#InterChievo: dai Andrea, dimostraci che abbiamo torto

Il mio rapporto di tifoso con Andrea Ranocchia è piuttosto complesso da raccontare e forse l’unico modo è attraversarne la carriera in nerazzurro.

Sono sempre stato un convinto sostenitore di una “linea giovani” applicata con buon senso e con continuità che, negli anni, può significare ritrovarsi in casa una formazione che davvero non ha bisogno di nulla: linea che, nel corso degli anni, hanno perseguito alcune squadre europee.

Qualcuno potrà dire che con questa non si vince nulla, ma in realtà per me si è sempre trattato di inserire, gradualmente e costantemente, 3/4 giocatori molto giovani ogni anno, a rotazione: in genere, su 3/4 almeno uno lo azzecchi se fai bene il tuo lavoro e, in un contesto funzionante, anche chi non è perfettamente azzeccato potrebbe fare bene. Dopo 4 o 5 anni di rotazioni, in squadra hai almeno 6/7 calciatori che sono già formati, conoscono il campionato, hanno confidenza con squadra e compagni, costano relativamente poco e ti consentono di dirottare la parte buona della spesa in fase di calciomercato su calciatori già affermati e di qualità indiscussa.

Ma non è qui che voglio approfondire l’argomento… solo che serve per spiegare la vicenda Ranocchia. Il fatto è che Andrea non rientrava perfettamente in questo profilo, dato che  è arrivato all’Inter nel gennaio 2011 e, trattandosi di un ’88, si era alle soglie dei 23 anni. E io la penso esattamente come Frank De Boer: “A 23 anni non sei più giovane.

In Italia, invece, il concetto di giovinezza è qualcosa che talvolta si appiccica ad un calciatore e non gli si toglie dal groppone neanche col passare degli anni: forse il caso più emblematico è quello del milanista Luca “eterno giovane” Antonini che, nell’anno del Triplete nerazzurro, ancora su giornali e tv era spesso indicato come il “giovane Antonini” (forse era diventato un secondo cognome…) nonostante nel 2010 stesse per compiere 28 anni.

esthia immmobiliare

A 23 anni, Ranocchia non era più giovane. Per comprenderci meglio: Nesta entra stabilmente nel giro della nazionale nel 1997, lui che è un ’76; Varane diventa pedina importante del Real Madrid nel 2014, anche se già da qualche anno è, se non titolare, uno dei primi cambi (come con Mourinho, parliamo del 2012)… Varane è un ’93. Potremmo portare tanti esempi, così come altri esempi di giovani che sono partiti a razzo, calciatori sui quali si nutriva una aspettativa enorme e invece piano piano hanno dovuto ridimensionare ambizioni e, con esse, squadre di appartenenza. Due su tutti: Matija Nastasic e Kurt Zouma.

Se prendi una qualunque lista di giovani stilata da qualcuno (tipo Don Balon), trovi che di questi un numero variabile tra il 30% e il 50% riesce a fare una carriera di livello medio-alto… il che ci riporterebbe al discorso precedente relativo al “rischio calcolato” di portarsi ogni anno 3/4 scommesse in squadra. Ma ne parleremo in altra sede.

Evidentemente Ranocchia ha fatto parte dei quel 70%/50% che invece non riesce a emergere, anche se non mi risulta che fosse in nessuna lista di “giovani”… anche perché arriva a Bari già ventenne, poi al Genoa e infine all’Inter, dove non era così giovane per rientrare nella casistica di prima ma lo era abbastanza per costruirgli attorno squadra e progetti.

Perché di Andrea si parlava di un gran bene, soprattutto per via dell’esperienza a Bari, di una promozione in grande stile (anche se a me sembrava che il Parma meritasse di più, ma vabbe’…), anche se già quando era all’Arezzo si sprecavano le lodie sembrava che, sì, era un predestinato e l’Italia forse aveva trovato il suo “nuovo Nesta“… seguendo la terribile abitudine di attribuire presto a un giovane una maglia, un nome e una responsabilità pesantissimi.

