Di luce e di buio…

Quando posso, pur con tutta la distanza fisica che ci separa, mi piace seguire Gianfelice Facchetti in quello che fa, anche in ambito extra-calcistico. Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, di scambiare 4 chiacchiere con lui parlando di Inter e di calcio. Mi ha sempre affascinato il suo modo di vedere l’Inter, ma anche l’approccio diverso, più umano (se mi passate il termine), a molti aspetti sui quali lo sport talvolta è troppo carente: la mia, personalissima, speranza segreta è che un giorno possa vestire un ruolo di prestigio vero all’interno della società. E non è una speranza legata soltanto al cognome importante e impegnativo.

Tra le varie attività, qualche anno fa mi colpì la presenza, durante la consegna del “Premio Giacinto Facchetti” a capitan Javier Zanetti, di Claudio e Matteo Mussi, padre e figlio. Approfondendo ho compreso il perché, ovvero che si trattava dell’ennesima dimostrazione di quegli “aspetti umani” di cui Vi accennavo prima.

Lo stesso Gianfelice, nella puntata di ieri della Domenica Sportiva, ha riportato in tv la storia e lo ha fatto con il suo stile inimitabile, con la sapienza di chi ha fatto  (e sa di) teatro, testi, poesia e parole che riescono ad andare a segno, sanno raccontare più di una storia. Il titolo d’apertura è mio, non sapevo come avrei potuto introdurvelo diversamente…

Di luce e buio

Anche nel calcio, quando le cose non girano bene, usiamo il buio per spiegarci quello che sta capitando.

E anche senza accorgercene lo facciamo quasi sempre con una accezione negativa: parliamo di notte, di tenebre, parliamo di oscurità, come in questi giorni in cui abbiamo detto tante volte che la nazionale contro la Svezia si è cacciata in un “vicolo cieco”, oppure che questo è il “periodo più buio e più nero” della storia degli azzurri. O che magari cambiare la federazione con due o tre mosse è semplicemente una “operazione miope”.

Tra gli spettatori che stanno lasciando il Meazza dopo il posticipo tra Inter e Atalanta, questa sera ce ne sono due che potrebbero raccontarci, in fatto di luce e di buio, una storia completamente diversa.

I protagonisti si chiamano Claudio e Matteo, sono padre e figlio. Matteo ha quasi 20 anni, il figlio, ed è cieco dalla nascita. Ma da quando ne ha 8 non si perde una partita casalinga dei nerazzurri.

Quando l’arbitro fischia, il padre gli prende la mano e inizia a raccontare quello che succede in campo. Inizia per il figlio una specie di calcio minuto per minuto, tutto soltanto per lui, che potrebbe risuonare più o meno così (ndr: inizia la radiocronaca Rai di Inter-Atalanta):

L’Inter in questo primo tempo attaccherà da sinistra verso destra, rispetto al nostro punto di osservazione. La gara è cominciata con il calcio di inizio dell’Atalanta che manovra il primo pallone della partita…” (sfuma)

Matteo ascolta la voce del padre che lo accompagna su e giù per il campo, dentro e fuori dell’area di rigore e che si unisce alle voci di 50/60mila persone. Sente e ascolta i rintocchi del pallone che fa “bum”, mentre il profumo del prato sale su per le narici ed è un altro “bum”.

E la partita si accende.

E arrivano le occasioni da una parte e dall’altra.

E anche Matteo, come tutti i tifosi, se incassa mastica amaro. Ma quando uno come Icardi stasera fa due gol, a quel punto assapora la vittoria. Lì la stretta tra i due si fa più forte, il patto si rinnova e si accende tutto attorno.

E quelle mani diventano occhi che possono illuminarsi nella notte di Milano.

Non c’è buio che tenga: per due tifosi così le luci di San Siro saranno sempre accese.

E sono due tifosi così speciali a farci sperare che la nottata che s’è portata via il nostro mondiale sia stata soltanto un abbaglio.

Claudio e Matteo

Una pagina di sport come raramente ci capita di sentirne e saperne, perché parliamo tanto dei cosiddetti “mali del calcio”, così come si parla di tanti altri argomenti come quello dell’integrazione, con il solo risultato, troppo spesso, di svuotare di significato le parole, farle diventare semplici contenitori vuoti, senza idee, senza emozioni. E, a proposito di integrazione, da quello che sappiamo, il padre qualche tempo fa ha deciso di ritirare Matteo dalla scuola perché “alla fine veniva sempre emarginato“.

Matteo ha una passione: ama l’Inter. Padre e figlio partono da Alessandria ogni volta che l’Inter gioca in casa, 100 km andata, 100 km ritorno per vedere l’Inter. No, non si tratta di un errore: il verbo “vedere” è voluto. Sarebbero tante da raccontare, ma una delle cose che ho imparato da persone con disabilità è che il mio disagio, talvolta, nell’esprimermi liberamente, con conseguente necessità (sempre mia) di adattare il linguaggio per quel pensiero mio borghesissimo di “non urtare la sensibilità”, è una forma sottile, ma forte e sentita, di discriminazione.

Ci vediamo presto“, mi diceva il mio amico Benny diversi anni fa.

