La prima gemma di Spalletti: Ivan Perisic

A prescindere da come finirà la stagione, una cosa si può già affermare con certezza: Luciano Spalletti sta plasmando l’Inter 2017-18 come raramente si è visto fare ad un allenatore dei nerazzurri. E lo sta facendo da moltissimi punti di vista che proveremo ad analizzare a partire da oggi, con dei focus su alcuni di questi aspetti, mescolando tattica mediatica, strategia in campo e operato sui calciatori.

Prima ancora di sentirlo parlare per la prima volta in nerazzurro mi ero espresso in maniera piuttosto categorica sull’argomento:

Spalletti è un upgrade per molte ragioni: è già ambientato in Italia, conosce il campionato (sempre che sia davvero una qualità: Conte in UK ha vinto il primo anno), ha molta esperienza alle spalle, ha anche fatto esperienza all’estero (che non fa mai male), non ha passati troppo scomodi (chiari battibecchi da romanista con i nerazzurri, ma non è Conte col suo armamentario di scheletri nell’armadio), è abituato a lottare per il vertice e nelle sfide di Champions League. Questo non ne fa il migliore in assoluto, ma probabilmente il profilo più “fit” sotto molti punti di vista.

La cosa più importante, però, è che è legato a doppio filo con il dirigente che attualmente ha maggior peso in società, Sabatini.

Pertanto, che ci piaccia o meno, che ci entusiasmi o meno, ci resta una sola cosa da fare: farcelo piacere.

Certo, può non sembrare una ottima prospettiva di partenza, ma questa è. Spalletti è un allenatore capace, una scelta necessaria, razionale oltre ogni limite: probabilmente, nell’attuale panorama degli allenatori disponibili, era persino l’unica scelta possibile per un progetto che già a breve termine vuole aggrapparsi a delle certezze.

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Insomma, era il profilo di uno che sognava altro (Simeone è sempre stato il mio profilo ideale) ma che, scartato quello, non avrebbe saputo trovare un nome migliore: Spalletti, tra tutte le opzioni in giro, era quello che “vestiva” l’Inter meglio di chiunque altro.

Le sue prime parole mi hanno incuriosito e, nei giorni successivi, lui stesso ha dipanato ogni dubbio: vista la situazione era davvero la scelta migliore tra le possibili. Ricordiamole, anche, le sue prime parole, quelle che mi spinsero a definirlo “The different one”:

  • Quanti allenatori c’erano prima di me come candidati per questa panchina? Non me ne frega niente di chi era in corsa per questa panchina, sono io l’allenatore e sono eccitato. E ve lo farò vedere”;
  • Senza senso di appartenenza non ci possono essere risultati. Ci dovranno essere cambiamenti radicali“;
  • Tutti mi dicono che mi sono preso una bega venendo qui. Non la vedo così e comunque me la prendo tutta volentieri questa bega“;

Soprattutto quest’ultima affermazione mi stupì, credo abbia stupito tutti, perché l’impressione era chiara: Spalletti aveva fortemente voluto l’Inter. E non perché era una squadra vincente o perché si trattava di un contratto munifico: quello che fino a oggi ci ha trasmesso è l’idea di un allenatore che è consapevole di potere fare storia.

Nei mesi successivi ci sono state tutte le conferme possibili e credo proprio che Luciano abbia studiato l’Inter, abbia analizzato il suo recente passato, ne abbia compreso la natura e l’umore, abbia anche pensato a lungo a una strategia comunicativa che includesse tifosi e calciatori.

