Italia-Svezia: di tattica e “soluzioni finali”

Ed eccoci qua, fine del percorso, fine del sogno, fine dei mondiali. Ed ecco anche l’improvviso proliferare di ricette esclusive, di numeretti giusti, di riforme che risolveranno tutto nell’arco di poco tempo. Che dico “di poco tempo”, subito, nell’immediato.

Sono riuscito a evitare accuratamente tutti i bar per un paio di giorni, purtroppo i social sono diventati una necessità anche per ilMalpensante.com e, pertanto, abbiamo letto di tutto e di più

Ma prima di addentrarci nel maelstrom delle dichiarazioni folli anche di giornalisti professionisti, ci concediamo un’ultima pausa riguardo alla partita.

Scelte sbagliate: i numeri ci spiegano perché

Come sa chi ci segue, una delle prime cose che faccio dopo la partita è guardare le statistiche. Abbiamo più volte chiarito che i numeri non servono a spiegare tutta la partita e, anzi, talvolta raccontano persino una partita diversa, consultarle serve a un paio di cose: la prima è che mi aiuta a razionalizzare la partita, la seconda è che serve a trovare i “bug“, se mi passate il concetto informatico, dei ragionamenti fin lì sviluppati e che portano poi alle considerazioni post-partita. La procedura vuole che la visione successiva della partita (la rivedo 9 volte su 10) si bassa anche su quanto emerso dalle statistiche.

esthia immmobiliare

 

Quando si vociferava della possibile formazione sono nati i primi dubbi. Beninteso, nulla di particolarmente eclatante: ci sono 60 milioni di italiani e credo che soltanto una (pur non così) piccola fetta avrebbe fatto le stesse scelte di Ventura.

Sul banco degli imputati non solo la difesa a 3 ma anche la scelta degli uomini. Nel primo caso il dubbio era più che lecito per chiunque: sarà una partita da altissimo possesso palla, sarà una partita da larghissimo predominio territoriale, qualcuno ci spieghi il senso dei 3 difensori. Capisco che si possa avere fiducia nelle buone doti tecniche di Barzagli e Bonucci ma, sinceramente, la possibilità che possano fare il loro tipico gioco, magari con qualche buona idea su lancio lungo, era davvero difficile da immaginare.

La seconda perplessità riguarda Parolo e Chiellini.

Vediamo perché.

Credo che Parolo, che oggi ha 32 anni, sia uno di quei calciatori che abbiano espresso solo una porzione delle loro capacità tecniche: nulla da dire, invece, dal punto di vista tattico perché è sempre stato molto utile. I suoi movimenti sono piuttosto chiari e nella partita di andata il suo baricentro è stato davvero molto alto, al punto che il “contatore” di Opta è impazzito portandolo persino più avanti di Belotti (ricordiamoci che il dato è molto influenzato da fatti importanti, recuperi, tiri, contrasti etc…), che non vedete perché è sovrapposto a De Rossi (col 16):

Di questa formazione fa letteralmente piangere la posizione così defilata di Verratti, ma tant’è, sul ragazzo prima o poi dovrà essere fatta chiarezza e ci torneremo.

Guardate anche la posizione di Barzagli e di Chiellini, e più in generale se questo per Voi è un 3-5-2: per me no, è un’accozzaglia senza senso. Che ci può anche stare, badate, perché la partita è stata particolare, 63% di possesso palla, molto fisica soprattutto a metà campo: ma non è giustificabile visto il risultato. Per un 3-5-2 più classico basterebbe guardare la Juventus (abbiamo preso Inter-Juventus 2-1 dell’anno scorso):

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una sfida tra due squadre che si sono affrontate alla pari, anzi, la Juventus era decisamente sotto tono, per suo demerito o per merito dei nerazzurri non conta. Così siamo andati a prendere una partita largamente dominata dalla Juventus, con Chiellini, Barzagli e Bonucci in campo, ampio possesso palla e dominio territoriale, ovvero Juventus-Samp del maggio 2016:

Sembra un 3-5-2 molto più chiaro, con terzini più alti (addirittura più alti dei centrocampisti) e una distribuzione in campo più logica. Riprendiamo un attimo la grafica:

 Per come si è sviluppato il gioco, per come è posizionato Darmian, nonostante Chiellini spesso largo in fase di impostazione, persino l’algoritmo di Opta consigliava a Ventura di schierarsi a 4, perché tanto quella era la destinazione finale. Basterebbe, anche qui, guardare la heatmap di Barzagli, che ha sostanzialmente fatto il terzino:

Ma torniamo a Parolo. Nella sua carriera ha anche una stagione da 10 gol ma, indipendentemente da come gioca, non è mai stato un calciatore precisissimo nei passaggi, proprio per stile di gioco, con una discreta produzione di tiri (1,8 a partita negli ultimi 3 campionati) ma con una percentuale di passaggi non proprio eccelsa: 81,5, 78,6, 79,6 nelle ultime tre stagioni.

