertaux) e poi con Vecino, palla alta. Allo scadere dei 10 minuti, però, il Verona suona la sveglia sulla fascia destra (sinistra per l’Inter) dove Romulo ha deciso che vuole banchettare a “sushi di Nagatomo” (tipico piatto di all-you-can-eat milanese di certe domeniche umidicce) e serve Cerci che però tira addosso a un difensore.

Il Verona non crea granché, né in quel momento né dopo, ma quella palla sembra mandare in tilt i calciatori dell’Inter che cominciano a sbagliare passaggi, appoggi, posizioni e tutto quanto si possa sbagliare… attenzione, non sbagliare sempre e tanto (che sarebbe persino facilmente controllabile), ma sbagliare di tanto in tanto e in maniera inattesa, nelle posizioni peggiori del campo. Gagliardini che non ne azzecca una, Nagatomo che passa non si sa a chi, Candreva che prova dribbling inutili al limite dell’area, Perisic che sembra giocare in un’altra dimensione dello spirito… e quando pure Vecino e Borja Valero perdono due/tre palloni stupidi ti accorgi subito che è giornata di sofferenza e che hanno deciso: non ce la lasceranno passare tranquilla.

L’Inter man mano prova a riprendere le redini del gioco ed è soprattutto Icardi a mostrare come si fa: svaria, contrasta, offre appoggi e tutto il campionario di quei movimenti che sappiamo essere nelle sue corde ma che cerca con troppa poca frequenza. Da un suo contrasto e palla rubata nasce un’azione pericolosa, con Candreva che da destra la rimette in mezzo al limite per l’argentino, tiro però sballato.

Il Verona è tutto cuore e polmoni, ma la tecnica è quella che è, ovvero a un livello tale che non dovrebbe starci in Serie A: alcuni appoggi e cambi di campo sono davvero oltre i limiti dell’accettabile. Quando i veronesi riescono a trovare una certa continuità, ecco Skriniar che si oppone in tutta la sua maestosità: altra partita di altissimo livello.

L’Inter non soffre molto ma convince, eppure trova il gol con uno splendido cross di Candreva, la difesa veronese che si concentra tutta su Icardi e Borja Valero che da pochi metri insacca facile a rete. Nel frattempo Candreva porta a casa il suo 15esimo assist in campionato da quando è in nerazzurro (e, solo quest’anno, sono già 13 gli assist per potenziali gol), nel silenzio generale e, non dimentichiamolo, con la lunga eco dei fischi di un paio di settimane fa.

Da notare, nostro vecchio cavallo di battaglia, che un cross potenzialmente sbagliato di Candreva va in gol perché finalmente c’è uno che va sul primo palo e uno sul secondo: come da manuale del calcio.

L’Inter, però, non trova il bandolo e soprattutto non riesce a gestire bene la palla. Non riesce, cioè, ad “addormentare” la partita: c’è poco movimento senza e a centrocampo si tende a portarla per il campo, con tanti piccoli e grandi errori individuali soprattutto di Nagatomo e Gagliardini. Così Spalletti prima prova a cambiare le carte in tavola, chiedendo a Perisic di accentrarsi, come fatto con Candreva dopo le prime due giornate di campionato, lasciando uno spazio che Nagatomo deciderà scientemente di non usare mai; poi invertendo i due esterni, nello stupore attonito di Cravero su Premium Sport che si chiede “che ci fa lì Perisic?” (giuro eh, letterale).

Il primo tempo si chiude senza sussulti ma con l’impressione che la partita possa complicarsela soltanto l’Inter, soprattutto in considerazione della prova insufficiente di almeno 4 calciatori: Nagatomo, Gagliardini, D’Ambrosio e Perisic.

Secondo tempo

E tu vuoi che, nella possibilità di complicarsela, l’Inter non si diverta a complicarsela? Detto fatto.

Cioè, non prima che a Premium si accorgano che, oh, attenzione, i movimenti dei calciatori dell’Inter non sono casuali e vengono scelti dall’allenatore!

Da un rinvio balordo di D’Ambrosio deviato di schiena da Kean, palla nella zona di Cerci: Handanovic va di corsa a fare harakiri e travolge l’attaccante del Verona. L’azione prosegue tra le proteste del pubblico: l’arbitro, a palla fuori, si prende tutto il tempo che serve, va a controllare e assegna il fuorigioco, spiegando chiaramente ai calciatori nerazzurri che Handanovic non prende per nulla la palla.

E qui sembra di rivivere lo stesso errore subito dalla Juventus qualche settimana fa, con un rigore assegnato dopo un fuorigioco che non viene visto né dal Var né dall’arbitro: perché sulla respinta di Kean, Cerci è in fuorigioco. Di pochissimo ma è fuorigioco: il Var non interviene probabilmente perché non se ne avvede oppure perché ritiene che l’errore non sia così grave. Il che sarebbe… un errore grave.