Il mio primo incrocio con Andrea è proprio nella stagione del Triplete nerazzurro. In quella stagione seguii con particolare interesse quel Bari (ragioni fantacalcistiche…) e ammetto che ero uno di quelli che pensava che Ranocchia, ok, poteva diventare molto forte ma quello più bravo e completo sembrava proprio Bonucci… anche se il merito di quel Bari a fine stagione lo avevo personalmente ascritto a due persone nello specifico: il portiere Jean François Gillet e, duro dirlo di questi tempi ma è la verità, Gian Piero Ventura.

 

Il Bari esordì proprio contro l’Inter e fu autore una buonissima partita, davvero buona, anche a causa di alcuni errori di Mourinho che pose un primo rimedio già dopo 28 minuti sostituendo Muntari con Balotelli (e nessuno fece i drammi come l’anno scorso per Kondogbia…). L’Inter nel corso dei minuti crebbe ma il Bari rintuzzò meglio che poté Ranocchia e Bonucci fecero davvero una buona partita, anche se fu quest’ultimo a essere il protagonista dell’ingenuità sul fallo da rigore su Milito che poi Eto’o realizzò. La partita finì 1-1 ma il dado era tratto: il Bari aveva una difesa davvero interessante e non fu un caso che Bonucci andò in Sud Africa con Lippi e la nazionale.

Andrea, invece, resta in under 21 e si mette in mostra con Bari e Genoa. Beninteso, sbaglia anche lì, ma il pensiero generale è che si tratti della naturale fase di crescita di un… giovane.

La sua storia con l’Inter

Pertanto, Ranocchia arriva all’Inter, già 23enne, con le stimmate di chi può segnare un’intera epoca: il difensore dei prossimi 10 anni, si diceva. Che, en passant, è una cosa che porta una sfortuna terribile, vista la fine dei Martins, Adriano, Balotelli, Santon etc… a cui è stata affibbiata.

La situazione, tra l’altro, non era neanche tra le peggiori: l’Inter era appena  uscita dall’esperienza non proprio idilliaca con Rafael Benitez e inaugurava la breve permanenza di Leonardo. Lo stile di gioco dell’allenatore non è di quelli che aiuta i difensori, anzi, però le cose vanno decisamente meglio del previsto, la squadra è più che buona e arriva seconda in campionato e vince la Coppa Italia contro il Palermo, proprio con Ranocchia in campo (ndr: e Nagatomo. Oggi, A.D. 2017, sono gli unici due in rosa ad avere vinto un trofeo post-Triplete con l’Inter).

L’ambiente sembra perfetto per crescere accanto a mostri sacri come Zanetti e Lucio, a calciatori di esperienza come Chivu e Materazzi, per non parlare del resto della squadra, da Sneijder a Eto’o, da Stankovic a Thiago Motta a Milito. Insomma, hai tutto per crescere bene. 

La dea bendata gli dà una mano, visto che prima del suo arrivo (e l’Inter accelera il suo arrivo anche per questa ragione), Walter Samuel, titolare indiscusso accanto a Lucio, si procura una lesione al crociato anteriore e al collaterale esterno del ginocchio destro: stagione compromessa (tornerà a maggio). Insomma, c’è anche The Wall a fare da chioccia.

Andrea gioca e in diverse partite anche discretamente bene (scartabellando tra miei vecchi articoli, appunti e voti: Cagliari, Sampdoria e Lazio). Il finale di stagione non è proprio ad altissimi livelli, si erano già intravisti alcuni difetti che sembravano pericolosi e incorreggibili ed è protagonista in negativo della della Waterloo interista di quell’anno, il quarto di finale di Champions League contro lo Schalke 04: Ranocchia fa anche un autogol goffo. E forse, chi lo sa, la discesa di Andrea comincia lì, in una delle partite più assurde che ricordi, con l’arbitro Mullarkey che decide di fare il bullo con Milito ma che l’Inter perde in malo modo, senza testa, senza applicazione, senza criterio. E con l’autogol di Ranocchia.

Per molti, però, c’erano comunque più che speranze per il futuro. Quantomeno, ricostruire per ricostruire, meglio farlo su chi sarebbe rimasto a lungo e determinare in positivo i destini degli anni a venire.

Quanto ci si sbagliava.

