Cagliari-Inter 1-3: un’altra gara #SenzaTregua

Il Napoli ha appena cominciato a giocare e, almeno fino alle 16:45, l’Inter di Luciano Spalletti rimarrà prima in classifica.

Finché si è trattato di una apparizione fugace e estemporanea, la cosa aveva un che di particolarmente piacevole e sorprendente. In questo campionato, però, i nerazzurri sembrano non voler “mollare l’osso” e stanno procedendo spediti come non mai. Benché adesso arrivi un discretamente sorprendente Chievo (a 20 punti, largamente avanti rispetto alla zona retrocessione, che quest’anno dovrebbe essere ancora più bassa) da affrontare senza Miranda e Gagliardini, probabilmente anche senza Vecino; benché nella settimana successiva al Chievo c’è il big match contro la Juventus, che potrebbe dare una poderosa svolta, in un senso o nell’altro, all’intera Serie A; benché lo stato di forma sembri in leggero calo… ecco, l’Inter prima in classifica non sembra più una casualità.

Anzi.

L’impressione avuta finora è di una squadra che c’è arrivata con merito. A qualcuno, forse troppo distratto da resoconti non sempre veritieri, potrà sembrare che si sia trattato di fortuna in qualche caso, visto che ci si è sprecati con San Palo, San Handanovic, San Icardi etc… ma in realtà questa squadra sta mostrando serenità e maturità inattese e più che sorprendenti dopo quel che abbiamo visto la stagione scorsa.

esthia immmobiliareLa partita contro il Cagliari non fa eccezione. L’Inter, in questo campionato, ha generalmente avuto il controllo della palla, fatta eccezione per le partite contro il Napoli, perché hanno controllato di più i partenopei, Milan e Atalanta, soprattutto perché il vantaggio ha consentito una gestione della partita più accorta. Dal punto di vista dei tiri, invece, oltre a Milan e Napoli, aveva ceduto lo scettro in partita soltanto a Crotone e Bologna: lo ha fatto anche contro il Cagliari.

Nella prima mezz’ora di sofferenza, il Cagliari ha avuto un maggior possesso palla: poi l’Inter ha sistemato le cose e rallentato il gioco, lasciando ai rossoblu davvero le briciole da questo punto di vista. Ma aver tirato meno dell’avversario in porta e avere sofferto nella costruzione del gioco ha ricordato, nel primo tempo, prestazioni come quelle contro il Bologna e il Crotone, in cui si sono ripetuti alcuni problemi, soprattutto per quanto riguarda la gestione del pallone nei momenti di difficoltà, e in particolar modo con Gagliardini che ieri si è reso protagonista di molte scelte sbagliate in impostazione: rivedendola, toglierei mezzo punto alla pagella di ieri.

L’arbitro

Qui si apre un capitolo a parte, che credo sia necessario anche per comprendere l’andamento delle partite. Chi ci segue sa già che abbiamo parlato più di una volta dell’importanza di un arbitro all’interno della partita, non soltanto per quanto riguarda le grandi decisioni, rigore o non rigore, ma soprattutto per quello che si chiama “andamento del match”. Ne abbiamo parlato più diffusamente in questo articolo, ma proviamo a tirare fuori alcuni concetti necessari.

Quanto conta un arbitro e l’opportunismo delle lagnanze

Quante volte avete sentito parlare di “inerzia del match“? Quante volte avete sentito un cronista parlare di “grande attaccante, ha difeso la palla e ha consentito alla sua squadra di rifiatare“? Quante volte avete sentito “si conquista un fallo importante per allentare la tensione e far salire la squadra“?

Le partite di calcio hanno degli andamenti che vengono decisi da molti fattori e spesso basta un solo episodio per far cambiare quella che prima abbiamo chiamato “inerzia del match”, ovvero la direzione assunta dalla partita con una squadra che, magari sotto l’effetto dell’entusiasmo, attacca di più e meglio. Ricordate l’analisi pre-partita di Inter-Atalanta? In quella situazione avevo scritto questo concetto specifico: mai dare fiducia al pressing bergamasco. Perché questo tipicamente cambia le inerzie delle gare di Gasperini.