In una situazione in cui si rendeva necessario un gioco più fluido e veloce, forse non era la scelta ideale: comprensibile per la possibilità di tiro da fuori ma già all’andata non era andata bene, come ci dice sempre Opta:

Quel che mi ha colpito di più all’andata, però, è stata non solo l’estrema lentezza della manovra italiana, troppo spesso imbrigliata nei piedi dei centrali difensivi, ma anche e soprattutto il senso di improvvisazione. Per carità, ripeto, discreti tecnicamente sia Bonucci che Barzagli; ripeto, comprensibile all’andata, ma al ritorno un correttivo ci sarebbe stato, anche perché le condizioni di gioco sarebbero persino peggiorate con una Svezia che, comprensibile, avrebbe (e ha) fatto di tutto per difendersi.

All’andata, l’Italia è stata accreditata di 607 passaggi, che sono tanti, considerato che si tratta di una nazionale. Ebbene, la statistica dice questo:

  • Chiellini 126 tocchi con 100 passaggi;
  • Bonucci 123 tocchi con 110 passaggi;
  • Barzagli 98 tocchi con 88 passaggi;

Nessun altro calciatore è riuscito ad avvicinarli: 298 passaggi totali su 607! Togliendo Buffon, gli altri titolari hanno totalizzato la bellezza 232 passaggi: se guardate bene, basterebbero solo Chiellini e Bonucci per farne 210!

I numeri sarebbero impietosi già così, solo che Ventura ha deciso di affidare la sua carriera e la sua immagine al gruppo dei senatori (oh, suvvia, non penserete che la formazione l’abbia fatta lui!). Confermati tutti e tre i difensori, confermato Parolo (zero tiri all’andata).

Al ritorno, ovviamente, la situazione è peggiorata, con il possesso palla che ha sforato quota 76%.

  • Barzagli 124 passaggi;
  • Bonucci 113 passaggi;
  • Chiellini 105 passaggi;

Un totale di 342 passaggi tutti a partire dalla difesa e nessun giocatore di questi è davvero capace di verticalizzare palla a terra. Stavolta, a dare un minimo di senso alla manovra, ci ha provato Jorginho nel ruolo che all’andata avrebbe dovuto essere di Verratti: 83 passaggi.

Stavolta, però, pur aggiungendo Buffon, i 3 dietro hanno passato appena 5 palloni in meno di tutto il resto della squadra, panchinari compresi! E se per Bonucci e Barzagli si tratta comunque di un rispettabile 91,2% e 92,9% di precisione, per Chiellini si passa a un incomprensibile 84,8%, per Parolo addirittura un catastrofico 59,6% che peggiora il già assurdo dato dell’andata, ovvero 66,7%.

Esthia immobiliare

Era proprio necessario lasciare a questi 3 calciatori il compito di toccare oltre la metà dei palloni giocabili in partita? E se proprio difesa a 3 doveva essere, non sarebbe stato più comprensibile, invece, inserire De Rossi in mezzo alla difesa, come ha fatto molte volte in carriera, o addirittura lo stesso Jorginho? Cosa avresti rischiato contro una squadra che ha attaccato 2/3 volte in 90 minuti? La quantità di interventi difensivi dei tre difensori sommati, a causa dell’atteggiamento svedese, sommano quello che generalmente fa un ottimo difensore in una partita normale: 3 contrasti, 4 respinte, 1 tiro bloccato, 6 intercettazioni.

Domande che rimarranno senza risposta.

Vi starete chiedendo come si sono mossi in campo? Tutto tranne che 3-5-2:

E per quanto riguarda le heatmaps di Barzagli e Chiellini? Eccole, una di seguito all’altra:

Non ci voleva tanto.

La “soluzione finale”

Analizzato l’unico spicchio di tattica che era possibile analizzare in due partite ai limiti dell’assurdo, anche e soprattutto per le scelte tecniche del ritorno, andiamo ad analizzare alcune delle bestialità più bestialità trovate in rete.

In più questo, ma mi raccomando: NON CLICCATE sugli articoli. Non regaliamogli neanche un link.

Insomma, il delirio. Facciamo replay.

Anno Domini 2010. Italia fuori ai gironi.

6 calciatori juventini: Buffon, Chiellini, Cannavaro, Iaquinta, Camoranesi, Marchisio.

Anno domini 2014. Italia fuori ai gironi.