Rivedendo l’azione, però, ed estraendo i fotogrammi, sembra proprio che l’azione sia molto più dubbia di quanto non lasci intravedere la dinamica dell’azione. Perché Cerci, appena si avvede di Handanovic, frappone la gamba impedendo al portiere di fare la giocata, spostandolo e rendendo inevitabile il contatto con un movimento che sarebbe da ostruzione/carica al portiere (dovete fare attenzione alla seconda immagine, quando Cerci NON ha ancora messo la gamba davanti):

Insomma, se il protocollo del Var stabilisce che l’intervento deve sanare un chiaro e inequivocabile grave errore dell’arbitro, mi pare che questo caso sia decisamente fuori protocollo. Ovvero che rimane quantomeno dubbio a prescindere, al punto che se l’arbitro l’avesse dato di primo acchito sarebbe stato probabilmente giusto non intervenire comunque.

A me la dinamica richiama una carica/ostruzione al portiere. Vogliamo metterla diversamente? Handanovic diventa di diritto il protagonista di uno dei rigori più bizzarri della storia. Ma tant’è, lui lo assegna e, visto il risultato, meglio così, almeno ci risparmiamo una settimana di polemiche.

Pecchia affretta l’ingresso di Pazzini per calciare il rigore: Handanovic spiazzato.

Bastano pochi minuti e l’Inter sfiora il raddoppio su calcio d’angolo di Candreva e colpo di testa di Vecino: palla sulla traversa. E mi sa che, dopo il Var, i giornalisti si sono giocati anche la carta dell’Inter fortunata: non rimane che l’Inter brutta, “ma quanta fatica”, “si riaffacciano i fantasmi del 2015 di Mancini”, “le altre quattro convincono di più” e sciocchezzaio vario.

Così ci pensa il giocatore più volitivo e più impegnato tra i nerazzurri, se si esclude Vecino: ovvero Antonio Candreva, che comprende di non avere la giusta assistenza dai compagni e ci prova da 25 metri, d’esterno, defilato sul centro destra. La palla è insidiosa e probabilmente andrebbe fuori (Cravero ne è sicuro e se ne è rammaricato per un quarto d’ora buono): Nicolas, però, non corre rischi e mette in angolo.

Candreva trotterella da destra a sinistra per batterlo, la palla viene deviata al limite dell’area dove non c’è nessuno se non Perisic che scaglia una saetta invisibile verso la porta veronese. Riguardando l’azione è incredibile come la palla passi davvero dall’unico centimetro quadrato libero verso la porta: il gol è un gran gol.

Perisic segna il suo 4° gol, dopo aver provato ben 14 assist, 30 tiri, 26 occasioni da gol e una quantità inenarrabile di km percorsi: anche quando non gioca al meglio (e fino al gol è largamente insufficiente, persino irritante in certe situazioni… lo salvano solo i maxi-recuperi che il suo allenatore giustamente sottolinea) rimane comunque l’arma più pericolosa per Spalletti.

Al 28esimo entra Brozovic, inizialmente ala destra al posto di uno stanco Candreva. Pochi minuti e Spalletti capisce che Brozovic… non capisce e mette Cancelo al posto di Borja Valero: Inter nuovamente con il 4-2-3-1, Brozovic trequartista. E proprio su Brozovic si consuma l’azione più bella della partita: la palla va in fallo laterale, Brozovic saltella e sbuffa come fa di solito rimbrottando chissà chi e chissà in quale lingua… quando dalla panchina dell’Inter si alza uno Spalletti indemoniato che si fionda verso il croato facendogli capire che non deve staccare il cervello e rimanere in partita. 10, mister: questa azione vale 10.

Pecchia mette dentro Lee e per un attimo si materializzano tanti fantasmi del passato, i tanti carneadi con le sembianze degli Enyinnaia, dei Goitom, dei Makinwa o dei Beto che hanno popolato gli incubi di molte generazioni di tifosi interisti.

Fortunatamente non succede nulla… o meglio, succede qualcosa ed è importante perché prima o poi Spalletti dovrà intervenire su questa cosa. Ultimo minuto, palla a Perisic proprio sulla linea del fallo laterale, a 10 metri dal calcio d’angolo: chiaro invito a nozze per una squadra che vuole portare a casa il risultato. La palla più calda sui piedi del calciatore più tecnico nella migliore zona del campo. Tutto bene, no?

No.

Perisic decide che è il caso di segnare. Al 95esimo. Segnare sul 2-1, a 40 secondi dal termine.

Ovviamente l’azione sfuma, il Verona riparte e l’Inter difende in stile babbuini in mezzo al campo, con Lee che si ritrova solo sulla destra: Skriniar interviene, c’è un leggero contatto ma il sudcoreano prova un volo carpiato degno del peggior Cuadrado e l’arbitro giustamente lo ammonisce. Partita finita, ma che stupidaggine!