L’anno successivo è uno degli annus horribilis della storia nerazzurra, nato stortissimo sotto la luce nefasta di Gasperini come allenatore. Non gioca la prima contro il Palermo (persa), gioca contro la Roma (pareggio) ma è a Novara che diventa protagonista in negativo, con un rigore su Morimoto che, realizzato da Rigoni, decide il destino della stagione e di Gasperini. Andrebbe detto che Ranocchia era già mezzo azzoppato, che l’Inter non aveva cambi, che il primo fallo è di Morimoto e che un arbitro meno negativo di Bergonzi non avrebbe concesso, ma è anche vero che Ranocchia prosegue stupidamente in una azione dannosa e senza via di fuga. Oltre al danno la beffa: in un campionato in cui i “vaffanculo” e i “pezzo di merda” (scusate i francesismi) all’arbitro, Ranocchia è squalificato per 3 giornate per avergli detto “buffone” sbracciando apertamente.

Da quel momento in poi, tra qualche infortunio, panchine e anche tribune, Ranocchia chiude una stagione con qualche rara presenza, tra l’altro ai limiti dell’immaginabile come bruttezza come nel 4-4 contro il Palermo o nello 0-3 contro il Bologna, anche se probabilmente il peggio si vede contro il Napoli (Ranocchia che si accartoccia, letteralmente, sul dribbling di Cavani), tanto da fargli dire negli anni più tardi che quella stagione è la peggiore della sua carriera… ma io, francamente, non saprei scegliere, anche se la “consacrazione” in negativo è naturale farla risalire a quella.

L’anno successivo è un calvario per tutta l’Inter, Ranocchia ne gioca tante, qualcuna anche con buoni risultati e sembra anche con continuità, con Stramaccioni. Al punto che la campagna pro-Ranocchia si fa nuova forza e emerge in tutta la sua prepotenza… d’altra parte, in nerazzurro sono tante le storie delle “convinzioni da tifoso” che si distaccano dalla realtà del campo: per motivi diversi Ranocchia, Nagatomo, Quaresma, Medel… ma anche i Ricky Alvarez, i Jonathan etc…

Dopo la splendida vittoria contro la Juventus, però, sembra che l’intero universo si accanisca contro i nerazzurri, tra infortuni, scelte arbitrali, scelte tecniche e tattiche, in una galleria delle peggiori Inter della storia, oggettivamente, e con un mercato invernale oltre i limiti del ridicolo. Due delle formazioni di fine anno recitavano così, ormai le so a memoria per quante volte le ho scritte e riscritte, non sapendo quale delle due sceglierei come le peggiori:

  • Handanovic Cambiasso Pasa Ranocchia – Nagatomo Kuzmanovic Kovacic Schelotto – Guarin Alvarez – Rocchi
  • Handanovic Cambiasso Pasa Juan Jesus – Pereira Kuzmanovic Kovacic Nagatomo – Guarin Alvarez – Rocchi

Benché anche quella contro il Napoli ha un suo perché, visto l’attacco tutta fantasia e nessun riferimento all’avversario: Handanovic Chivu Ranocchia – Pereira Kovacic Kuzmanovic Benassi jonathan – Guarin Alvarez

Insomma, Andrea è anche sfortunato, perché arriva all’Inter quando Moratti ha deciso di smontare il giocattolo, quando sceglie un allenatore sbagliato dietro l’altro, quando accanto a sé non ha davvero nessun possibile appiglio e gli si chiede persino di essere lui il leader della difesa, in situazioni che metterebbero (e hanno messo) in difficoltà chiunque, a prescindere da qualità e capacità.

 

Lui ci mette anche e soprattutto del suo, nessuno lo ha mai negato, anzi: io avevo già abbandonato la nave da tempo e lisci come quello contro l’Atalanta (sarebbe stato il 4-4 all’ultimo minuto) erano soltanto conferme. Ad aggravare la sua posizione, il classico colpo di grazia, c’è il rendimento eccellente del “gemello barese”, Bonucci.

Quello, a mio avviso, era l’anno ideale per dirsi addio. Per entrambi. Anche dal punto di vista umano, visto che le successive annate e il definitivo affermarsi del rapporto tifoso-social-calciatore ha portato a delle storture inimmaginabili, con Ranocchia oggetto di vergognose campagne di insulti… come il possesso di tastiera e monitor fossero garanzia di onnipotenza per tutti. Solo che l’Inter insiste e Andrea ci crede.

