Nazionale e Federazione: due inguaribili narcisi

L’Italia è a un passo dalla “catastrofe”, dalla “tragedia”, dalla “apocalisse”, per riutilizzare i termini concilianti e incoraggianti di  chi guida lo sport e il calcio in Italia: la sconfitta in Svezia spinge gli azzurri di fronte a un baratro, a un vuoto a al di là del quale non si sa bene ancora cosa ci sia.

Dal punto di vista economico sarebbe un salasso per una Federazione asfittica: tra costi, mancati introiti diretti e indiretti, si parla di non meno di 50 milioni, considerando anche l’eventuale superamento del girone ai mondiali e perdite di diritti tv e pubblicità. Ne pagherebbe le conseguenze anche tutto il sistema-paese, visto che in coincidenza con le vittorie delle nazionali ci sono incrementi del PIL non giustificabili con nessun altro fattore economico / sociale / politico. C’è chi ha fatto i conti, anche a livello mondiale, e stima un gettito dai 7 ai 10 miliardi sciupato in caso di eliminazione.

Insomma, una responsabilità che sembra andare ben oltre la sfera calcistica e della quale, però, nessuno all’interno del mondo-calcio sembra rendersene conto.

La responsabilità facile: Ventura

Mettiamo in chiaro una cosa: solo il più stupido degli illusi poteva pensare di finire davanti alla Spagna nel girone. Affrontare gli spareggi, pertanto, era l’unica via possibile per questa nazionale. Il problema, però, è che si è arrivati a questo appuntamento impreparati, senza un’idea precisa di squadra: se si arriva a questo punto, a doversela giocare con l’acqua alla gola contro una Svezia nettamente meno dotata, è chiaro che le responsabilità sono di tanti, anche se la nazione, ormai da diverso tempo, ha individuato un unico bersaglio, grosso, semplice, di certo colpevole. Ovvero Giampiero Ventura.

Partiamo dal presupposto che uno come Ventura è chiaramente unfit per un ruolo del genere. Non si tratta di contestarne l’eventuale preparazione o la capacità di allenare una squadra: semplicemente la nazionale, per di più una nazionale come quella italiana, non fa per lui. Dico, non conosco la sua taglia, ma già a vederlo non posso pretendere che gli entri una 48: l’Italia è la sua taglia 48.

Chi legge ilMalpensante.com sa quante volte ci siamo scagliati verso un ambiente che ha mitizzato la cosiddetta “scuola di Coverciano“, ovvero quella che dovrebbe produrre gli allenatori più bravi del mondo, salvo poi chiederti “ma bravi a fare cosa?”: perché è chiaro che il calcio ha, già da diversi anni, preso una strada diversa da quella amata da chi è affetto da covercianesimo acuto. Eppure continuiamo a intestardirci in questa pia illusione che i nostri allenatori siano i migliori.

Ma non sono questi il luogo né il momento per un discorso del genere.

Di fatto c’è che Ventura si è trovato a dover gestire qualcosa di più grosso di quanto non fosse in grado di gestire. Una risultante palese dalle sue dichiarazioni post partita… apro una parentesi: lamentarsi per la direzione di Cüneyt Çakır è già ammissione del proprio calibro. Davvero, ho sentito robe fuori dal mondo tipo “ha arbitrato troppo all’inglese”, con il mio cervello che un attimo dopo staccava tutto perché andava in cortocircuito.

Chiusa la parentesi. Ventura ha mostrato confusione, mancanza di polso, incapacità di gestire lo spogliatoio, mancanza anche di quella dote che sembra essere necessaria a tutti i buoni CT: quell’appeal che ti crea buona stampa a prescindere dalle prestazioni. Quello stesso appeal che ti scherma nei confronti di un ambiente, come quello della nazionale, che ormai da diversi anni sembra essere una sorta di fortino dove… lo approfondiamo dopo.

Cominciamo a farla più difficile

La domanda vera da farsi sarebbe una soltanto: perché Ventura è in nazionale? Alzi la mano chi si aspettava una nomina del genere. Io l’ho alzata, scusate. E il motivo è piuttosto semplice… (oh, fatta eccezione per qualunque considerazione vogliate fare sul fatto che è stato l’allenatore di una squadra protagonista di una delle partite più vergognose della storia: Udinese-Juventus del 2002.)

Chiusa la vicenda Conte, non era chiaro chi aveva il palmares e l’appeal giusti per tenere le redini di questa nazionale. La scelta di Ventura cade a fagiolo, perché evidentemente in quel momento si è pensato che quello spogliatoio, quel “nocciolo duro” di calciatori (da Buffon a Barzagli, da Chiellini a De Rossi a Bonucci etc…) è perfettamente in grado di tenere la barra dritta. Da solo, perché sono bravi, hanno esperienza. Perché possono gestire, perché sono dei vincenti.