Ad agosto la definitiva folgorazione, con una dichiarazione che lasciava presagire cambiamenti per certi versi anche epocali all’interno dello spogliatoio interista. Una dichiarazione che nel corso dei mesi è diventata una specie di sottofondo alle partite che vediamo, ai movimenti dei calciatori:

Perisic e Icardi hanno già fatto vedere di essere due da Gran Premio. Son partiti subito forte. Qualcuno deve ancora migliorare, soprattutto dobbiamo migliorare nell’essere squadra, come dicevo prima, nell’essere blocco, nell’essere poi nelle condizioni di dividersi quelli che sono i vantaggi e gli svantaggi che una partita di calcio propone. Cioè, quando a un attaccante che fa gol gli chiedi di tornare 10 metri fuori della tua area… ma è meglio che stia là, perché lui fa gol… non funziona più così nel calcio. E le avete viste, ci sono delle partite che dicono questo. Se lui aspetta là… di pari livello la palla non te la fanno riprendere. E se non la prendi poi gliene restituisci di meno per fare gol. I 10 metri per dare una mano al compagno di squadra… per esempio domenica ci sono state rincorse di 100 metri pieni fatti di vampate di Ivan che sono lì, sotto gli occhi di tutti, basta vederli, e quei 100 metri li poteva usare da un’altra parte. Però state tranquilli che quei 100 metri lì gli vengono restituiti per quello che è la sua qualità e per il suo gioco offensivo, a 10 metri ciascuno dagli altri 10 calciatoriLuciano Spalletti

Se su Icardi abbiamo speso più di una parola, stavolta tocca proprio a Ivan Perisic.

Perisic prima dell’Inter

La stella di Ivan comincia a brillare a Spalato, città croata dell’Hadjuk, quando fa rizzare le antenne degli osservatori di mezza Europa, tra gli altri, PSV e Ajax che forse gli avrebbero consentito una crescita più rapida, salvo poi firmare per il Sochaux. In Croazia giocava spesso da trequartista ma tutti i resoconti parlavano di un giocatore in grado di rendere in qualunque ruolo dell’attacco, con naturale predilezione per l’esterno.

In Francia, però, qualcosa non funziona e l’allenatore Francis Gillot non gli dà fiducia, così viene mandato in prestito in Belgio, nel Roeselare. L’impatto è interessante, segna 5 gol in 17 partite, fa assist e si mette in mostra, anche se non così tanto da risvegliare l’interesse dei grandi club.

Così è il Club Bruges a scommetterci su circa un milione di euro. Sarà destino, sarà quello che volete, ma il Club Bruges ha maglia nerazzurra e Perisic decolla letteralmente: su 89 partite segna 35 gol, attaccante vero, ma fanno sensazione soprattutto i 23 assist.

In Germania fanno prima di tutti e lo fa soprattutto un allenatore che ama avere a che fare con i giovani: Jurgen Klopp. Ivan si trasferisce al Borussia Dortmund in una squadra dalle enormi potenzialità: Hummels, Subotic, Piszczek, Blaszczykowski, Lewandowski, Gotze… insomma, la squadra è incredibilmente buona e la concorrenza è davvero forte, e forse Ivan non è così disciplinato come dovrebbe. In più, la sua prima partita non è proprio fortunatissima. 23 luglio 2011, Supercoppa di Germania contro lo Schalke 04: Perisic tira il quinto rigore e lo sbaglia (aveva già sbagliato, comunque, Grosskreutz), vince lo Schalke.

A Settembre prova a rifarsi, segnando il gol del pareggio in Champions League contro l’Arsenal: il tabellino recita “Van Persie e Peric”. Ma Klopp evidentemente non è soddisfatto e lo usa relativamente poco, anche se Ivan partecipa comunque al “doblete” del Borussia di quell’anno segnando ben 7 reti e marcando 3 assist in una Bundesliga giocata per meno di mille minuti. L’anno successivo va decisamente peggio: 500 minuti in campionato, 2 gol e 1 assist.

Perisic è evidentemente uno di quelli che deve stare al centro del progetto, altrimenti implode.