Poi arriva Mazzarri e sembra l’allenatore ideale per metterlo finalmente a suo agio, in una difesa a 3 che gli consente velocità e protezione con Juan Jesus e il mai troppo ben sfruttato Campagnaro. In panchina, a “fare esperienza”, Rolando. Ranocchia parte anche bene, così come l’Inter: 5/6 partite di buon livello, 4 vittorie e due pareggi, uno contro la Juventus e uno sfortunato contro il Cagliari (deviazione proprio di Rolando su tiro di Nainggolan), e Ranocchia sembra rivitalizzato.

Ma basta un attimo e l’Inter si inceppa e con lei anche Andrea, che contro la Roma è protagonista di una partita indecente. Da lì in poi, fatta eccezione per Udinese-Inter (partita in cui segna anche un gol) è una discesa, tra panchine e partite pessime, come contro il Napoli, che gli costa la panchina la domenica successiva, o Lazio, che gli costa un’esclusione decisamente più lunga.

Per via di una squalifica di tre giornate prima e un lungo infortunio poi a Juan Jesus, Ranocchia chiude sostanzialmente da titolare e persino con prestazioni che si potrebbero dire incoraggianti.

Quello che era sembrato chiaro fino a quel momento, però, era che Andrea Ranocchia era stato probabilmente sopravvalutato rispetto alle sue reali potenzialità, ma soprattutto aveva mostrato una fragilità mentale pazzesca, capace di implosioni improvvise, di distrazioni colossali, scollegamenti in diretta che, colpevole anche l’altezza, lo hanno fatto spesso sembrare più goffo e impacciato di quanto non sia in realtà. Ho sempre pensato che questo fosse dovuto a un attimo di insicurezza di troppo, quel “tarlo” che entra nella testa chissà quando e chissà dove, e che si affaccia in un flash nella mente del calciatore, facendogli provare il terrore sacro dell’ennesimo errore, dell’ennesimo scivolone.

Da quel flash in poi non è solo questione di “errore”… quello capita a tutti, anche le giornate storte capitano a tutti, ai Baresi, ai Maldini, ai Nesta, ai Samuel… no, diventa anche una ragione più profonda, perché Andrea in quei momenti va in apnea e spostare con consapevolezza e coordinazione un fisico da 195 cm non deve essere proprio la cosa più facile del mondo. Avremmo potuto inserire non meno di una ventina di episodi, ma sarebbe stato ingiusto e, soprattutto, non era il fine dell’articolo. Riproponiamo, però, un solo errore tecnico che mi sembra emblematico: è di qualche anno più tardi rispetto alla narrazione, Ranocchia è già in prestito alla Sampdoria e gioca contro l’Inter:

Non è solo un problema “di testa”: probabilmente è anche l’essere stato costretto, troppo presto, a confrontarsi con una misura di sé che era troppo più in là delle proprie capacità.

In un quadro del genere, l’ideale sarebbe stato proteggerlo, sempre, sin dal primo giorno. Invece nella stagione 2014-15 società e Mazzarri si inventano addirittura un Ranocchia capitano e la maglia di Materazzi: per la serie, facciamogli del male.

In campionato all’inizio non va neanche male con qualche partita anche discretamente convincente. Poi, senza un apparente perché, gioca una partita in cui crolla lui e tutta la squadra, contro la Fiorentina, 3-0. Da lì in poi, fatta eccezione per 4-5 partite, Ranocchia non convincerà mai, darà sempre quel senso di inadeguatezza, di insicurezza, di pericolosità intrinseca che, soprattutto a San Siro e soprattutto da capitano, diventano un boomerang pazzesco.

E non ho dubbi nel ritenere questa come la sua stagione peggiore, per tanti versi, anche perché la fronda “pro Ranocchia” si assottiglia talmente tanto da dubitare che esista più, se non in qualche raro caso isolato.

Via Mazzarri, dentro Mancini. Nonostante giochi, il feeling con il nuovo allenatore non sembra decollare, al punto che ad agosto, inizio della nuova stagione, si decide che il capitano è Mauro Icardi, ovvero l’antitesi concettuale di Ranocchia: spietato, scultoreo, tetragono, persino refrattario alle critiche, efficace sin dai suoi primissimi passi, costante fino all’esasperazione avversaria. Mancini molla Andrea, letteralmente: gioca una decina di volte ma spezzoni, per tre volte al 90esimo, una sola da titolare. E a quel punto la sua carriera sembra ormai destinata altrove e, per molti versi, persa chissà dove, chissà quando, chissà in quale angolo oscuro della sua mente mentre navigava nel canyon di un’Inter sconclusionata e senza logica per troppi anni.