Qualunque altra versione dei fatti sarebbe fuori strada: Ventura è scelto, ed è inizialmente accettato di buon grado, proprio perché è un allenatore low-profile, dallo scarso carisma, dal palmares inesistente, dall’ingombro mediatico e di personalità piuttosto ridotto.

Purtroppo chi ha fatto i conti con questo ragionamento si è scontrato anche con la cocciutaggine di Ventura, probabilmente poco avvezzo a fare da paravento e certamente più decisionista di quello che molti hanno pensato. Visto in questa ottica, il continuo cambiare moduli e strategie diventa un molto più comprensibile tira-e-molla tra le varie anime nello spogliatoio e il CT che hanno chiaramente idee diverse. Nonostante il suo meglio lo abbia dato con la difesa a 5 (vi prego, certe difese vanno chiamate con il loro vero nome), Ventura rimane un innamorato del suo 4-2-4, anche perché non sarà stato il più efficace ma certamente il più godibile dei suoi schieramenti.

Solo che questa Italia è un puzzle per i moduli in questione: non riesce a riempire tutte le caselle giuste né per il 4-2-4 né per il 5-3-2, mentre riuscirebbe a mettere i pezzi giusti con un 4-3-3 che potrebbe riportare Verratti nel suo ruolo originario, nonostante ci abbia evidentemente perso dimestichezza in Francia, al centro del centrocampo (dove, tra l’altro, avrebbe molta più logica) e sfruttare al massimo il giocatore più talentuoso (Insigne).

Per il 4-3-3, però, è necessario rinunciare a almeno uno di maglia bianconera più De Rossi: alzi la mano chi crede sia possibile senza farsi cacciare dopo 1 mese.

Ed ecco, allora, che le responsabilità devono cominciare a essere spalmate anche e soprattutto sui calciatori, a partire proprio dai cosiddetti senatori e in particolar modo quelli della difesa, che negli ultimi due anni sono stati protagonisti, in azzurro, di prestazioni ai limiti della decenza. Abbiamo anche fatto un video sulla amichevole Francia-Italia che illustrava quanto fossero profondi i problemi di quella difesa.

La serie di nefandezze difensive oltrepassa i limiti del raccapricciante, eppure in Italia l’analisi dei problemi individuali, degli errori dei singoli, di rapporti anche personali che evidentemente hanno preso una piega a danno della nazionale stessa, è pressoché assente:

In Italia, invece, lo sport nazionale diventa il tiro al piccione-Ventura e la caccia al cinghiale-Verratti. Il povero Marco è sotto il tiro di tutti: indipendentemente dal fatto che ci siano in campo prestazioni peggiori delle sue, lui diventa il capro espiatorio per eccellenza. Peccato che in nazionale non sia praticamente mai usato nel suo ruolo, vivendo in quell’incubo fatto di equivoci tattici che ha fatto la sfortuna di moltissimi calciatori.: quello in cui i calciatori di maggior spessore tecnico devono giocare da trequartisti, devono inventare la giocata, al tempo stesso devono far gol e mandare in porta i compagni. Sempre e comunque.

In certi casi si arriva a quella forma di razzismo (non so come chiamarlo altrimenti) secondo il quale Verratti avrebbe dei limiti fisici per via dell’altezza. Essere 165 cm è evidentemente un problema… vallo a dire a Messi e Iniesta, alti una moneta più di lui, o Xavi Hernandez, alto più o meno quanto lui. Eh? Dite che quelli sono fuoriclasse? Appunto, allora l’altezza non è un problema e neanche un limite fisico. Detto che su Verratti faremo un approfondimento a parte, va detta una cosa essenziale: se non è al centro del gioco, Verratti rende la metà. Al di là di dove lo metti, la sua è una testa da regista (oh, mi è sembrato di vedere un altro Banega…).

Per comprendere: quest’anno in Ligue 1 ha la media di 108 passaggi a partita! Nel corso degli anni la media va dai 75 ai 92 passaggi per partita, numero che ci riporta al problema: Verratti ha bisogno di giocare costantemente la palla, di organizzare il gioco e di esserne il cervello. Cosa che nella nazionale raramente gli viene chiesto di fare, soprattutto se lo schierano trequartista.

Purtroppo di lui in Italia si parla spesso senza neanche averlo visto giocare, se è vero (come è vero) che è largamente diffusa l’idea che non abbia capacità di interdizione: peccato che i numeri raccontino altre verità.

