La (mia) maratona di New York, pt. 2

Dopo la prima parte del racconto, Luca Carmignani ci racconta la seconda, la corsa vera e propria. Cliccando sul link qui sotto troverete la prima parte.

La (mia) Maratona di New York

Partiamo per New York mercoledì 1 novembre 2017. Marco, Roberto, Federico ed io. All’aeroporto JFK capisco subito che ci sarà da soffrire: 3 ore di fila prima del controllo passaporti, dove mi vengono prese le impronte digitali e scattate le foto: nemmeno fossimo pericolosi gangster.

Arriviamo all’albergo, vicino Time Square, sulla 47 esima Street W verso le 24, ora locale, le 5 ora italiana, siamo tutti stanchi, tranne Roberto; noi andiamo a dormire, lui va a farsi un giro e convince anche Federico.

Il mattino dopo, espletiamo l’ultima formalità, ma la più importante: il ritiro del pettorale. Note a margine: Marco e Fede, vanno a correre, si alzano alle 5 (ora locale e da questo momento ogni orario è quello di NY) e vanno a correre un oretta a Central Park.

Una volta che siamo tutti insieme, andiamo a ritirare il pettorale, non prima di aver fatto una passeggiata a Central Park.

Qui provo a percorrere un km, tempo 11 minuti e 50 secondi, dolore quasi assente, cerco di trovare il modo di poggiare il piede senza avvertire dolore; la testa ed il cuore ancora non hanno mollato, ogni singola molecola del mio corpo chiede di correre, ma quando arrivo a poggiare il piede destro a terra e lo fletto, il dolore mi riporta alla realtà, non posso correre. Al di là di questo, mi godo lo spettacolo unico e bellissimo di questo parco. Arriviamo tutti insieme al traguardo, lo osservo con un magone spaventoso, mi faccio un selfie con la consapevolezza che non potrò varcarlo ed invidio, in senso buono, le centinaia di persone che vedo intorno a me e che stanno correndo.

A questo proposito: non avete idea dello spettacolo, ho incrociato un gruppetto di ragazze svedesi (credo…) che correvano in (micro) tutine super sexy, fisici mozzafiato che parevano scolpiti. Dico sul serio, dovunque guardassi era uno spettacolo della natura, di tutti i generi e per tutti i gusti, la frustrazione per non poter neppure “corricchiare” si fa quasi solida dentro di me, la posso toccare con le mani.

Un anno che mi preparo, sono a NY e per la miseria non posso fare nulla. Tutto intorno a me è movimento, centinaia, migliaia, di persone che corrono e si stanno preparando al grande evento, felici di poter liberare le proprie energie. Vediamo passare uno dei favoriti per la maratona, si sta allenando, sembra una piuma che si libra nell’aria, falcate eleganti che mi passano davanti, corre ad una velocità elevata, ma si sta solo riscaldando, sembra non fare il minimo sforzo; gli guardo i piedi e riesco appena a vedere che toccano terra, tanto è veloce e fluido il movimento.

Uno spettacolo!

Guardo il mio piede, mi scende una lacrima, non mi vergogno a dirlo, sento la rabbia montare e compio un gesto scellerato, dettato dalla disperazione, faccio un passo flettendolo in modo naturale, come se volessi partire a correre: una fitta fortissima mi arriva fino al ginocchio e mi fa gridare di dolore. E’ in quel preciso momento che ho la certezza assoluta di non potercela fare. Impossibile, devo smetterla di illudermi, mi faccio solo del male. Meglio godersi NY, la maratona la farò, forse, un’altra volta.

Andiamo a ritirare il pettorale, camminando per diversi chilometri. I miei tre amici non hanno pietà di me e mi costringono a camminare, a volte ad arrancare, quasi mi arrabbio per questo ed invece sarà la svolta. Involontariamente, per stargli dietro ed accelerare, poggio il tallone destro, ruoto la caviglia, appoggio il piede di piatto, collassandolo, spingo verso l’esterno, spingo verso l’alto, fletto il ginocchio destro e sono sul piede sinistro! Nessun dolore provato, neppure un briciolo. Mi fermo, mi chino, tocco il piede, temo sia sparito, erano praticamente due settimane che non riuscivo a fare un passo senza provare almeno un po’ di dolore e non riesco a crederci. Il piede è ancora lì, lo tocco, non mi fa male. Riprovo il movimento, avverto un po’ di dolore, provo e riprovo il movimento, cercando quello ideale. Lo trovo! Taccio, non dico nulla e mi appresto ad entrare insieme agli altri all’Expo (nella foto l’entrata), per ritirare il mio pettorale: numero 3499.