A questo punto entra in gioco un altro fattore: il metro arbitrale, Vi riporto una sezione di quanto scritto nell’articolo citato in precedenza.

Che cosa è? Non è una idea astratta, se è vero, come è vero, che sul “metro arbitrale” c’è un’intera sezione relativa al rapporto arbitrale sulle conduzioni di gara. Per farvi capire, prendo un esempio della Federazione Italiana Pallacanestro:

  1. Si misura la capacità dell’arbitro di avere un approccio consistente alla gara fin da subito e mantenere un metro coerente al gioco sia nel suo complesso (metro) che in relazione alle singole situazioni tecniche (giudizio), il più uniforme possibile per tutto l’arco della gara.
  2. Un metro ondivago non motivato da cambiamenti di intensità del gioco, o mutamento di atteggiamento tecnico tattico, da parte delle squadre deve essere considerato con maggiore severità rispetto ad un metro che può essere fiscale o tollerante ma costante per tutto l’arco della gara. 
  3. La capacità o meno di mantenere un metro uniforme si traduce in una maggiore o minore credibilità dell’operato arbitrale. 
  4. Necessità di individuare la differenza tra un metro arbitrale accettato (anche sbagliato) e/o accettabile (tecnicamente corretto)

Parlare del punto 5 sarebbe molto, molto lungo e prenderebbe in considerazione tante cose: ma quantomeno fissate le parole relative a un “metro arbitrale accettato, anche sbagliato”.

Vedete, il “metro arbitrale” non è qualcosa che si inventa da un minuto all’altro, non è qualcosa che si condiziona con l’ambiente e non cambia solo perché è una giornata storta e hai litigato con tua moglie. È bene chiarire subito che il metro arbitrale è qualcosa di deciso a tavolino, perché le partite vengono preparate prima, gli arbitri vengono indirizzati, studiano le squadre esattamente come fanno gli allenatori e i calciatori. Un arbitro non sta un’intera settimana sul divano, poi arriva a San Siro o all’Olimpico entra in campo, guarda i suoi colleghi e dice “oh, ma adesso come facciamo? Gialli da subito o vediamo come va?”. Più facile che dica “Chiellini fa spesso fallo da dietro entro i due minuti, occhio perché in caso mettiamo subito le cose in chiaro con un giallo” (no, scusate: questa è fantascienza).

Insomma, rimandandovi a una più esaustiva trattazione all’articolo dell’ottobre scorso, il concetto è che l’arbitro sa perfettamente che partita vuole fare, almeno inizialmente.

Appare chiaro che Pairetto è entrato in partita con l’atteggiamento programmatico di “lasciare correre molto“, come si usa dire in gergo. E già dopo due minuti c’è stato un episodio che ha dato a tutti chiara misura del metro arbitrale: contropiede dell’Inter, Icardi sgambettato in contropiede da Ceppitelli, l’arbitro ammonisce solo verbalmente quando è chiaro che la fattispecie è da giallo netto e senza discussioni.

Nella azione successiva che vede protagonisti Icardi e Ceppitelli, l’arbitro lascia correre il continuo aggrapparsi del difensore del Cagliari sull’argentino. Da quel momento in poi, Ceppitelli si è sentito “autorizzato” a quel genere di gioco, molto fisico, ben oltre i limiti del regolamento… al punto che nel secondo tempo ha dovuto fare 4 o 5 falli consecutivi prima di vedersi fischiare l’infrazione.

Perché tutta questa tiritera sul metro arbitrale, sulle inerzie e su Pairetto?

Perché l’Inter nei primi 20 minuti ha sofferto molto, ma una parte di questa sofferenza è dovuta all‘impossibilità di avere uno sfogo alternativo al controllo palla, ovvero quelle azioni che consentono alla squadra di “respirare“, come si dice in gergo, spezzare il ritmo dell’avversario, “salire”, guadagnare campo. Quando provo a spiegare il “metro arbitrale” inquadro sempre lo scontro che lo definisce, per eccellenza: centravanti e difensore centrale. Perché sono sempre a contatto, sono costantemente sotto lo sguardo in fattispecie ripetute molte volte in una partita.