Verratti bersaglio facile, i senatori protetti sempre e comunque. Anzi, a loro gli si perdona anche l’idea di avere scavalcato il tecnico in questi due anni, e non soltanto negli ultimi tempi:

 

Una sorta di dispotismo che diventa tanto più preponderante quanto più Ventura e la Federazione hanno tutta l’aria di due soggetti di una estrema debolezza.

Un dispotismo che diventa anche qualcosa di più quando analizzi certi corsi e ricorsi storici: basta guardare le storie in nazionale di Ogbonna o Rugani, di Giaccherini o Zaza per fare 2+2 senza il rischio che si metta a fare 5. E, se pensate che ci sia il rischio concreto di fare 5, allora basta riportare le parole di qualche giornalista a cui ogni tanto scappa un tweet più pieno di verità di quanto non riescano a esserlo 4 anni di racconti sulla nazionale in tv e giornali. Ovviamente abbiamo conservato lo screenshot, non si sa mai…

E in questo senso vanno lette anche le non-convocazioni e le mancate apparizioni in campo: fate voi la scelta, c’è tutta una letteratura da analizzare.

Il sistema-Italia non funziona più

Il problema è molto più ampio di quanto non si possa raccontare in poche righe, al punto che, usando il famigerato rasoio di Occam, il ragionamento potrebbe esaurirsi nel tweet di ieri sera:

Detto che, per fortuna, alcuni senatori diranno addio presto alla nazionale, e pertanto una parte dei responsabili di questa scelta cadranno in maniera assolutamente naturale, dall’altra parte c’è Carlo Tavecchio, ovvero il promotore istituzionale dell’idea-Ventura. Faccio fatica a immaginare una figura del genere in un calcio in cui tutto funziona come dovrebbe: invece il nostro non funziona e giustamente ci ritroviamo i Tavecchio e i Lotito.

Tavecchio somiglia tanto a quei politicanti di professione che conoscono perfettamente l’andamento delle correnti e seguono quella che più li garantisce. Non si può spiegare diversamente quel parlare di “catastrofe” che sembra anche un prendere le distanze dal tecnico. Il presidente che ha scelto quel tecnico dovrebbe avere la decenza di scegliere: o si tratta di un inadeguato, e allora siamo già fuori tempo massimo per il licenziamento, oppure avrebbe dovuto erigere un muro a sua protezione, anche tra lui e i calciatori, anche con la stampa, mettendoci la faccia sempre e comunque.

Ci si è ritrovati con un CT in balia di sé stesso, delle sue convinzioni, con uno spogliatoio che chiaramente non lo digerisce granché, con una stampa che ha sentito l’odore di cadavere e, da vera carogna quale sa essere certe volte, non perde occasione per tentare di annientarlo. Al di là dei meriti e dei demeriti, si badi.

Tavecchio, però, non è solo responsabile della scelta di Ventura: è in carica dal 2014, eppure nulla si è mosso davvero a livello federale per fare quei cambiamenti che sembrano indifferibili ormai da anni… ed erano indifferibili anche con il primo mandato di Giancarlo Abete.

Abbiamo discusso (di parte) dei problemi delle possibili soluzioni (tra le tante) in due articoli dell’anno scorso (cliccate sulle immagini per aprire i link) e non vogliamo riaprire l’argomento, anche perché non c’è alcuna voglia di cambiare davvero: l’esistenza di Tavecchio lo dimostra. Vi siete mai chiesti perché non c’è mai un (vero) giovane a governare le sorti dello sport? A noi piacciono quelli bolliti, i politici di professione, quelli che sanno dare il colpo al cerchio e alla botte, quelli che sanno distinguere le correnti perché hanno bisogno di seguirle ma non hanno la forza per governarle.

Vi anticipo soltanto una cosa: se pensate che la soluzione sia limitare in qualche modo gli stranieri vi sbagliate.

Si apre, però, la maglia del cosiddetto “talento”: l’Italia ne è così davvero priva?

I media: responsabilità anche loro

Qui entrano in discussione anche i media, perché anche loro fanno parte del sistema-Italia. Da un lato non ci può essere dubbio: questa nazionale è decisamente meglio dotata di Macedonia e Svezia. Su questo è difficile avere dubbi.

Manca un fuoriclasse vero, questo sì, anche se in Italia l’ultimo fuoriclasse vero che abbia deciso seriamente, individualmente e con forza, le sorti di una nazionale si chiama Roberto Baggio. Quindi il problema non è tanto nel singolo calciatore: è un problema più ampio.