Per la prima volta, ho uno spiraglio di luce: posso farcela, almeno a partire, non di più, ma una piccolissima luce si è accesa in fondo al mio animo. A fine giornata abbiamo percorso a piedi circa 18 km, certo camminando lenti, fermandoci spesso e volentieri, ma erano sempre 18 km !!! Ed io ero in piedi, un po’ dolorante, ma in piedi. E’ giovedì 2 novembre e sono entrato nell’ottica di partire per la maratona; non la finirò, mi ripeto, sarò sconfitto (ne sono certo), ma dopo aver lottato strenuamente, e dopo aver gridato alla sorte che posso cadere, ma provo sempre a rialzarmi.

Il venerdì è la volta di visitare la Statua della Libertà e Illis Island, poi la Freedom Tower. Non contenti arriviamo fino al ponte di Brooklyn (a piedi, che diamine!), arrivo fino alla prima campata, poi mi fermo, lascio continuare i miei amici, torno alla metro, ad aspettarli. Sono stanco, ma è il momento di provare 1 km: 10 minuti e 30 secondi, quasi 6 km/h ed ero stanco. Poco dolore, ma quando ho provato il “movimento magico” il dolore spariva completamente.

Alla fine della giornata altri 15 km percorsi, però stavolta ho dolore alla gamba sinistra ed al polpaccio del piede destro ed anche la caviglia destra non sta molto bene. A fine giornata sono stanchissimo, però è stata una bella giornata, ho visto posti meravigliosi e sono stato bene, la gita a NY è comunque valsa la pena. Roberto, Marco e Fede, la mattina del venerdì avevano corso un oretta, mentre io facevo la mia colazione e continuavo a darmi arnica, cetilar e farmi massaggi ai piedi, uniti ad un po’ di stretching. Al loro ritorno, da bravi amici, non avevano mancato di raccontarmi le meraviglie viste e la famosa frase “guarda, guarda, guarda…” diventata ormai un tormentone (quando venisse pronunciata quella frase composta da una sola parola ripetuta tre volte è facilmente immaginabile)

Insomma ci tenevano a farmi sapere cosa mi fossi perso… d’altronde gli amici a cosa servono se non a questo? La sera del venerdì loro escono, io me ne sto in albergo, mi devo riposare. Lascio i miei amici al loro “guarda, guarda, guarda”, io vado a nanna. Lo so cosa pensate: sei a New York e non esci il venerdì sera? Vero, avete ragione, ma a tutto c’è un limite, chi troppo vuole nulla stringe.

Nella foto sotto, Manhattan ed il ponte di Brooklyn visti dalla Statua della Libertà.

Nella foto sotto, la Freedom Tower dal Ponte di Brooklyn.

Sabato 4 novembre è la vigilia della (mia) maratona di NY. Il giorno deve essere dedicato al riposo, quindi andiamo (a piedi, ovvio!) a vedere l’Empire State Building che dista “solo” un paio di km dall’albergo. Noi la prendiamo larga (devo cercare un negozio per comprare un regalo alle mie figlie, lo ammetto, colpa mia) e quando siamo in vista dell’Empire State Building è il mio momento, quello decisivo, da lì non torno indietro. Mi volto verso i miei amici e dico: “provo a fare un chilometro il più velocemente possibile”, loro mi rispondono che va bene e che ci vediamo più avanti. Parto, se sentirò male non mi presenterò neppure alla partenza, me lo giuro. Faccio partire il cronometro, vada come vada, solo “movimento magico” e (l’avevo imparato il giorno prima) movimento del bacino stile marcia, che mi fa andare più veloce. Il cuore mi batte fortissimo, i primi 10, 20 passi, poi altri, mi stabilizzo, mi passa la paura, vado ad una velocità che mi sembra accettabile. Sono talmente concentrato che mi sembra passato pochissimo tempo quando sento vibrare il mio orologio che mi segnala che il chilometro è stato percorso. Mi fermo, guardo il cronometro, strabuzzo gli occhi: 8 minuti e 10 secondi !!! Pazzesco, per me, e non ho avvertito dolore. Per terra, accanto al mio piede ci sono 5 dollari. Sono lì esattamente sotto la punta del piede destro, quello infortunato. Mi chino a raccoglierli ed aspetto i miei amici a cui non posso nascondere un sorriso. Se qualcuno crede ai segni del destino, questo è un segno non da poco.