Va, così, a gennaio 2013 va al Wolfsburg (acquisto invernale più caro nella Bundesliga) e in maglia biancoverde, dove spazia da destra a sinistra, giocando anche da punta qualche volta, avviene la definitiva esplosione dopo un anno di rodaggio. Nella seconda stagione ci sono alti e bassi ma, dopo il giro di boa, Perisic cresce partita dopo partita e a fine anno le sue statistiche dicono 13 gol e 8 assist in tutte le competizioni. Ma 6 di questi gol sono realizzati nelle ultime 5 partite, da febbraio in poi 8 gol e 3 assist: dopo un anno in cui in patria c’era anche una forte fronda “anti-Perisic”, che spaziava dal “non convocatelo” al “lasciatelo in panchina”. La svolta è la sua definitiva specializzazione in esterno d’attacco puro, più a sinistra che a destra, soprattutto  in nazionale, dove è agevolato dal passaggio al 4-2-3-1 (che talvolta diventa 4-1-4-1 o 4-1-3-2). E questo gli vale la convocazione al mondiale del 2014: ancora una conferma che, se messo al centro dell’attenzione, Perisic funziona.

In questo mondiale, Perisic si mette davvero in luce con prestazioni di altissima qualità, al punto che stupisce che nessuno si sia davvero mosso per portarlo via dalla Germania. Secondo un parametro della Fifa, ovvero il “Castrol Index Ranking“, il miglior giocatore del mondiale è stato James Rodriguez, mentre il secondo proprio Ivan Perisic davanti a gente come Benzema, Robben, Neymar. E, particolare non da poco, Perisic è l’unico giocatore nella top 10 a non avere superato i gironi con la sua formazione.

Rafael Benitez era allenatore del Napoli e ricordo al tempo che il procuratore di Perisic confessò che c’era il forte interesse dell’allenatore spagnolo, ma non se ne fece nulla, anche perché Benitez voleva razziare mezzo Wolfsburg: con Perisic, aveva chiesto anche Schurle (passato l’anno prima al Chelsea), Luiz Gustavo. Tra l’altro, il 23 aprile 2015 si scontrano proprio il Napoli di Benitez e il Wolfsburg: il Napoli vince, prima di cadere contro il Dnipro, ma uno dei gol del 2-2 al ritorno è proprio di Perisic, mentre nell’altra semifinale la Fiorentina veniva schiantata dal Siviglia di Banega, poi vincitore.

Il 2014-15 è meno fortunato dell’anno precedente, anche perché a metà stagione subisce un infortunio che ne limita quella progressione che lo vuole spesso emergere nei finali di stagione. Anche nel 2015, ultime 4 partite col botto: 2 gol e 2 assist.

Forse è proprio grazie a questa stagione così così che l’Inter riesce ad acquistarlo a un prezzo davvero d’occasione: 16 milioni.

All’Inter

La sua storia in nerazzurro la conoscete a menadito, inutile persino ripercorrerla. Va detto che l’inizio non è stato semplicissimo.

Da una parte Mancini non lo aiuta, piazzandolo un po’ ovunque dove gli capita, anche esterno di un 3-5-2 contro la Fiorentina (partita finita 1-4 con centrali Miranda, Medel e Santon) in cui Mancini, colto da chissà quale malore (certamente lo stesso che gli ha consigliato lo schema), aveva dichiarato che “per la prima volta Perisic è stato schierato nel suo ruolo” (per quanto mi sia sforzato non ho mai trovato una partita in cui avesse giocato in quel ruolo), nonostante Perisic, prima e dopo, aveva insistito che il suo ruolo è esterno d’attacco in un 4-3-3 o un 4-2-3-1.

Eppure tutti i resoconti, ma tutti tutti, erano indiscutibili: esterno d’attacco, fascia preferita sinistra, rapido, ottimo di testa, calcia bene con entrambi i piedi e, con squadre corte e organizzate, dà anche il suo discreto contributo in difesa. In caso di estrema necessità, Perisic potrebbe persino fare il centravanti, ma non certo l’esterno del 3-5-2.

Dall’altra parte, fare il suo ruolo quando a metà campo hai gente come Guarin, Medel, Kondogbia, Melo e Medel è un’impresa ai limiti dell’impossibile, probabilmente per 99 calciatori su 100.