6 calciatori juventini: Buffon, Chiellini, Barzagli, Bonucci, Marchisio, Pirlo.

Anno domini 2017.

Buffon, Barzagli, Chiellini, Bernardeschi, Rugani… ci aggiungeremmo anche Bonucci, a dire il vero. E quindi il problema sarebbe avere 1 juventino in meno: con uno in più probabilmente saremmo usciti ai gironi. Ma comunque la soluzione è sempre una:

D’altra parte, immagino quanto sia complesso giustificare certe cose. La Juventus vince ininterrottamente da 6 anni in Italia, quindi non si può proprio affermare che sia stata “rovinata” da Calciopoli: dopo il periodo fisiologico di ripresa, ha vinto persino di più di quanto non fosse successo in precedenza.

Solo che, per farlo, ha dovuto fare scelte chiare e inequivocabili: Matuidi, Szczesny, Benatia, Cuadrado, Bentancur, Douglas Costa, Howedes, Higuain, Pjanic, Pjaca, Lemina, Rincon, Dani Alves, Dybala, Alex Sandro, Mandzukic, Pereira, Neto, Khedira, Morata, Evra, Romulo. Questo per dire solo degli ultimi 4 mercati. Quindi, evidentemente, la Juventus ha ritenuto che ci fossero stranieri più affidabili e più pronti dei calciatori italiani disponibili.

Certo, non sempre così.

Perché, per esempio, la vicenda Berardi grida vendetta. Un calciatore letteralmente inchiodato contro la sua volontà in una piccola squadra, senza la possibilità di fare il salto di qualità. Ricorda tanto vecchie storie del passato che speravamo fosse… passato. Non potendo andare alla Juventus, è rimasto lì, condannato da scelte che non erano sue. Oggi Berardi ha 23 anni, eppure sembra fuori da tutto…

Quindi questo sarebbe uno dei primi problemi da risolvere.

Come da risolvere sono i costi. Bernardeschi pagato 40 milioni non si capisce per quali meriti sportivi, stesso destino di Chiesa, che comunque promette molto di più. Chiaro che, poi, una squadra che non può/vuole spendere 40 milioni per due scommesse italiane, dal dubbio talento tutto da verificare, né i 50 richiesti per un Berardi che non si può comunque muovere, possa preferire di investirne la bellezza di 16 su un giocatore già pronto come Perisic. E chi dimentica è complice:

Non solo, la questione si fa più complicata quando è evidente che dietro certi articoli, certi pompaggi mediatici, certe ipervalutazioni sui giornali e in tv, c’è una logica che non sembra proprio appartenere al calcio: per mesi e mesi si è parlato più di Kean che di altri calciatori che stavano realizzando cose importanti… e non parlo di giovani, parlo di Serie A.

E se in Italia sembra vigere la “legge dell’amico”, con prezzi da materia pregiatissima (quando non è affatto così), dall’altra parte sembra che l’estero sia preferito quel movimento vorticoso di mercato, intrecci, amicizie tra agenti, intermediari e un numero indecifrabile di figure poco chiare che fanno di tutto per spingere verso l’acquisto più economico… che però, a malpensare, sembra essere più redditivo per loro.

Il problema è più profondo

Diffidate da chi vi distribuisce ricette che contengano la parola “stranieri”: non funziona.

Ripartiamo dall’abc, dal calcio insegnato ai ragazzi: è insegnato male.

Ho personalmente assistito a scene ai limiti dell’allucinante, racconti di ragazzi senza talento preferiti ad altri più dotati per ragioni che poco c’entrano col calcio (c’è chi racconta pure di “finanziamenti” alle squadre). Ci vogliono scuole federali come si deve, come accade in Germania.

Ci vuole un calcio aperto a tutti, indistintamente, anche a chi non ha possibilità economiche. In Germania ci sono soggetti specializzati che vanno a caccia di ragazzi anche nelle zone più sperdute: perché il talento non conosce la geografia.

Gli allenatori. Chi ha allenato gli allenatori dei ragazzi? Chi ha giocato molti anni fa può testimoniare: il concetto di “diagonale” era praticamente sconosciuto fino a una certa età. Si correva, si giocava, si imparava la tecnica, si imparava a marcare, si imparava a smarcarsi: poi, pian piano, ci si istruiva sulla tattica, quando si era più consapevoli delle proprie capacità tecniche.

Oggi vediamo molti ragazzi che hanno disimparato la cosa fondamentale: avere il piacere di giocare a calcio. Competono, non giocano.