Andiamo a vedere l’Empire State Building, io torno all’albergo prima di loro, sono stanco, mi voglio riposare, so che partirò, adesso ne ho la certezza, quindi da questo momento per me c’è solo la maratona, il resto può aspettare. Voglio, con tutto me stesso, fare più chilometri possibile, mi dico che posso arrivare almeno a 10, ma dentro di me sogno di arrivare a 15, che poi è la distanza che mi consentirebbe di essere vicino al ponte di Brooklyn, attraversarlo, prendere la metro e tornare in albergo, felice per essere riuscito almeno a partire.

Il sabato trascorre tranquillo, ma con una fase che si rivelerà determinante. I miei tre amici mi daranno consigli utilissimi su come affrontare la maratona. Il più utile di tutti è senza dubbio quello di Federico: “Luca, non affrontare la maratona, pensando ogni secondo a come sta il tuo piede, ora bene, ora benino ora male ora bene. Non ne usciresti vivo. Pensa a goderti una passeggiata per New York, guarda il paesaggio, rilassati” Anche Marco e Roberto concordano su questo, quindi dentro di me entro nel mood giusto: il sindaco di New York, è stato così gentile, che mi ha riservato un percorso che attraversa tutta la città, dove posso camminare indisturbato dalla macchine e godermi il panorama, sarebbe da sciocchi non approfittarne.

Marco poi mi dice un’altra frase che si rivelerà determinante: “quando pensi di non farcela più, da quel preciso momento hai ancora un 30% di energie a disposizione”. Roberto rincara la dose: “passato il momento del non ce la faccio più arriva il momento del mi importa una sega”. Ma è ancora Federico a lasciare sul campo una frase premonitrice: “le gambe sanno cose che il nostro cervello ignora.”

Il sabato finisce con la preparazione scrupolosa di tutto il materiale per correre. Decido di affrontare la gara con pantaloncini da corsa, su cui metto i pantaloni della tuta, maglia termica a maniche corte, maglia termica a maniche lunghe, il sopra della tuta ed un k-way che ho comprato all’Expo. Come corredo un copricapo leggero, uno pesante che metto in tasca, guanti (non si sa mai), paracollo. L’abbigliamento è sicuramente eccessivo perché non fa freddo (circa 14 gradi previsti), ma io non potrò correre e dovrò stare sulla strada molte ore (non so quante, ma un bel po’, sperabilmente), inoltre è prevista pioggia: meglio soffrire un po’ di caldo che patire il freddo. La scelta del vestiario risulterà determinante.

Domenica 5 novembre, è il giorno della maratona di New York. Ci svegliamo alle 4 e 10, ci vestiamo, prendo la sacca che lascerò prima della partenza e che mi ridaranno all’arrivo (dunque mai…) dove metto un paio di scarpe, e tutto il necessario per cambiarmi da capo a piedi (una piccolissima parte del mio cervello, vaneggia di arrivare e, se arrivo, penso, avrò bisogno di cambiarmi nel caso sia piovuto).

Prendiamo la metro ed arriviamo a South Manhattan per prendere il traghetto. Una marea di persone affolla lo scalo. Una folla immensa di corridori. Il “guarda, guarda, guarda” si spreca e serve a stemperare la tensione. Mi rilasso, penso al meglio, mi obbligo a non pensare al mio piede, chissà come sarà il ponte da Verrazzano, mi domando, chissà come sarà il quartiere di Brooklyn, chissà come sarà la maratona di NY; penso a tutto meno che al mio infortunio. Sul traghetto ci sediamo un po’ infreddoliti, ci hanno dato una coperta termica (di quelle leggerissime di materiale che sembra domopack), respiro, penso a rilassarmi avrò bisogno di ogni goccia di energia, ne sono certo, e cerco questa energia dentro di me. Ad un certo punto mi sento osservato, volto lo sguardo e vedo una signora che ha una età indefinibile (dai 40 ai 50, non saprei dire), di colore, capelli riccioluti, foltissimi, tenuti insieme da una fascia blu che, sembra, mi stia fissando. I nostri sguardi si incrociano e lei mi sorride. Un sorriso bellissimo, solare, che non avevo mai visto in vita mia con quella intensità. Ricambio il sorriso, facendo del mio meglio. Quando si alza mi accorgo che ha una gamba artificiale.