Ecco, contro Atalanta e Cagliari, l’Inter non è riuscita a spezzare parte dei monologhi avversari anche a causa di un metro arbitrale piuttosto discutibile, che ha consentito a Palomino prima e poi a Ceppitelli di utilizzare ogni mezzo, lecito e meno lecito, per impedire all’Inter di “appoggiarsi su Icardi”, come si dice in gergo. Il tutto senza decisioni clamorosissime, ma per spostare le inerzie di un incontro basta davvero poco.

Sarebbe ingiusto dire che il motivo sta tutto qui e non è mia intenzione affermare una cosa del genere. Il Cagliari ha fatto 20-25 minuti di grandissima intensità, anche a costo di subire lo scotto della fatica nel secondo tempo. Ma, inevitabilmente, avere il vantaggio di un metro che ha (più che) “lasciato correre” ha agevolato il ritmo indiavolato dei primi minuti, al quale l’Inter non ha saputo opporre molta resistenza: neanche con le situazioni d’emergenza, come la ricerca dell’attaccante che protegge palla e dà respiro…

La partita (in breve)

Inutile dilungarci molto sulla partita, visto che ne avrete lette di cotte e di crude.

Il Cagliari, come già detto, è partito fortissimo e ha aggredito molto in alto, con un baricentro davvero molto alto: a fine partita il Cagliari è arrivato alla soglia dei 53 metri, l’Inter sotto i 50. I motivi sembrano piuttosto chiari.

Da una parte, si rende molto più difficile il possesso palla nerazzurro, costringendo più i difensori a impostare e impedendo che la palla arrivi ai centrocampisti con facilità. A soffrirne è Vecino, che tocca metà dei palloni, ma anche Gagliardini, costretto a gestire palloni scottanti senza avere la qualità per farlo: in questi casi sarebbe più naturale partire con Borja Valero accanto a Vecino.

Dall’altra, l’Inter non ha un uomo di fantasia e ha dimostrato di patire un po’ le difese schierate. Credo che alcune squadre di minor qualità, e in special modo Atalanta e Cagliari, abbiano forzato nei primi minuti perché consapevoli che un eventuale vantaggio avrebbe dato molto più filo da torcere a una Inter costretta a recuperare.  Si tratta chiaramente di una congettura, ma se fossi un allenatore avversario sarebbe la mia prima scelta.

Il centrocampo dell’Inter è schierato a 2, con Borja Valero impegnato nel primo pressing in fase di non possesso, e libero di svariare in fase di possesso. Spalletti nel primo tempo ha provato a porre rimedio alla superiorità numerica avversaria in mezzo al campo, situazioni in cui il Cagliari aveva congegnato bene il meccanismo, con soprattutto due uomini (Joao Pedro e Barella) a fare l’elastico tra centrocampo e attacco , concentrandosi molto, almeno inizialmente sulla sinistra dell’Inter, da dove sono state generate le azioni più pericolose: anche se l’uomo davvero in più è stato Ionita, con tanti interventi importanti a disturbare la manovra interista. Spalletti ha reagito con un 3-5-1-1 insolito che la grafica della Lega Serie A descrive meglio delle parole:

Negli effetti, Santon ha giocato un po’ più alto di quanto graficamente riportato e Perisic un po’ più centrale. Il problema è che il 4-2-3-1 sembra ormai il vestito di questa squadra e, soprattutto nelle ripartenze, le distanze erano spesso sbagliate. Sul finire del primo tempo questo atteggiamento tattico è mutato, con Perisic che dava una mano molto più centrale, consentendo a Vecino di alzarsi in pressing con più frequenza (Candreva rimaneva più basso), lasciando Gagliardini a presidiare il centro e Perisic a dargli una mano se necessario.