Sappiamo anche che quella fu una stagione particolare, segnata da una spaccatura profonda in squadra venuta alla ribalta dopo Inter-Lazio di dicembre, nonché da stravolgimenti dell’assetto societario che non potevano non diventare un problema per la squadra. L’Inter perderà 9 partite, ne pareggerà 4 e ne vincerà 9: 1,4 punti a partita e un gioco che non esiste, una squadra spesso senza logica né idee.

Così come è più logico fare quando si tratta di calciatori di caratteristiche particolari che hanno, inevitabilmente, necessità di adattarsi al campionato italiano (vero Dalbert e Cancelo?), sarebbe stato più utile predicare pazienza e prudenza. Ma per qualcuno la “carogna” era già lì, ancora calda ma stecchita e pronta da azzannare (e chi dimentica è complice!):

 

Perisic aspettava, come gli è capitato spesso in carriera, la seconda parte di stagione per decollare. In panchina contro il Chievo a Milano, nelle ultime 14 partite, nonostante un’Inter per larghissimi tratti inguardabile e improponibile, 5 gol e 3 assist da ala sinistra pura.

L’anno scorso la definitiva consacrazione: 11 gol in campionato e 11 assist, nonostante una squadra tenuta in piedi col nastro adesivo.

Arriva Spalletti, ma l’Inter deve sistemare il bilancio, lo sanno tutti. Il principale indiziato per l’uscita è proprio Ivan Perisic, che ha mercato e ha un valore residuo a bilancio non altissimo: la plusvalenza è garantita. Anche qui sempre il Corriere si avventa su quella che pensa essere ormai una carogna, ancora calda ma carogna, e pubblica questo articolo con uno dei titoli più raccapriccianti mai visti prima (articolo, purtroppo, non firmato):

Perisic ciaone Spalletti

Non possono mancare, ovviamente, le idiozie giornalistiche del tipo: Perisic ha cliccato sull’immagine di Pogba, ha messo “mi piace” a Mourinho, si è messo a seguire il Manchester United su Instagram etc… Per i giornalisti questi sono “segnali”: per tutti i giornalisti ma, nello specifico, sempre quelli del Corriere dello Sport.

Quando il mercato decolla e l’Inter fa muro su Perisic, apparentemente fissando una quota reputata troppo alta dal Manchester United (si parla di 55 milioni), Spalletti fa capire il suo punto di vista (riabilitiamo il Corriere dello Sport, se no pensano che ce l’abbiamo con loro):

Al punto che ho più volte insistito su un punto. Chi ci segue da tempo sa quanto abbiamo insistito sulle spiegazioni riguardo al Financial Fair Play, ai limiti imposti dall’Uefa, alla necessità di essere società che sa autofinanziarsi. E, in estate, non abbiamo mai smesso di insistere sul fatto che il principale freno alla campagna acquisti siano stati proprio i paletti del FFP, affiancato alla considerazione che la permanenza di Perisic A) è stata fortemente voluta da Spalletti B) ha condizionato inevitabilmente il mercato, perché è venuta meno quella enorme plusvalenza che avrebbe consentito maggiore margine di azione. Al punto che per me Perisic diventa la “cambiale” di Spalletti.

Da questo punto di vista arrivavano conferme trasversali: Perisic era ritenuto fondamentale nello scacchiere del nuovo allenatore dell’Inter, al punto che avrebbe accettato un mercato minore pur di averlo in squadra.

Insomma, quel famoso “top player” estivo per Spalletti poteva benissimo essere Perisic che rimane.

La “gemma” di Spalletti

Proprio questa insistenza estiva di Spalletti su Perisic ha chiarito molte cose sul metodo dell’allenatore di Certaldo, che più e più volte ha parlato di un gruppo straordinario, cercando di proteggere tutta la squadra ma al tempo stesso di responsabilizzarla: “La qualità dei ragazzi è altissima, ho trovato gente disponibile, motivata, professionisti veri.

Ma due dei suoi due “bersagli” prediletti sono proprio Icardi e Perisic.

Quando può, li coccola: “Icardi e Perisic sono calciatori di grandissima qualità e professionisti eccezionali.