Scendiamo dal traghetto, saliamo su un autobus, arriviamo alla partenza: il ponte da Verrazzano. Sono le 7 e 50, la nostra gara inizia alle 9 e 50. In Italia sono le 14 circa, ho il cellulare spento perché è carico al 95%, ma devo preservare anche lui: se mi si scarica non potrei utilizzarlo nel momento del bisogno per chiamare il numero di emergenza di Terramia. Ma c’è una cosa cui non posso rinunciare anche a costo di non poter chiamare: l’Inter. Giochiamo alle 12 e 30, quindi significa che siamo quasi alla fine della partita. Lo accendo, stiamo perdendo in casa con il Torino, mi sembra. Porca puttana! Con la juve perdono sempre … mah. La chat “Amala” è sconfortata e dai messaggi non capisco bene. Scrivo “quanto stiamo?”. Mi rispondono 1-1. Mi rincuoro. Poi il messaggio: “finita 1-1”, sto per spengere quando mi arriva il messaggio di Lisa: “babbo, parti?”. Rispondo di sì, che sarei partito, che ero già al ponte da Verrazzano. “Forza!” mi risponde. Spengo, mi metto la sacca sotto la testa, sopra la coperta termica che ci hanno dato e che avevo provveduto a stendere sul prato, umido e freddo del “corral” in cui dobbiamo stare in attesa della partenza. Mi sdraio e mi rilasso, chiudendo gli occhi e pensando a chi affronterà la gara in condizioni peggiori delle mie, sono fortunato mi ripeto.

Il momento della partenza arriva velocemente, le due ore mi volano. In piedi vicino alla partenza, mettono la musica e le poliziotte ballano, insieme ai militari. Vedere circa 10.000 persone (la maratona parte a “ondate”) del mio “corral”, pronte a partire è da brividi. Chi non lo ha provato, non può capirlo. Nei 20 minuti passati davanti alla partenza (il mio corral era stato aperto e tutti ci eravamo catapultati verso la partenza), accadono tre fatti degni di citazione. Le musiche che ci fanno sentire sono ballate dai militari, come ho già detto. Alcuni atleti decidono che è il momento di fare la pipì e non essendoci più bagni a disposizione, la fanno dove possono, avvicinandosi al bordo, dove sono io (sto al margine perché al momento della partenza so che verrò travolto e mi voglio cautelare il più possibile). Vicino a me sono molti che lo fanno e quando una donna accanto a me si tira giù tutto e mi mostra il suo lato B (notevolissimo) prima di mettersi seduta per espletare il proprio bisognino penso che, in fondo, qualcosa di bello (no, mi correggo, bellissimo), l’ho visto. E’ imitata da un’altra, ma il voto è appena sufficiente, del resto il lato B precedente era qualcosa di davvero meritevole. Medito di picchiare il dito sulla spalla della signora dal lato B fantastico e dirgli “complimenti alla tua mamma” ma non so come dirlo in inglese (non alla perfezione intendo) e dubito fortemente potesse capire. Quindi taccio, consapevole che un bel silenzio non fu mai scritto. La terza cosa da rilevare è l’inno americano: da pelle d’oca e, pochi istanti prima della partenza, l’intramontabile New York New York.

Finalmente si parte, muovo i primi passi, incerti, poi inizio il “movimento magico”, cerco di togliermi dalla calca, ma vengo spinto di lato, sento qualche “Fuck!”, salto sul marciapiede un attimo prima che un energumeno a tutta velocità mi travolga, valuto se conviene stare fermo ma decido per il no. Proseguo la mia gara e dopo qualche minuto sono nella mia usuale condizione: ultimo! Ormai ci ho fatto il callo, mi godo tutto il ponte da Verrazzano che il mio corral percorre da sotto. Sembra non finire mai. Circa a metà vengo superato da atleti non vedenti con la guida che corre accanto con un piccolo laccio collegato. Alcuni hanno due guide. Poi è la volta degli atleti in carrozzina. Poi sono di nuovo solo. Sento un grido “Uahuooooo” ed un altro “Iahiiaaaaa”, in lontananza. Non so cosa rispondere, poi mi viene un idea. “Forza INTEEEERRRRRRRR”, gridato con tutta l’aria che avevo nei polmoni !!! Il grido rimbomba per tutto il ponte, alcuni atleti in lontananza si voltano, mentre dietro di me, non c’è assolutamente nessuno. Improvviso il suono del mio orologio, ho percorso il primo chilometro: 9 minuti, 54 secondi. Va bene, mi dico. Finito il ponte, dopo poco si entra nel quartiere di Brooklyn. Arriva la seconda ondata partita pochi minuti dopo di me. Nel contempo inizia la folla, due ali di folla che non ci abbandoneranno, praticamente fino al Bronx che ci sostengono, incitano, gridano. Meraviglioso.