Nel primo, a cambiare l’inerzia del match sono stati due fattori: il primo è un calo fisico, naturale e prevedibile, del Cagliari dopo 20 minuti; il secondo è il gol di Icardi, che ha consentito all’Inter di gestire la palla e produrre un possesso palla confortante nell’ultimo quarto d’ora, che si è attestato attorno al 56%, mentre per mezz’ora il possesso palla si era limitato a un difficoltoso 47%. Insomma, l’Inter ha provato ad addormentare la partita e faceva correre a vuoto gli avversari, riuscendo a tamponare meglio col nuovo assetto tattico.

Nel secondo tempo Spalletti ha riportato formalmente le cose a posto, ma stavolta chiedendo a Candreva di fare un lavoro diverso. Sapete che Candreva è importante nel pressing interista, essendo la pedina che si adatta di più all’avversario. Il Cagliari aveva un solo esterno a sinistra, Padoin, che poteva essere controllato da D’Ambrosio se e quando Padoin avesse deciso di provare ad attaccare.

Spalletti, così, ha chiesto a Candreva di non alzarsi quasi mai in pressing e, piuttosto, di arretrare prima possibile e di stringere su Ionita, allargandosi se e solo se Ionita stesso (successo qualche volta) si scambiava di posizione con Padoin. Il perché è semplice: nel primo tempo Ionita aveva tempo e campo per spostarsi a piacimento, risultando fondamentale in fase di non possesso (alla fine ben 6 palle recuperate secondo la Lega Serie A, più di tutti).
Questo ha consentito all’Inter di annullare la superiorità numerica dell’Atalanta e di privarla del suo jolly più importante, quello che ha lavorato, come si dice, “a fari spenti”. Vi proponiamo tre video e una foto per spiegare meglio: chi ha fatto attenzione al lavoro di Candreva nei precedenti incontri, non potrà non apprezzare il differente lavoro.

Nella prima immagine vediamo D’Ambrosio larghissimo, movimento che faceva solo se Padoin avanzava, mentre Candreva stringe moltissimo su Ionita, al punto che spesso sembrava una metà campo a 3.

Nel primo video vediamo Candreva (che entra nell’inquadratura in un secondo momento) come inizialmente resti largo ma, con tutto il centrocampo spostato sul lato forte, si accentra su Ionita nonostante Padoin si alzi (ci va D’Ambrosio):

In quest’altra azione, vediamo come sia già programmatica la posizione e, soprattutto, come gli consenta di partire già in uno spazio intermedio naturale: l’Inter, purtroppo, non lo sfrutta né qui né in altre occasioni, ma Candreva ha goduto di molti più spazi nel secondo tempo proprio perché aveva una posizione meno rigida:

In questa occasione vediamo come, già sul primo pressing, Candreva si disinteressi di questa fase e stringa immediatamente sul centrocampista rossoblu più centrale e libero.

A darci conforto su questa interpretazione anche le posizioni medie della Lega Serie A, nello specifico quelle in fase di non possesso tra primo e secondo tempo. Come potete apprezzare, nel primo tempo Candreva è molto largo, mentre D’Ambrosio è piuttosto stretto per formare una difesa a 3 alla quale si aggiunge Santon, mentre Perisic risulta essere decisamente più centrale; nel seocndo tempo, invece, Candreva è centralissimo mentre la difesa ritorna a essere più chiaramente a 4.Cagliari Inter posizioni medie.jpg

Anche nell’azione del gol cagliaritano, Candreva parte dalla stessa posizione (lo vedete alle spalle di Gagliardini). L’immagine è quella dell’azione da cui nasce il gol e la evidenziamo anche per registrare il fuorigioco di Pavoletti: l’arbitro non fischia, ma sbaglia perché gli interventi di Miranda prima e di Gagliardini poi sono goffi proprio per la posizione di Pavoletti.

Anzi, dirò di più: il fatto che la posizione di Candreva abbia comportato una posizione di D’Ambrosio meno “stretta” del solito è stato uno dei motivi per cui la difesa si è trovata impreparata sull’azione del gol rossoblu. 99 volte su 100 è situazione che non si paga, in quel caso specifico sì.