Altre volte li sprona e credo che pubblicamente provi a fargli capire che i ragionamenti sciorinati in settimana sono giusti, più che giusti.

esthia immmobiliareE le avete viste, ci sono delle partite che dicono questo. Se lui aspetta là… di pari livello la palla non te la fanno riprendere. E se non la prendi poi gliene restituisci di meno per fare gol. I 10 metri per dare una mano al compagno di squadra… per esempio domenica ci sono state rincorse di 100 metri pieni fatti di vampate di Ivan che sono lì, sotto gli occhi di tutti, basta vederli, e quei 100 metri li poteva usare da un’altra parte. Però state tranquilli che quei 100 metri lì gli vengono restituiti per quello che è la sua qualità e per il suo gioco offensivo, a 10 metri ciascuno dagli altri 10 calciatori.

Le qualità di Perisic in attacco non sono mai state in discussione: quello che faceva storcere il naso era la qualità e la quantità dei suoi rientri, dell’aiuto fornito al terzino sulla stessa fascia, spesso lasciato da solo, con i centrali di centrocampo costretti a dargli sostegno.

Il Perisic di quest’anno è diventato un calciatore totale, esattamente come lo sta diventando Icardi dopo la partita contro il Bologna, punto di svolta del suo atteggiamento in campo. Non è più insolito vedergli fare 50 metri di scatto per recuperare palloni (e parlo al plurale, non al singolare), dare una mano ai compagni, restare sempre dentro la partita, giocare sempre con i compagni anche se non ha la palla.

Se qualcuno volesse mostrare i cambiamenti apportati da Spalletti con un video di 30 secondi, gli basterebbe mostrare il Perisic dell’anno scorso affiancato al Perisic di quest’anno, quello che non rientra neanche sotto tortura e quello che invece recupera 70 metri perché Nagatomo ha sbagliato la sovrapposizione e ha perso palla.

Perisic non è, né potrebbe esserlo, decisivo ad ogni partita, ma due aspetti sottolineano la bontà del lavoro di Spalletti sulla testa dei suoi. Da una parte, su Ivan spesso si studiano gabbie e marcature speciali: lui soffre per un’ora e poi, quando le maglie si allentano, spesso sale in cattedra ribaltando partite e divorando la fascia. È davvero nuova questa sua capacità di soffrire e di rimanere dentro il match, anche quando gli capita di essere in giornata non proprio ispirata, proprio come nell’ultima giornata di campionato.

Ed è proprio questa partita a suggerirci il secondo aspetto. L’anno scorso o due anni fa, Perisic avrebbe chiuso la partita con un voto negativissimo in pagella: una di quelle indiscutibili partite da 4. Quest’anno no, al punto da risultare quasi sempre uno di quelli che corre più di tutti, questa è la statistica di Inter-Atalanta:

Ma anche di meritarsi pagelle (considero solo quelle de ilMalpensante, scusate l’autoreferenzialità) che prima non sarebbero state mai scritte così:

Il problema è che non sembra essere brillante né con grande voglia: quando poi, nel secondo tempo, Cristante gli recupera 5 metri su scatto capisci che non è giornata da fioretto. Per fortuna Perisic quest’anno sa usare anche la sciabola, corre, recupera e dà una mano importantissima a Santon.

Se volete, possiamo pensare anche che il rinnovo settembrino abbia giocato anche il suo ruolo.

Ho sempre pensato che il vero “fuoriclasse” di una squadra, “fuoriclasse” inteso in termini relativi alla squadra e non assoluti, è quel calciatori di maggior livello tecnico che, sì, sa cambiare le sorti di una partita con una giocata, ma che non fa mai davvero “pagare” alla sua squadra il prezzo di questa sua eccezionalità, rendendosi utile anche in giornate no, sacrificando e correndo come se si trattasse di un Medel qualsiasi. Questa mancanza di sacrificio l’ho personalmente “perdonata” a due soli calciatori: Baggio e Ronaldo.