Va alla Sampdoria, dove alterna cose discrete a partite inspiegabili, le partite “alla Ranocchia”, tra cui proprio il debutto. Finisce la stagione, ritorna all’Inter ma, se possibile, l’ambiente è persino peggio dei precedenti, con una transizione societaria (finalmente definitiva), un Mancini dimissionario all’ultimo minuto, un Frank De Boer gettato in corsa nel tritacarne. Andrea gioca poco, pochissimo, ma quando gioca è un pianto: contro il Beer Sheva, contro lo Sparta Praga, contro il Southampton in Europa League.

Ranocchia è anche causa, involontaria, di una delle immagini più iconiche della stagione scorsa, con De Boer e il suo assistente che si lanciano per terra dopo che Andrea spreca, al 96esimo, un assist delizioso di Perisic dalla sinistra, da solo, a porta praticamente vuota. C’è chi pensa che quel gol avrebbe cambiato chissà cosa nella stagione nerazzurra e, per un po’, ci ho creduto anche io: solo che il seguito ci ha raccontato che in realtà si trattava di un epilogo già scritto… ancora prima che FDB mettesse piede sulla panchina interista.

Rimane, comunque, l’ennesimo episodio in cui Andrea è purtroppo protagonista in negativo.

 

Rimane travolto, forse più di tutti.

Ecco, Andrea forse ha pagato più di tutti il radicale cambio di atteggiamento degli allenatori con i difensori, dall’arrivo di Sacchi in poi: costringerli a essere belli, eleganti, bravi nell’impostare, tenere le linee, essere dei perfetti teorici del calcio… ma fermarsi lì, senza andare sul nocciolo di una partita di campo che è, da sempre, l’uno contro uno, tra chi ha la palla e chi non ce l’ha. O forse, più semplicemente, Ranocchia è uno di quei calciatori (ma vale per tutti i settori della vita) che si scoprono letteralmente fuori tempo, in ritardo rispetto a un calcio che, se già correva ai suoi esordi, oggi lo fa ancora di più.

A gennaio si trasferisce all’Hull City e l’inizio sembra promettente: all’esordio gioca 25 minuti ma mette la museruola a mr. Zlatan Ibrahimovic, nella seconda partita il gol del 2-0 contro il Liverpool arriva proprio grazie a un lancio splendido di Andrea, che entra addirittura nella top 11 di giornata.

Eureka!

Per un poco funziona, Ranocchia segna anche contro il West Ham il 1° di aprile… e a tutti sembra uno scherzo, ma non lo è. Solo che finisce in calando, fa diversi errori (clamoroso quello su Zaha alla penultima partita contro il Crystal Palace), le ultime quattro partite regalano un pareggio e 3 sconfitte con la retrocessione dell’Hull City. Riscatto impossibile, nonostante in Inghilterra siano comunque molto contenti di lui.

Con Spalletti

In estate c’era una cosa su cui la quasi totalità del mondo interista era d’accordo: Ranocchia sarebbe andato via. Al 99,99%, destinazione Inghilterra.

Impossibile restare in un ambiente che non hai mai digerito in fondo né ti ha mai digerito, dove non ti sei espresso per quello che potevi e, soprattutto, dove hai gettato, letteralmente, gran parte della tua carriera.

Southampton, Watford e altre squadre sembrano essere interessate: prezzo formale del cartellino 12 milioni, ma l’impressione è che anche con meno della metà si ceda perché sarebbe comunque una plusvalenza. Il tifo interista, quasi nella sua interezza, lo ha abbandonato, mollato definitivamente. Non ne può più o quasi.

Solo che in questa strana estate sono successe un paio di cose importanti che hanno cambiato il destino di Ranocchia.

La prima cosa è che l’Inter è riuscita a cedere Murillo, pare per scelta del calciatore.

La seconda cosa è che il bilancio dell’Inter non ha consentito di investire tantissimo e alcune operazioni low-cost, su tutte Mangala, non sono andate a buon fine.