Passiamo in una strada dove ci sono bandiere di tutte le nazioni, argentine, brasiliane, portoricane e molte sono italiane. Sento un brivido lungo la schiena. Da lontano, in cima ad una scalinata di una casa, vedo un signore anziano, che grida a tutti gli atleti italiani. “Forza Italia! Forza Italia!” urla a squarciagola ad ogni atleta che riconosce come italiano.

Io corro sempre al lato, per evitare di essere urtato da chi va più veloce, gli sto per passare vicino. Mi vede da una decina di metri, sono riconoscibile per via della mia andatura che non è da corsa, ma simile alla marcia ed è leggermente claudicante. Si alza in piedi, riconosce che sono italiano e grida “Italianooooo anche zoppo !!!! COME ON !!!” Poi scende di corsa le scale, mi viene incontro, quasi in faccia e mi grida (mentre corre di fianco a me) “Don’t give up! You’ve got it! ANDIAMOOOOOO !!!”

Il suo “andiamo”, detto con uno slang Americano, mi commuove. Dopo qualche metro lo sento gridare ancora “Forza LUCA !!! COME ON !!!!” (ho il mio nome dietro la maglia). Un Luca, pronunciato male, ma riconoscibilissimo. Sono a dir poco elettrizzato. Il primo lunghissimo rettilineo che attraversa Brooklyn è un’altra grandissima sorpresa. Band ovunque che suonano canzoni di ogni tipo. Fra queste ricordo “La Bamba” fatta da un gruppo di sudamericani ed un duo che suonava “Mrs Robinson”

Ci sono corridori di ogni tipo, i più forti ormai sono qualche chilometro davanti, e qui non mancano amenità che solo in America si vedono, chi corre in costume, con il pettorale legato ad una gamba (cazzo ci sono poco più di 10 gradi ed il cielo minaccia pioggia), chi corre con improbabili tuniche chi inizia (e sono passati pochi km) ad avere l’affanno. La folla di New Yorkers ai lati della strada è impressionante. Cartelli di ogni tipo, alcuni dicevano “Push here for power”, me li sono toccati tutti. Bambini che ti danno il cinque, uomini e donne che ti incitano costantemente, con grida, tamburi, campanacci ed interminabili “You’ ve got it”. Sento per la sesta volta vibrare il mio orologio. E’ passata meno di un ora! Ho già fatto 6 chilometri, sto bene, ho solo un leggero fastidio alla caviglia destra, non sono affatto stanco. Accendo il cellulare, faccio una foto, mi prendo il primo integratore, gusto arancia, scrivo a Lisa: “Brooklyn, 6 km”. Lei mi risponde “Ti sto seguendo babbo! Con la app del NYRR (New York Road Runners n.d.r.). Se continui così la chiudi in 7 ore, dice”.

Cazzo! La chiudo in 7 ore ! È la prima volta che mi passa per la testa l’idea concreta che la posso chiudere. Immediatamente passo in rassegna il mio corpo e mi metto in ascolto del piede. Va bene, penso

Poi capisco che sto sbagliando.

Se faccio così mi fermo.

Non pensare Luca, non pensare, goditi la passeggiata, non pensare alla corsa, non pensare al piede. Ogni miglio, c’è un rifornimento, non ne salto nemmeno uno. Qualche sorso di Gatorade, due bicchieri di acqua ogni volta. Al dodicesimo chilometro prendo il secondo integratore al 99% banana, alta digeribilità, sperimentato decine di volte in allenamento. Ne ho un altro, più uno di scorta, gusto limone. Sono passate due ore e 3 minuti. Dietro di me qualche migliaio di corridori.