A presto” rispondevo io.

Non facevo in tempo a completare che lui ribadiva “Presto? Che facciamo presto?

Ci vediamo, Benny, ci vediamo“.

Benny era cieco e mi diceva che era il modo giusto per dirlo: “non vedente è in negativo, a chi vuoi prendere in giro?

Un continuo insegnarmi tante piccole cose di vita che ci sfuggono ogni giorno.

Così come faceva spesso l’amico Franco Bomprezzi, giornalista e grande tifoso interista, che ci ha lasciati qualche tempo fa, non prima di averci insegnato molte cose, a chi individualmente e a chi collettivamente nella rubrica “Gli Invisibili” de il Corriere della Sera. Come quella volta che ci spiegò l’importanza della sua carrozzina e del perché sbagliavamo a pensare che fosse “costretto su una sedia a rotelle”.

 

Non lo conosco, ma ho impressione che Matteo sia speciale come Franco e Benny. E, vuoi mettere?, è anche interista.

Non deve essere facile per la famiglia Mussi, eppure la tradizione continua e Matteo può gustarsi l’Inter e tutte le partite in casa. Quante volte, di fronte a una partita, non ci accorgiamo di tutti i gesti che facciamo? Tutte quelle manifestazioni incontrollabili e inconsce che lasciano trasparire l’emozione, la tensione e la passione: i tic sul volto, i piedi che si muovono, i balzi sulla sedia, le mani che si stringono, si aprono, cercano qualcosa. Immagino che durante le partite le mani di Matteo diventino l’estensione della sua anima: sudano, stringono, accarezzano… e chissà quante volte l’emozione del padre ha interrotto la narrazione, mentre le urla degli altri 50/60 mila di San Siro davano comunque a Matteo l’idea precisa di ciò che stava per accadere. E lui ha di certo reagito col suo corpo, con i suoi balzi, la sua voce, le sue mani che stringono, si aprono, cercano quelle del padre che, con la sua voce,  diventano anche i suoi occhi.

Ho trovato questa poesia della madre, non so come altro chiamarla: “Quando al mattino sorridi nel sonno, il mio pensiero vola lontano e penso che tu ci veda come tutti gli altri bambini… Le tue manine così avide di conoscenza diventano ogni giorno più abili. Le tue manine preziose, i tuoi occhi.

Dietro la storia di Claudio e Matteo, dietro le parole di Gianfelice, splendide nel restituirci i lampi e i riverberi delle loro emozioni, di emozioni così distanti dalla banalità di come viviamo il quotidiano, c’è una abbagliante bellezza intrinseca, qualcosa che travalica il calcio, lo sport, vale infinitamente più di una partita vinta o persa, più di tutte le inutili chiacchiere alla tv e sui giornali. E, sì, ci mettiamo anche le nostre.

C’è una bellezza che, se esposta, lascia apparire tutto il resto così come forse è davvero, piccolo piccolo, di fronte a passioni e emozioni che non vivono soltanto della prosaica realtà dei numeri e delle classifiche.

E, chissà, forse potrà essere utile a molti di noi che vivono il calcio e lo sport ammantandoli di questa fredda e gelida aritmetica del risultato, della polemica, della sterile, e troppo spesso oltraggiosa, partigianeria del tifo.

Una storia che mi rimarrà cara e preziosa, spero accada anche a voi. Perché ho la certezza che voi e io, io che scrivo e voi che leggete, da oggi in poi, ci ricorderemo di Claudio e Matteo ogni volta che qualcuno parlerà di Inter, di Milano e di quelle “luci a San Siro”.

Ben sapendo che, almeno per due, rimarranno accese. Sempre accese.

  • Gus

    Grazie Alberto. In fondo, come per Matteo, per tutti noi il nero e l’azzurro sono i colori di un racconto.

  • Luca Carmignani

    Bellissima storia, Gianfelice è davvero bravissimo ed ha fatto bene a riportare il racconto di Claudio e Matteo.

  • Mark Hollis

    Ieri sera avevo le lacrime agli occhi (Gianfelice in quella trasmissione e’ di un altro livello), ma poi Tardelli ha rovinato tutto col suo intervento. Una cosa imbarazzante.

    • RanieroB

      non l’ho visto, ma Tardelli me lo posso immaginare…

      • maigobbo

        tardelli sta a gianfelice come il letame sta alla cioccolata: la differenza fra il letame e ritardelli è che, come diceva il maestro De Andrè, “dal letame nascon fior” mentre da ritardelli nascono cazzate