Perché il contrappeso, quel “dall’altro lato” che manca alla proposizione precedente, è che in Italia c’è il gusto dell’esagerazione. Ricordate cosa dicevamo della finale Real Madrid – Juventus? Oh, sì che lo ricordate:

Ho provato per mesi a spiegare ai (non rari) tifosi juventini imbufaliti che non si trattava di una critica alla Juventus: nel 99% dei casi, quando parliamo di media, l’obiettivo sono i media, mentre la Juventus ci fa da sponda perfetta per capire quanto sia marcio il sistema-Italia.

Incapace di analizzare adeguatamente, se è vero (come è vero!) che l’opinionista sportivo più pagato in Italia è un tizio che ha il coraggio di dire che Cristiano Ronaldo farebbe panchina alla Juventus, forse il tornante; oppure che Sturaro da terzino vale i grandi d’Europa.

Media incapaci di andare oltre le bandiere, oltre il tifo, oltre le preferenze, oltre le connivenze anche: incapace di andare oltre anche il semplice calcolo numerico di spettatori o copie vendute, per cui l’unico interesse è il numero, senza comprendere che la qualità porterebbe numeri a prescindere… certo, ci vorrebbe del tempo, ma almeno sono numeri sicuri invece che numeri frutto della contingenza dei risultati.

L’Italia ha una squadra di una discreta levatura tecnica, certamente superiore alla Svezia, ma è chiaro che tutta la narrativa mediatica imbastita sul nostro campionato, sulle nostre squadre e sui nostri calciatori ha il non vago sapore dell’esagerazione. A qualunque livello: e la vicenda di Real Madrid-Juventus è soltanto la punta dell’iceberg.

Probabilmente un bagno di umiltà collettivo non farebbe male, perché porterebbe i calciatori con i piedi per terra e magari con la gran voglia di faticare che ieri non si è vista. A volte basta: la Svezia ha giocato con grande umiltà, ha giocato compatta, da squadre, con buone distanze e con molta semplicità. Niente di trascendentale, per carità, ma almeno era un calcio onesto, perfettamente calato nella parte, fatto di un realismo che agli azzurri manca perché abbiamo il meglio di qua, il meglio di là, l’eccellenza a sinistra, la classe a destra.

Prova ne è l’introduzione Rai: “la Svezia è una nazionale molto compatta, fisica, ma con pochissima fantasia”. E lo dicevano mentre leggevo la formazione dell’Italia: cosa che, tolto Verratti, era la perfetta descrizione della squadra di Ventura, fatta eccezione per la compattezza. Pochissima fantasia, molto fisico e molta corsa… almeno sulla carta, visto che i Bonucci, i Barzagli e i De Rossi ieri deambulavano, e poco importa che nei rispettivi club facciano bene, non è una critica al calciatore in sé.

In qualunque team, dal lavoro allo sport, la consapevolezza di quel che si è rappresenta il mattone fondamentale sul quale costruire l’essenza di un team che si possa dire funzionante: la coesione. Può accadere, talvolta, che i risultati possano apparire superiori alle proprie capacità tecniche, ma spesso accade perché, pur di decantare le lodi degli eletti di turno, si gonfino anche i meriti dell’avversario.

Perché in Italia va così, o si è narcisi fino in fondo o non lo si è affatto: ma i senatori si piacciono così, Tavecchio si piace così, la stampa si piace così. E lo stagno è lì che li guarda pronto ad accoglierli tutti…

Sì, ma adesso?

Il ritorno contro la Svezia e la qualificazione (o meno) ai mondiali non pregiudica nessuno dei punti sopra esposti. Ventura è inadatto, Tavecchio è inadatto, il calcio italiano è malato (ma da tempo) e non ci sono all’orizzonte soluzioni in grado di invertire la tendenza, almeno non con questi uomini al comando. E neanche con una stampa incapace di schiaffare in faccia ai responsabili, a tutti i responsabili gli eventuali fallimenti.

Pertanto anche l’idea che una sconfitta possa essere prodromica di un repulisti generali, di un ricominciare da capo, è pura utopia. L’Italia è un paese che ama chiacchierare (e io devo chiacchierare con voi per rimproverarglielo, lo so): all’indomani dell’eliminazione si comincerebbero i processi, si farebbe un sacco di rumore per poi accorgersi, dopo mesi, che la massima di Tancredi Falconeri de “il Gattopardo” non passa mai di moda.

E nel caso di un’Italia qualificata? La soluzione sportiva più logica sarebbe quella di scegliere: o i senatori o Ventura, ben sapendo quale sarebbe la scelta della Federazione.

Altre strade, sinceramente, non ne vedo né sembrano essercene.

 

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