Stimo almeno 5.000 perché in un rettilineo, voltandomi, vedo che è pieno. Ed è in questo momento che capisco il mio, unico, grave errore. Non ho integratori a sufficienza. Sto bene, non ho dolore al piede, solo un risentimento al ginocchio sinistro, un dolore non troppo forte alla caviglia del piede destro ed al polpaccio destro, ma nel complesso sto bene. Ma se dovessi andare avanti? Cazzo che scemo, ero talmente convinto di arrivare al massimo a 15 km che non avevo con me integratori. Mi sarei fermato per mancanza di benzina. Mi viene da ridere. Rifaccio il conto, ma c’è poco da contare, ho due integratori = due ore, massimo tre e, se continuo con quel ritmo (e so già che non potrò sostenerlo, ne sono certo) di ore me ne mancherebbero 5. So che ci saranno integratori distribuiti dagli organizzatori, ma solo verso il trentesimo chilometro (sto andando a memoria): non ci arrivo. Nel frattempo, una band di neri, saranno stati almeno 40 elementi, suona su un palco: è la colonna sonora di Rocky, da impazzire, sono bravissimi. Quella successiva sta suonando YMCA dei Village People, tutti i corridori alzano le braccia al cielo, cantando e ballando; al momento del ritornello c’è la pazzia collettiva, mi ritrovo a ballare ondeggiando le braccia e solo per miracolo preservo il piede. Che cos’è il genio, se non fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione? (stra cit). Ogni miglio, oltre al rifornimento idrico e di sali (Gatorede), c’è un presidio medico. A cosa serve il presidio medico direte voi, mica distribuiscono integratori! Ed avete ragione, loro non li distribuiscono, ma gli atleti che si fermano perché infortunati, li hanno.

È un attimo, sono a circa 18 chilometri, non ho molte possibilità, vedo un presidio medico particolarmente affollato, mi fermo. Il medico mi vede arrivare zoppicando leggermente e pensa sia infortunato, mi dice di aspettare “Wait over there” dice indicando un angolo con una sedia a rotelle. Io proseguo imperterrito, mi avvicino ad un atleta sdraiato su un lettino, faccia sofferente, è evidentemente fuori gioco. Con la mia migliore faccia a culo mi avvicino e chiedo “Sorry, have you got one of these?”, mostrando il mio integratore. Lui mi guarda stupìto, io allargo le braccia e sempre con la faccia da culo delle migliori occasioni dico “I’m sorry, my friend, i have no choise.” Si mette una mano in tasca, toglie un integratore e me lo da: “good luck, friend!”. Un’altra ragazza, con la gamba fasciata e le lacrime che le rigano il volto, si mette le mani in tasca e me ne da due: “don’t give up!” mi dice. Sono imbarazzato, mi scendono le lacrime, balbetto un “God bless you” e torno al mio cammino. Arrivo alla mezza in poco più di 4 ore. Ho dietro di me ancora moltissime persone, io, che non posso correre, ho tenuto dietro tanti atleti che possono correre liberamente ; molti hanno smesso, arrendendosi. Sto anzi recuperando su alcuni ed è in quel momento che la vedo: è la signora del traghetto, con la gamba artificiale. Facciamo qualche centinaio di metri affiancati, poi ci perdiamo. Dopo un chilometro circa, faccio un paio di video, mando un messaggio a Lisa, con un video. “Che figata babbo! Come stai?”. “Benino dai!” “Forza e coraggio!” mi risponde. E’ la frase che le dico sempre io. Adesso me la dice lei. Non posso deluderla. Ma il cronometro è spietato: sto rallentando, lentamente, ma inesorabilmente, provo a fare un chilometro sotto i 10 minuti, sento una fitta al ginocchio sinistro, una puntura al collo del piede destro: mi spavento. Per la prima volta da quando ho iniziato la gara, sento dolore e sono a poco più di metà. Valuto la situazione, debbo smetterla di guardare il paesaggio ed iniziare a concentrarmi su di me. I battiti del cuore sono buoni, appena sopra i 120, non ho problemi di fiato, né di stanchezza, ma le gambe mi fanno male entrambe, in particolare la caviglia destra ed il ginocchio sinistro. Mi accorgo di avere la mani gonfie e capisco che è naturale, visto che cammino e le tengo verso il basso da più di 4 ore, le alzo sopra la testa e le batto. Il dolore è improvviso, quasi violento, mi sento pungere le mani, poi le sento pulsare. Infine sento freddo, terribile, alle dita. Mi metto i guanti, con fatica, mi faccio forza e batto di nuovo le mani per un minuto, sopra la testa. Piano piano passa tutto, il gonfiore diminuisce notevolmente, il dolore non lo avverto più. Ma il difficile doveva arrivare, inevitabilmente ed aveva un nome ed un cognome: Ponte di Queensboro. E siccome i guai non vengono mai da soli, inizia a piovere. Questo ponte collega il Queens a Manhattan ed è il più temuto dai maratoneti, adesso so perché. La salita è devastante per le mie articolazioni, la pioggia mi entra nelle gambe, per fortuna ho il k-way, per fortuna ho il secondo cappello, quello pesante, che metto immediatamente. I miei piedi si bagnano inesorabilmente, sento distintamente l’acqua che si muove fra il calzino e la suola. Aspetto di essere in un punto del ponte semi coperto in cui non piove, faccio stretching, accendo il cellulare, mando un messaggio a Lisa: “Scusa, penso di non farcela, sono troppo stanco.” Spengo il cellulare. So bene dove mi trovo, a circa 3 chilometri dal mio albergo ed è giunto il momento della resa. Ho percorso circa 25 chilometri, sto rallentando vistosamente, ho male quasi ovunque alle gambe, inizio a sentire male alla schiena e mancano ancora 17 chilometri. Non posso farcela, inutile.