È uno di quei motivi che, nel tempo, mi hanno consentito di apprezzare avversari come Zidane, che sapeva essere umile faticatore a prescindere dalle sue qualità.

Anzi, proprio quella propensione al sacrificio e alla corsa credo diventi un modo per spingere tutti verso prestazioni migliori, non solo come prestazione globale, ma anche come voglia di aiutare di più quel fuoriclasse lì, servirlo qualche volta di più, fidarsi sempre.

O, se volete dirlo con le parole di Spalletti, correre 10 metri in più ciascuno per restituire i 100 spesi in quella corsa che prima non c’era affatto. E lo si fa solo con i veri top player.

  • david

    Ma alla fine il contratto glielo hanno rinnovato o no? Prima di ritrovarci il MU o qualche altro club alle porte anche l’anno prossimo

    • Alberto Di Vita

      ho linkato il tweet dell’Inter sopra, sì

      • david

        Ma sai che mica l’avevo visto prima?
        Grazie

  • FC

    Finalmente è arrivato un allenatore capace di motivarlo e sfruttarne le enormi capacità atletiche, credo anche grazie ad una nuova alimentazione studiata col dietista. L’anno scorso i giocatori mangiavano sempre schifezze e infatti eravamo una squadra fisica, ma spesso senza fiato.
    La cosa delle “gabbie” è giustissima, per questo bisognerebbe puntare ad avere anche un attaccante vero sulla destra: Candreva è estremamente utile, e capisco perché piaccia così tanto ad ogni allenatore, ma ci fosse uno che vede davvero la porta e, prima ancora di essere pericoloso, dia la sensazione di esserlo, le difese avversarie impazzirebbero e si potrebbe finalmente ottenere un 4231 degno di questo nome.

    • Gus

      Hai detto Di Maria?

  • Felice Nicola

    tutto un articolo solo per scrivere questa frase ” perché Nagatomo ha sbagliato la sovrapposizione e ha perso palla.”
    naturalmente scherzo.. io la scorsa stagione ho avuto la sensazione di aver visto solo una minima parte del suo grande talento

  • mike983

    Alberto volevo segnalarti l’intervista di Del Piero alla gazzetta, sopratutto sulla parte Calciopoli e il pessimo revisionismo storico sia sul calcio italiano post-calciopoli che l’equazione calciopoli – fine juve – fine nazionale

    • Amstaf

      Sostiene anche, delpiero, che col 2006 ci fu il declino dei clubs, i campioni che avrebbero disertato l’Italia, e che la “ripresa” sarebbe merito della juve…ora pur dando merito per 2 finali negli ultimi 3 anni, andrebbe ricordato che dal 2006 al 2010 il milan e l’Inter vinsero la CL (ed il susseguente mondiale per club); col ritorno al vertice della juve i successi internazionali di squadre italiane finirono. Non è solo revisionismo storico, è FALSO storico.

      • mike983

        La juve al centro del mondo, la juve al centro di tutto. Come quando Buffon si dimenticò della Champions vinta dall’Inter. Devo ancora capire se è solo tifo o c’è anche malafede. Siccome da quando l’Italia è stata eliminata più di uno si è messo a fare revisionismo, penso che l’argomento meriti un approfondimento.

    • Stefano Cattaneo

      Personalmente temo che, con la caduta di Tavecchio la FIGC sarà in mano alla famiglia Agnelli e e questi falsi storici stanno venendo fuori solo per preparare la strada alla famiglia per eliminare completamente il processo di calciopoli, restituendo scudetti e, soprattutto, aprire un dialogo con la juve per il risarcimento chiesto propeio per calciopoli, cosí da affossare ancor di piú il calcio italiano, perchè, diciamoci la verità, del calcio italiano non frega un cazzo a nessuno, l’importante è che la squadra per la quale si tifa resista, e gli Agnelli in questo hanno anni di esperienza per abbattare tutti i concorrenti (purtroppo non solo nel calcio).