    • Alberto Di Vita

      concordo…

  • Riccardo Anelli

    Grazie Alberto

  • Luca Carmignani

    Ho la fortuna ed il privilegio di poter dire di essere amico di Gianfelice Facchetti. Non tutti lo sanno, ma Gianfelice è attivissimo anche con le associazioni di ragazzi diversamente abili e, con i Caregivers di Pisa, lo posso certificare. Ho visto, ovviamente, Gianfelice anche in teatro, sia come regista in “Mi voleva la Juve”, una storia bellissima e vera (se vi capita andate a vederla) sia come regista ed attore in “Eravamo quasi in cielo”, un altro capolavoro, una storia, anche questa, vera.
    Tutto questo per dire: i veri uomini, si vedono. I frutti non cadono mai distante dall’albero sul quale sono nati e l’ “albero” di Giacinto ha dato solo buoni frutti, come del resto non potevamo che aspettarci dalla più fulgida delle nostre bandiere.
    Concludo, portando alla vostra attenzione l’intervista che feci a Gigi Simoni a fine campagna acquisti, sulle previsioni di questo campionato.
    Il nostro Mister, disse che sul Milan “sospendeva” il giudizio, in quanto non solo aveva cambiato moltissimo, ma soprattutto perché in quella rosa non vedeva campioni; tanti buoni giocatori, ma nessun campione. Le due rivali della juve? Napoli e Inter perché a suo dire la Roma, pur fortissima e con un ottimo allenatore (Gigi stima molto Di Francesco, che ha avuto come giocatore), avrebbe potuto pagare dazio al cambio di modulo. Aggiunse anche che la juve la vedeva più vulnerabile in difesa.
    Alla luce dei risultati dopo un terzo di campionato, possiamo dire che ci aveva preso in pieno.
    Dove sta l’anomalia? Semplice: è una voce fuori dal coro. In estate, tutti, (o quasi) gli addetti ai lavori, davano il milan come sicuro in CL e, addirittura, come pretendente alla scudetto. L’Inter era fuori da qualsiasi pronostico, qualcuno si ricorda di un pronostico anche solo lontanamente simile a quello fatto da Simoni?
    Allora vi domando: secondo voi, Simoni è l’unico allenatore che capisce di calcio? Oppure c’è qualcosa di distorto?
    Riguardatevi cosa disse Simoni, prima della campagna acquisti/cessioni e confrontatelo con cosa è stato realmente fatto: la somiglianza è impressionante.
    Ma queste sono cose che succedono solo sul “Malpensante”, perché altrove non esistono (o quasi).
    State sintonizzati. Ne leggerete di belle.

    • Gio-Bonimba ’61

      Per quanto riguarda il qualcosa di distorto che emerge, basta riallacciarsi al filosofo Deneault, che – in tutti i valori che ci circondano, non certo solo per il calcio – vede la “mediocrazia” avanzare, i mediocri sono entrati nelle stanze dei bottoni con la loro rivoluzione anestetizzante: mai mettere in discussione o disturbare l’ordine standardizzato. I mediocri non sono incompetenti ma mediamente competenti o competenti utili, la loro ascesa avviene a discapito dei supercompetenti e dello “spirito critico”. La governance a discapito della democrazia, il resto: piccoli osservatori obbedienti. Resistere per uscire dalla mediocrità, che ci rende mediocri. Scusa la disgressione.

  • Gio-Bonimba ’61

    Bellissime pagine, grazie!

  • maigobbo

    Non ho parole. Un abbraccio a papà e figlio

  • Masspi

    Andrò a vedere il pezzo di Gianfelice.Alberto come sempre bravissimo a trovare argomenti che parlano di calcio e del calcio.Questa storia ci fa capire quello che é e che deve essere il calcio,bellezza ed emozione.Come interista mi renderebbe ancora più orgoglioso sapere che i due abbonamenti a padre e figlio fossero offerti dalla società FC.INTERNAZIONALE.

    • Alberto Di Vita

      Grazie per le belel parole!

  • Mauro Cuman

    Che meraviglia! Questi argomenti così teneri e toccanti si possono trovare solo in un blog di interisti. Quanta poesia e quanta bellezza ruotano attorno ai nostri splendidi colori!

    • Alberto Di Vita

      Grazie davvero!

  • SSItheOriginal

    pelle d’oca.
    bellissimo articolo!

    Il riferimento a Franco mi ha toccato particolarmente.

    • Alberto Di Vita

      Franco ci manca!

  • alan4367

    Complimenti Alberto, bell’articolo!

  • stooge70

    per uno di quei casi della vita che non ti spieghi domenica ho girato sulla DS che non vedevo forse da 7/8 anni, volevo sentire Spalletti ma non mi andava di passare da Mauro e soci.
    Giro e oltre a vedere quel gentiluomo di Riccardo Cucchi, mi capita di vedere il monologo di Gianfelice Facchetti che citi.
    I brividi, le lacrime agli occhi.
    Un grazie a lui e a Cucchi (e un pensiero a quegli idioti, che ci saranno sicuramente, che pensano “ecco la Rai asservita all’INDA.., lasciamoli nel loro brodo di ignoranza, NOI siamo superiori)

    • Alvaro Borri

      Che coincidenza, anche a me è capitata la stessa cosa

  • Christian

    Grazie a Alberto e a Gianfelice, sono pagine che ci ricordano cosa dovrebbe essere il calcio e lo sport in genere.

    • Alberto Di Vita

      Grazie a te!

  • Alberto Di Vita

    Due piccoli incisi:
    a) ci tengo a precisare che sulla pagina, su questo articolo, non c’è un briciolo di pubblicità;
    b) magari vi rispondo in ritardo ma vi rispondo

  • Carlo Passera

    gran pezzo, Alberto