È un peccato perché non mi fa male il piede destro, ma tutto il resto. Mentre penso a questo, sono sulla first avenue in Manhattan ed iniziano nuovamente ad esserci i supporter. Tifo estremo, urla, grida. Come on! Don’t give up! Cammino a circa 12 minuti a chilometro, poi crollo a 15 minuti al km. Senza accorgermene sono a circa 33 km percorsi, sono quasi in trance, non capisco molto di ciò che avviene intorno a me. Mi faccio forza e controllo la situazione.

È drammatica, non esagero. Ultimo km fatto in 20 minuti !!! Significa che sto andando a 3 km/h e per percorrere i successivi 9 km dovrò impiegare altre 3 ore. Ed io sto gareggiando da più di 6 ore e 30 minuti. E’ finita, lo sento, ho solo il tempo di esprimere un ultimo desiderio. Poi ripenso a Marco: quando credi di aver finito, hai ancora un 30% di risorse da dare. Sarebbe giusto quello che mi serve per arrivare al traguardo. Sarà vero? Non lo so, ma adesso ho un altro obiettivo: sono partito da State Island, ho attraversato tutto il quartiere di Brooklyn, tutto il Queens e sto attraversando Manhattan, devo arrivare al Bronx. Poi mi arrendo, ma devo arrivare al Bronx.

Cazzo, ce la devo fare, mi importa una sega! Improvvisa l’illuminazione: dopo la fase del non ce la faccio più arriva la fase del mi importa una sega. Roberto aveva ragione. Mi fermo ad un presidio medico, non lo sapevo, ma sarebbe stato l’ultimo, non ne avrei incontrati altri, perché da quel momento, toglievano tutto. Ho un male terribile alla caviglia destra, il “movimento magico”, dopo decine di migliaia di passi, presenta il conto, salatissimo, da pagare. Non so come si dica: “ho bisogno di una benda che mi sostenga la caviglia” e sorrido pensando che mi sarei dovuto almeno portare un traduttore istantaneo. Così dico “I feel ill here” ed indico la caviglia.

Devo avere un aspetto davvero brutto, il medico mi guarda preoccupato, prende il mio piede, toglie la scarpa e sento male, molto! Faccio una smorfia di dolore ed emetto una sorta di grugnito. Lui tocca il piede un po’ dovunque chiedendomi se sento male, io rispondo sempre no. Poi tocca sulla microfrattura, piuttosto forte. Il dolore è lancinante e grido AHIAHHHH !!! Sento la parola “broken” poi pronuncia una frase che non capisco, ma il cui significato mi è subito chiaro, l’infermiere prende la sedia a rotelle. No, penso dentro di me, sono vicinissimo al Bronx. “NO!” Grido. Mi viene un’unica frase: “Don’t stop me now!” Mi rimetto la scarpa, emetto mugugni di dolore ed esco dal presidio medico, lasciando il medico esterefatto. Credo che in Italia mi avrebbero fermato, ma siamo in America, qui tutto è possibile e se non vuoi essere fermato perché vuoi continuare a correre, nessuno te lo impedirà. Fuori c’è un poliziotto, nero, enorme, un armadio a due ante, sarà due metri.