  • Viktor85 (WaitingForGodot)

    … sarò strano io, ma ho sempre preferito (e l’ho scritto da altra parte) Spalletti a Simeone (ma non a Conte…). Di Spalletti – che non mi era molto simpatico…ma nessuno degli allenatori delle nostre competitors lo è… – ho sempre apprezzato la sua capacità di migliorare la “sua” squadra nel tempo, con il lavoro sul campo…altri, alla prima problematica, pensavano subito alla campagna acquisti più vicina…. ogni riferimento a “ciuffetto” è assolutmente voluto… 🙂

  • Stefano Cattaneo

    Appena nominato Spalletti allenatore dell’Inter, commentai con i miei figli, avendo ancora l’immagine di Ivan che salutava il pubblico di S.Siro, che era un peccato cperche con Spalletti sicuramente Peresic avrebbe dimostrato tutta la sua potenza fisica e sarebbe stato molto utile alla causa, utilizzato come Salah nella Roma.
    Io sono uno che non amava particolarmente Spalletti, nel senso che mi era antipatico, ma l’ho sempre ritenuto preferibile sia a Simeone che a Conte

  • Duca Conte Balabam

    Non ho mai amato Spalletti. Ma visto che non lo sa nessuno e nessuno può fare la spia, mi accomoderò sul carro. Quindi gli riconosco di aver fatto fin qui un ottimo lavoro. La squadra ha una sua identità ed una sua idea di gioco. Ed ha ottenuto tutto questo in tempi decisamente rapidi. Poi sono convinto che quando ci sarà da fare un ulteiore salto di qualità sarà necessario cambiare mister …ma magari mi sbaglio.

  • Gus

    “Questo è il segno che i nemici continuano ad esserci, c’erano a quei tempi lì e ci sono ancora”.
    Mi sa che Alberto ha ragione: questo ci sta studiando da tempo…

  • Christian

    In sede di commento alla partita con l’Atalanta avevo sottolineato proprio che la mano del mister si vedeva soprattutto su Perisci, passato da giocatore umorale, inutile se non in giornata a giocatore completo. Lì mi auguravo potesse succedere altrettanto con Brozovic, ma in realtà c’è da fare i complimenti anche a Ivan, perché Spalletti é stato importante ma lui ci ha messo del suo, soprattutto se ricordiamo che a fine giugno era di fatto con la testa al MU. Temo che la testa di Brozo non gli permetterà mai di fare il salto di qualità.
    Inoltre non credevo che Spalletti avesse questa capacità mediatica di far fronte comune tra rosa, società e tifosi, certo con un po’ di paraculaggine ma ci vuole anche quella.

  • Giovanni Lievi

    allenatore tra i più preparati in italia, sfortunato perchè ha avuto a che fare con 2 squadre totalmente dominanti (noi prima, gobba poi).
    sa bene che deve togliersi di dosso l’etichetta di magnifico perdente e cominciare a vincere qualcosa di pesante.
    finalmente un allenatore completo che sa sia rapportarsi all’ambiente, ma anche un topo di campo. nel post mou a parte leonardo,più un filosofo che un allenatore, abbiamo avuto delle mezze figure: o topi da campo (vedi mazzarri), o gente che tentava di strizzare l’occhio al tifosotto (stramaccioni) o gente semplicemente fuori contesto (gasperini)
    finalmente una figura completa che sa lavorare bene con la squadra, sa valorizzare al massimo il suo nucleo. ma capace anche di toccare le corde giuste del tifoso senza essere ruffiano e trollando pure i giornalisti che vogliono pescare nel torbido.

    su perisic il talento era lì da vedere, finalmente lo si è incanalato in qualcosa di costruttivo. lui si sente importante (cosa che per ogni giocatore è fondamentale) e rende di conseguenza

  • Alessandro Cattin

    Ma si sta parlando di Perisic o Pulisic? No perché “tecnica” e “tira bene con entrambi i piedi” con il croato non c’entrano nulla. È un ottimo atleta, niente di più, alla fine stringi stringi si parla di qualche mezza stagione buona qui e la, fenomeno proprio. Ovviamente come sempre la colpa è di Nagatomo.