Conclusioni

Detto che lo spettacolo messo in onda su Premium Sport è di una indecenza imbarazzante… ad un certo punto questo tipino qui, il conduttore che non so neanche come dannazione si chiami, risponde a Di Livio, secondo cui l’Inter se la giocherà fino alla fine, dicendo: “Ricordiamo che due anni fa ha vinto anche il Leicester“:

Che il problema non è vincere da outsider, ma è il paragone con il Leicester che è proprio fatto a mo’ di insulto/sfottò, tanto da far ridere un paio di persone in studio fuori inquadratura.

Tornando a noi, la ruota della fortuna stavolta gira in senso inverso: traversa di Vecino e decisione (con l’ausilio) del Var contraria nonostante l’azione rimanga dubbia e la scelta dell’arbitro non serva a sanare un clamoroso e inequivocabile errore.

L’Inter ce la fa con le sue sole forze, soffrendo e stringendo i denti, pur correndo pochissimi rischi, come dicono le statistiche. Ancora una volta i nerazzurri pagano il baricentro troppo basso, che lascia praterie alle spalle dei centrocampisti e che, inevitabilmente, mette in difficoltà quelli con una andatura diversa, soprattutto Gagliardini che fa ben due passi indietro rispetto all’ultima uscita.

Fortuna che l’Inter abbia fatto un mercato di una intelligenza sovraumana, soprattutto se paragonato a quello del Milan. Senza Skriniar, lo diciamo noi stavolta, l’Inter di questo inizio campionato non ci sarebbe stata: di testa sono tutte sue, le situazioni più scabrose le sbroglia lui, la squadra si aggrappa a lui quando sembra subire l’ondata avversaria.

Altra nota di merito, di grandissimo merito, va a Vecino che ha abbattuto il muro dei 13km percorsi in una gara: evento rarissimo. Corsa, qualità, intelligenza, occasioni da gol, geometrie, palle rubate, traversa e tutto il campionario di un gran centrocampista che risulterà utilissimo per molto, moltissimo tempo.

E Borja Valero, l’altra àncora della squadra. L’àncora… mobile. Una sapienza eccellente nel cercarsi gli spazi alle spalle degli avversari, nel dare sempre un riferimento in più ai compagni, nel dialogare costantemente con tutti e, finalmente, a ritrovarsi anche in area a realizzare un meritatissimo gol.

Alla faccia di chi dovrebbe spostare gli equilibri.

Spalletti ha rischiato, riproponendo lo stesso undici e mostrando delle crepe nell’impalcatura che tanto bene aveva retto nelle ultime 3 partite e che aveva lasciato sognare i tifosi con quell’ora di calcio davvero di grande livello contro la Sampdoria. Evidentemente la panchina ancora non gli garantisce quella fiducia necessaria per ampliare la rotazione. Unica vera eccezione è quel Cancelo che negli ultimi 20 minuti ha mostrato di poterci stare e che, soprattutto se a metà campo, può dare un buon contributo sin da subito.

Rimane comunque un piccolo passo indietro rispetto al recente passato, non perché il Verona abbia prodotto chissà cosa… anzi, proprio per questo. Perché quella “pericolosità” che si percepiva di tanto in tanto nelle azioni veronesi erano dovute a quanto l’Inter lasciava trasparire di sua superficialità e imprecisione piuttosto che di potenzialità dell’avversario.

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Passo indietro… benintesi: se a fine estate qualcuno mi avesse prospettato un record assoluto di 29 punti su 11 partite e un avversario diretto (il Milan, in questo caso) a -13 all’apertura di novembre io mi sarei messo a ridere e l’avrei preso per scemo. E, se avessi potuto, avrei firmato col sangue. Nessuno, sottolineo nessuno, avrebbe mai pensato che questa squadra potesse arrivare a 11 risultati utili consecutivi: non con questo calendario, non con l’ingiustificata sfiducia portata dal mercato.

D’altra parte nessuna squadra in Serie A è immune da partite così così, talvolta anche un po’ bruttine: anche il Napoli, per esempio, contro la Spal non ha illuminato… e parliamo della squadra migliore in Serie A.

La diciamo tutta? E diciamola tutta: per portare a fine campionato una squadra che raggiunge obiettivi importanti è assolutamente necessario, indispensabile, inevitabile che si vincano anche partite così, con questo pathos e questa ansia serpeggiante. D’altra parte, noi lo sappiamo, per chiunque altro sarebbe stata prova di grande concretezza e maturità, per l’Inter è soltanto fatica.

Solo che dopo queste fatiche, a 29 punti, prima della sosta, a novembre… lasciatecelo dire: ci viene solo un’espressione un po’ così. Sobria.

 

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