Mi guarda e dice “Well done guy! Don’t give up!”

È un vizio unanime, questa frase.

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Riparto ed arrivo al Bronx, sono solo, pochi corridori intorno a me, stanno aprendo le strade al traffico, è buio, fa freddo i punti di ristoro sono finiti, li stanno chiudendo. I presidi medici pure. Riesco a fatica a capire qual è la strada da seguire. Mi volevo fermare ma capisco che non posso assolutamente, qui non c’è più nessuno. Devo tornare a Manhattan, costi quello che costi. Mi aggrego a due ragazze, da questo momento, camminerò sempre con loro.

Arriviamo all’ultimo dannato ponte, quello che separa il Bronx da Manhattan, adesso è ufficiale, devo arrivare al traguardo. Inutile raccontare nel dettaglio quegli ultimi, drammatici chilometri. Scenderei nel patetico o nel melodrammatico e non voglio. L’unico problema è che è tutto vero. Mi hanno spiegato che, gli ultimi chilometri, il mio organismo ha iniziato a mangiare i muscoli, avendo praticamente finito i grassi. Ho avuto, nel corso della mia vita, momenti di stanchezza, crampi, talvolta, e gambe rigide dalla fatica. Ho avuto freddo ed ho provato dolore, anche tanto. Ma mai e dico mai, sono stato così male.

(qui il podcast di Radio Deejay)

Se mi fossi seduto il risultato sarebbe stato uno solo: non mi sarei più rialzato. Non si trattava solo di avere dolore, di avere le gambe rigide: era qualcosa di più atavico, di più profondo. Ero letteralmente svuotato di energie, mangiai l’ultimo benedetto “ciuccino” (li chiamiamo così gli integratori, perché sostanzialmente si ciucciano), ed ingoiai anche un cioccolatino che mi avevano dato per strada, credo nel Queens. Avevo mangiato tutto, davvero tutto, quello che avevo e mancavano le ultime 2 miglia. Siamo già dentro Central Park, riconosco il posto con precisione. Due miglia sono circa 3 chilometri e 200 metri. E non ne avevo letteralmente più. Senza quelle due ragazze non ce l’avrei fatta, parliamoci chiaro. Ma il traguardo è arrivato.

Bellissimo, luminoso, ci sono ancora molte persone ad aspettare gli ultimi arrivati. Ci sommergono di applausi, sono al traguardo, alzo le braccia al cielo mentre muovo gli ultimi passi che mi fanno arrivare alla linea dell’arrivo, poi abbasso la testa e piango, come un bambino, le mani ancora alzate, i pugni chiusi, mentre muovo l’ultimo dei 68.834 passi. Ancora non lo sapevo, ma dietro di me, c’erano 10 runners. Sono arrivato quasi ultimo. Ma ho finito la (mia) maratona di New York. Ragazzi/e, sono un maratoneta: è ufficiale.

Ringrazio il mio fisioterapista, Dario Della Bartola, senza il quale nulla sarebbe stato possibile, ringrazio Roberto, Marco e Federico, preziosi dispensatori di consigli, ringrazio i New Yorkers per l’incredibile supporto che hanno dato ai maratoneti, ringrazio Stefano Mazzoni, interista e fondatore della chat “Amala” ma soprattutto maratoneta, per avermi dato due grandi suggerimenti, e Manuel Comerci, per avermi prescritto un ottima dieta pre-maratona ed infine ringrazio tutti voi per essere arrivati fino in fondo a questa lettura, nella speranza di incrociarvi da qualche parte del mondo ad una maratona.

Ecco un link che fa vedere il percorso della maratona di New York e, sotto, un link in cui Pizzolato la spiega.

Aprite questo link, seguite il filmato, ne rimarrete impressionati. Al miglio 15, c’è il ponte di Queensboro. Al 21-esimo miglio, l’ultimo dannato ponte.

Vi lascio anche questo link, se avete 15 minuti di tempo: è un filmato più dettagliato.

ed ecco la spiegazione tecnica di Pizzolato del tracciato della gara, se qualcuno fosse interessato.

https://www.orlandopizzolato.com/it/1446-NY-map.html

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