Il terzo gol dell’Inter a qualcuno non è sembrato regolarissimo. Approfittiamo del tweet di un nostro follower per confermare che Perisic non era in fuorigioco sul passaggio di Candreva, ma sul campanile che si alza, Perisic salta prima e salta molto più in alto del portiere (che è sbilanciato e non salta bene). Ricadendo, le braccia di Perisic sembrano disturbare quelle quelle del portiere . In realtà, il regolamento prevede che l’attaccante abbia diritto di contendere la palla al portiere e che questo sia fallo soltanto nel caso in cui gli salti addosso, lo carichi o lo spinga: il movimento di Perisic è assolutamente naturale rispetto al suo salto, che è verticale e non si sposta rispetto al portiere (che, ribadiamo, è in ritardo): pertanto ci sembra pacifico ammettere che, sì, il gol è assolutamente regolare.

Il Cagliari segna nel suo momento peggiore della partita, con l’Inter che sembrava talmente in controllo che per il gol del 0-3 si trattava non di “se” ma di “quando”. Il gol non cambia, nella sostanza, gli equilibri della partita e l’Inter non perde campo, anche perché la mossa di Spalletti ha accorciato il campo in orizzontale, consentendo più libertà e più appoggi a tutti i centrocampisti. Anche la presenza di Borja Valero ha agevolato la manovra, con il pallone che si è messo a correre più veloce e di prima.

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Conclusioni

Nelle prime 10 giornate c’era stata qualche perplessità sulle mosse di Spalletti a gara in corso, che sembravano quasi preordinate. In un paio di situazioni i cambi sono apparsi piuttosto fuori luogo, come quel Brozovic esterno a destra al posto di Candreva che ha fatto storcere più d’un naso.

Nelle ultime due, invece, Luciano “the different one” Spalletti ha mostrato di vederci chiaro e lungo: con l’Atalanta e con il Cagliari sono state sue le mosse decisive che hanno scompaginato i piani dell’avversario, neutralizzandone l’effetto negativo sulla metà campo interista.

È chiaro, però, che qualcosa in mezzo non torna. Gagliardini sta toccando troppi palloni rispetto a Vecino e Borja Valero e, quando questo accade, ne risente la manovra in maniera drastica. Le soluzioni sono a portata di mano, con Candreva trequartista oppure con l’ingresso di uno tra Joao Mario e Brozovic sin dall’inizio, ma evidentemente Luciano si fida di Gagliardini e vuole dargli fiducia.

Qualcosa si sta pagando anche a livello fisico. Non tanto come quantità della corsa, visto che l’Inter si conferma sempre la squadra che corre di più rispetto al dirimpettaio, vedendo più impegnati Gagliardini, Borja Valero (alla faccia di chi lo definisce “cotto”) e Perisic.

Nonostante una partita, l’ennesima, con una distanza percorsa sopra la media del campionato, l’Inter è sembrata un po’ più carente dal punto di vista della brillantezza, soprattutto in alcuni uomini come Perisic, Vecino, D’Ambrosio e in parte Skriniar.

C’è da capire se è un naturale mutare della forma (sarebbe comprensibile) oppure se è anche un differente approccio alla partita, che costringe la squadra a subire per qualche pur lungo tratto di pressione avversaria e a non reagire.

Qui, però, subentrano due aspetti di testa che non c’entrano con la fortuna e sembrano essere tutto merito di Spalletti. L’Inter non si disunisce mai, neanche quando è in difficoltà e neanche quando cambia modulo, con tutte le necessità di riequilibrarsi a gara in corso (ancora non c’è automatismo in questi cambiamenti, ma è naturale), ma è anche squadra che resta in partita per 90 minuti, e il dato statistico relativo al minutaggio dei gol è inappellabile: l’Inter regge, resiste e prova a dare il massimo sempre. #SenzaTregua, fino al novantesimo.

 

 

 

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