Gli allenatori delle giovanili di oggi (non tutti, per fortuna) spesso si ergono a “Guardiola de noantri”, pretendono che i piccoli giochino lo stesso calcio dei grandi, che abbia lo stesso agonismo dei grandi, la stessa soglia di competitività: a peggiorare questi aspetti sono spesso genitori che in tribuna, che si tratti di pulcini o Primavera, fanno gli ultras in tribuna, salvo poi vestire a casa i panni del “motivatore di Bonucci”, con figli che si trovano di fronte a realtà ultra competitive che mal si sposano con il concetto di “imparare”. Qui di seguito un breve racconto di un utente Twitter:

Ma sarebbe addirittura oro trovare allenatori che insegnano tattica correttamente: ho visto e mi raccontano di allenamenti fatti a ragazzi che sembrano portati direttamente da Zemanlandia anni 80-90.

Non solo: chi può diventare allenatore? Oggi il curriculum vale più di ogni altra cosa, eppure vediamo ogni santa giornata quanto i calciatori siano refrattari a capire di calcio e tattica. A gennaio di quest’anno scrivevamo: “Si parte da un assunto che è vero solo in teoria, ovvero che gli ex calciatori dovrebbero saperne di calcio più di chiunque altro per il semplice motivo di aver “vissuto il calcio”, cosa che spesso viene anche enfatizzata per il ruolo dell’allenatore: poi ti accorgi che Zeman, Mourinho, Sacchi, Sarri, Benitez e Manzano hanno avuto una carriera di fatto pari allo zero (per qualcuno proprio zero) e comprendi che quello è uno di quei tanti mondi che hano solo una grande capacità autarchica, dove vigono delle regole non scritte non sempre limpidissime e che quindi tendono semplicemente a proteggere sé stessi.”

Si deve consentire a tutti di allenare: corsi più impegnativi, più selettivi: altrimenti sarà sempre la stessa storia.

Tutto questo è da spazzare via.

Trovare la soluzione per dare una logica al costo dei giovani, allenatori preparati, sistemi di educazione sportiva uguali in tutta Italia, sport aperto a tutti, controlli e verifiche continue. Sono solo alcune delle possibili soluzioni che porterebbero i giovani italiani a potersi confrontare con più serenità con una realtà particolare, come quella del professionismo: il cosiddetto “salto di categoria” è incredibile. E in certi casi ci vuole pazienza per coltivare talento.

Guardiamo all’Under 21.

Convocazioni europeo 2009: Abate, Marchisio, Ranocchia e Candreva.

Convocazione a caso 2010 (qualificazioni 2011): Santon e Ranocchia.

Convocazioni europeo 2013: Verratti, Florenzi, Immobile, Insigne e Borini.

Questo è quello che è rimasto ad alti livelli di tutto ciò che è passato per l’Under 21. Potrebbe essermi scappato qualche nome, ma non cambierebbe sostanza. A dimostrazione di quanto sia longevo il problema, e mai affrontato, basta guardare l’Under 21 vincente del 1995: Totti, Del Piero, Delvecchio, Tacchinardi, Tommasi, Buffon, Nesta, Cannavaro, Panucci più altri buoni “mestieranti” che avrebbero fatto i titolari in molte Under 21 successive.

Nella NBA, per esempio, c’è un modo totalmente diverso di concepire il talento. Giannis Antetokounmpo fa il suo esordio con molto scetticismo attorno, troppo magro e troppo sgraziato, troppo atipico. La progressione dei suoi punti a partita in 4 anni: 6.8, 12.7, 16.9 e 22.9. Quest’anno è a uno strabiliante 31.3 punti a partita. Percorso simile, per certi versi anche più lungo, ma la progressione è stata tale da costruire, letteralmente, un cestista di dimensioni non preventivabili 6 anni fa.

Qua in Italia si fanno i processi dopo 2 partite sbagliate, dopo un paio di panchine.

 

Lo stesso Verratti in Francia ha avuto la possibilità di sbagliare e crescere. Blanc glielo rimproverava continuamente, però lo difendeva e continuava a metterlo in campo, anche se sbagliava… sebbene sia più facile farlo quando si vince.

Molti dei ragazzi che si affacciano alla soglia del professionismo sono semplicemente più scarsi e impreparati di quello che vogliamo ammettere. Combattere lo straniero, insistere su questa fastidiosa e inutile e inapplicabile “soluzione finale” non è altro che nascondere l’ennesima polvere sotto il tappeto. Non si deve limitare lo straniero: si deve consentire al giovane italiano di crescere meglio, di diventare più forte, di arrivare preparato al grande appuntamento.

Le parole raccontano molto più di quello che dicono. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”: evitate termini negativi come “limitazione” e sposate quelli positivi come “crescita”, “educazione”, “preparazione”. Cambierebbe tutto un mondo.

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