La terza cosa è che ad allenare l’Inter è stato chiamato Luciano Spalletti.

Su queste pagine ne abbiamo parlato molte volte e sapete come la penso: Luciano all’inizio ha rischiato molto dal punto di vista della comunicazione, ha alzato il livello dell’attenzione, ha messo subito i calciatori al corrente che era consapevole di quello che è successo l’anno scorso, li ha messi di fronte alle loro responsabilità richiamandoli al massimo professionismo. Evidentemente ottenute le risposte che voleva ha deciso di cambiare target e mettersi a servizio e protezione della squadra.

Ma, c’è un ma, il primo messaggio di uno Spalletti disposto a tutto per i suoi calciatori ha come protagonista lo stesso Andrea Ranocchia. Era il 10 luglio e Ranocchia, durante una giornata di lavoro nel ritiro di Brunico, era stato bersaglio di qualche urlaccio (sembra un “Ranocchia, te ne devi andare!”) da parte di qualche tifoso presente. Spalletti ha messo in chiaro che non ci sono figli e figliastri, che l’Inter è una e che era necessario un ambiente sereno.

Se vieni subito a far lo scemo così ti puoi levare dai coglioni […] per piacere, non fate così se no si diventa scomodi […]” il tifoso risponde “Amiamo troppo l’Inter, mister” e Spalletti ribadisce “Ho capito, ma non rompere i coglioni. Noi non si rompe i coglioni a te e stiamo a lavorare, tu non rompi i coglioni a noi e siamo pari.

Il messaggio era tanto più forte quanto sembrava più stringente la necessità di avere un altro difensore centrale, c’erano trattative in corso, sui giornali si parlava di centrali di qua e centrali di là. Si è arrivati al punto di dire che il giovanissimo Zinho Vanheusden era davanti nelle gerarchie.

Diciamo la verità: molti allenatori, al posto di Spalletti, avrebbero sorvolato, non si sarebbero messi contro i tifosi, avrebbero probabilmente “cavalcato l’onda” e lasciato a sé stesso un calciatore chiaramente fuori progetto e con la testa ormai altrove. Spalletti no.

Ricordo come ho letto la notizia, su Twitter. Più o meno diceva così “ma davvero Spalletti ha difeso Ranocchia?”. E in quel momento ho capito che, da tifosi, stavamo sbagliando prospettiva.

Beninteso, mi sono augurato che Ranocchia partisse e arrivasse un buon rincalzo o addirittura un titolare. Ma Spalletti ha lanciato un messaggio chiaro, di quelli che spesso al tifoso sfuggono: finché si veste la maglia dell’Inter, si è interisti, si è famiglia, si è tutti insieme.

Ne ha dato dimostrazione qualche settimana fa su Instagram, social che ha sperimentato da poco ma con grande successo:

È il tuo momento…

Ed ecco che questa settimana sembra proprio la settimana giusta per dare una chance, una vera chance ad Andrea. Occasione che si innesta all’interno di un più ampio discorso tecnico, tattico, psicologico….

A settembre Spalletti si era espresso con altro pensiero su Ranocchia: “Dopo aver visto i giocatori sul campo non lo so mica se Miranda è meglio di Ranocchia”. Frase a effetto? Chi lo sa… di certo c’è che Miranda ha giocato sempre e Ranocchia mai, tanto che non vede un campo di Serie A da titolare con l’Inter dal dicembre 2016 (Napoli-Inter, quest’anno 5 minuti di esordio contro il Crotone).

Eppure, dopo aver visto l’effetto Spalletti, dopo avere visto Santon e Nagatomo, quella frase sembra tornare oggi con grande curiosità, soprattutto pensando a quel Miranda non proprio impeccabile che ormai da quasi un anno e mezzo il tifoso interista si sorbisce.

Spalletti proprio con Santon e Nagatomo ha fatto due mezzi miracoli, soprattutto col primo che a molti sembrava persino un “ex calciatore”. Certo, sta avendo dei problemi nell’inserimento di Joao Mario e Brozovic, ma dall’altra parte ha fatto dei veri e propri capolavori, se mi passate il termine.

Miranda, è chiaro, avrebbe comunque cercato l’ammonizione perché dopo il Chievo c’è la Juventus. E il Chievo è squadra che a Ranocchia porta fortuna: il suo primo gol (18 ottobre 2009) è proprio contro il Chievo, così come anche l’ultimo in maglia nerazzurra (15 dicembre 2014), nonché uno dei suoi rari gol il 10 febbraio 2013.

Spalletti ha mandato un messaggio chiaro proprio oggi, sempre su Instagram:

Ennesimo gesto motivazionale importante.

Spalletti potrebbe ancora stupirci, attenzione, magari con una difesa a 3 con Santon e D’Ambrosio accanto a Skriniar. Ma gli aggiustamenti sarebbero troppi ed è più facile rischiare con un centrale difensivo e lasciare tutto com’è:  e finalmente Andrea potrà giocare in una squadra che funziona, con un compagno di campo che ha già mostrato di saper “indirizzare” il capitano del Brasile e questo potrebbe aiutarlo anche dal punto di vista mentale.

Andrea fra pochi mesi compirà 30 anni, ma a lui non è stato mai davvero possibile dargli l’etichetta di “giovane”, costretto com’è stato a lanciarsi da protagonista nell’Inter. In questa settimana è probabile che gli venga data una vera opportunità. Non è un’opportunità che rivaluterà la carriera di Ranocchia, non sarà questa partita a cambiare i tanti anni trascorsi in maglia nerazzurra, a cancellare i tanti errori, le amnesie, le cadute improvvise e senza apparente ragione. In questi anni sono passati molti calciatori, ma due sono rimasti imperterriti anche a costo di essere associati all’idea stessa di un’Inter in rovinosa caduta: Nagatomo e proprio Ranocchia.

 

Questa chance, però, potrebbe servire per scoprire una nuova dimensione di Andrea, più umana, più congeniale a lui, più vicina al concetto di “utilità” che non a quello di “leader“. Potrebbe aprirsi una nuova stagione della sua carriera, che magari sarà anche destinata lontana da Milano, ma che potrebbe almeno lasciare un ricordo migliore, più adeguato alla brava persona che è e che è sempre stato, cosa della quale nessuno ha mai dubitato.

D’altra parte non è e non sarà mai facile slegare la sua figura alle vicende dell’Inter: Andrea arriva nell’immediato post-Triplete ed è protagonista di uno dei peggiori periodi dell’Inter: era lui il “prescelto”, l’uomo della ricostruzione, la pietra angolare di una squadra rinnovata, giovane, sostenibile. E a poco gli vale di avere avuto accanto alcuni degli acquisti meno riusciti della storia, di avere giocato in formazioni che nessun sano di mente avrebbe mai pensato e che invece, tra infortuni, squalifiche, errori e orrori, si sono viste in campo in maglia nerazzurra. Per Nagatomo ci è voluto di più, perché nessuno si aspettava niente, perché Nagatomo fa anche sorridere e ti fa naturale simpatia; per Andrea no, per lui le aspettative sono sempre state altissime e forse insostenibili.

Eppure, anche a me, uno dei suoi più accaniti e fieri oppositori e critici, piacerebbe dire che almeno in parte mi sono sbagliato, e mi piacerebbe dirlo perché in fondo ci siamo anche affezionati e ti vogliamo bene… ecco, mi piacerebbe pensare e scoprire che c’è posto e spazio anche per Andrea Ranocchia in questa Inter e, perché no?, in quella dell’anno prossimo. Perché l’Inter potrebbe avere ancora bisogno di te, Andrea… nel prossimo futuro, vicinissimo, perché la rosa è ristretta e c’è bisogno di tutti. Perché, come dice Spalletti, quando si è pochi si è necessariamente tutti titolari anche se si gioca poco, e per fare bene si deve essere #UnaCosaSola. Magari #SenzaTregua.

sostieni ilmalpensante.com

Da qua a gennaio, quindi, potrebbe accadere di nuovo di aver bisogno di te. Ma devi fare bene contro il Chievo, non c’è alternativa.

Dimostraci che abbiamo torto, che abbiamo avuto torto, che avresti meritato una carriera diversa.

Sarà a San Siro, sarà difficile, avrai gli occhi addosso. Ma c’è bisogno di te, avrai la maglia nerazzurra in campo. Faremo il tifo per te.

Esthia immobiliare

Loading Disqus Comments ...