Inter-Pordenone, il bello e il brutto di essere interisti

È finita Inter Pordenone e i nerazzurri si sono affacciati paurosamente di fronte a uno spaventoso baratro fatto di una paura indescrivibile: cosa sarebbe successo se l’Inter si fosse fatta eliminare dal Pordenone?

esthia immmobiliareChissà, non riesco neanche a immaginare uno scenario persino peggiore del “the very worst case”, oppure, come spesso accade nel calcio, probabilmente non sarebbe cambiato assolutamente nulla, seguendo la logica di Stephen King che “ciò che sta dietro la porta o in agguato in vetta alle scale non è mai così terribile come la porta stessa in cima alle scale“, perché il terrore dell’ignoto è sempre più irrazionale e incontrollabile di qualunque terrore materializzatosi e fatto reale.

Insomma, ciò che non ci è noto non è controllabile dalla nostra mente.

Provate a immaginare voi stessi dietro quella porta, lassù, quasi in cima alle scale che si intravedono appena nel buio per il riverbero di una luce giallognola e malata che trova il modo di sbucare da sotto la porta.

Sei costretto a salire, non hai alternative. Ogni passo che fai, lentamente, guardi quella porta, quella flebile luce, senti un rumore lontano che sembra provenire da una gola estranea e infernale. Non riesci a staccare lo sguardo dalla porta, anche quando l’ennesimo gorgoglio scuote il tuo corpo e senti qualcosa di ghiacciato scivolare dalla nuca sulla schiena.

La mente si inceppa, paralizzata. Un mostro? Un insetto gigante? Tre metri? Quindici? A quale folle divinità è consacrata la sua vita, così diversa dalla tua? Più ti sforzi di essere lucido e meno ci riesci, ti sorprendi a tremare tutto appena dalle nebbie della mente si affaccia l’idea di un corpo deforme, con mille occhi, tutto denti, denti aguzzi, denti che si muovono in una bocca rivoltante dalla quale cominciano a fuoriuscire legioni di altri più piccoli insetti affamati di sangue.

Del tuo sangue.

Hai trattenuto troppo il respiro, emetti un sibilo.

Quando la tua mano si avvicina alla maniglia ti accorgi di non averne quasi più controllo, come se fosse dominata da una volontà estranea: va verso la maniglia, ma tu non vuoi aprirla.

Ma lei non ti obbedisce più da qualche interminabile secondo.

Non puoi fermarla.

Senti il tuo volto che si contrae, i muscoli che si irrigidiscono nello sforzo brutale e selvaggio di tutto il tuo corpo che vorrebbe allontanarsi ma non riesce più a muoversi, a muoversi come vorresti tu, come disperatamente vorresti tu, che vorresti bloccare la mano, amputarla se necessario, purché non arrivi alla maniglia.

Ma è troppo tardi.

Perché la mano ha obbedito a una forza superiore e estranea, la porta non è più chiusa: c’è già una fessura sottile dalla quale arriva un odore nauseabondo, e quel gorgoglio è più profondo, terrificante.

Nell’aria malefica si diffonde un urlo lancinante, crudele, brutale e al tempo stesso disperato.

È il tuo stesso urlo, il tuo corpo che stride con la tua volontà mentre la porta si apre e i tuoi occhi incontrano l’abisso.

L’abisso.

 

I tuoi occhi vedono Nagatomo che segna il rigore e canta “Inter Bells”.

È più chiaro quello che è successo?
Mi sono permesso un piccolo “giochino” (mi auguro che ai più abbia strappato un sorriso) per avvicinarci di più alla realtà, perché è quello che è successo ieri in Inter-Pordenone: è stata solo una grande paura.

Ma paura di che?

Di qualcosa che immaginiamo solo noi interisti. Probabilmente, come mi confessava un lettore stamattina, del terrore sacro di dover subire l’onta di una “inimmaginabile figura di merda”, detto in oxfordiano.

È rimasta, intendo la figura… o meglio, lo scrive lui che non è per niente soddisfatto.

Lui come un’intera pletora innumerata e innumerabile di tifosi che durante e (poco o molto) dopo la partita hanno cominciato a invadere i social come cavallette indemoniate pronte a fare a pezzi qualunque cosa, qualunque frase, qualunque tweet o status avesse la sola lontana somiglianza con un’idea di positività e di ottimismo.

Sempre per quella filosofia di certo tifo interista che… no, non “tutto scorre” ma “tutto è merda“.

Oh, sì, tutto, credetemi: tra il 2008 e il 2010 facevamo le guerre per difendere Eto’o (scrissi anche un articolo, figuriamoci: “io sto con Eto’o”. Capite? Eto’o!), Motta, Milito, Sneijder, Lucio e persino Mourinho sul quale c’era una frangia di polemisti irriducibili, divisi tra vedove di Mancini, congrega milanisti mancati, associazioni vittime del sacchismo degli altri, alunni fuori corso del “vincere è l’unica cosa che conta purché sia come piace a me”.

E quindi… volete mettere? Se Mourinho subiva critiche sperticate, perché non Spalletti? Giù con le critiche a Spalletti.

Ho cominciato a scrivere questo articolo pensando che il titolo sarebbe stato “elogio del tafazzismo interista“. E voleva essere un elogio vero, sincero, se non altro perché il vivere sempre sulla corda di un’idea di fallimento ti può dare quel sano realismo che è necessario in molti contesti di vita.

Avete mai sbattuto il piede su qualche mobile? Avuto qualche incidente domestico? Qualche altra situazione in cui improvvisamente sembri essere arrivato da chissà dove e il mondo fisico, reale, doloroso, ti ricorda che l’esistenza non è quella leggerezza, quella continua sospensione in cui eri immerso prima. Ecco, vivere sulla corda ti fa risparmiare il trauma mentale (quello fisico, se succede, te lo tieni).

Quanto può essere difficile un elogio a questa cosa che però non ti piace, perché sai che va molto oltre il “sano”, parlando di realismo?

Non ho memoria di una partita (neanche quelle stravinte), un’amichevole, neanche un allenamento dell’Inter che non fosse stato gravato dal sospetto del fallimento, con sopra la testa la colpa gravissima di essere… interisti. Ovvero quella condizione che per qualcuno sembra essere persino un intralcio alla realizzazione e felicità di tifoso: troppe energie emotive da spendere.

Troppe sconfitte vissute con l’imperdonabile colpa di tifare Inter.

Quel senso di colpa individuale produce acredine, risentimento, al punto che c’è una fetta di tifosi per i quali sembra quasi necessario dovere “odiare” una qualunque parte sia coinvolta in quel senso di colpa: l’allenatore di turno, il dirigente x, l’amministratore z, il presidente o la proprietà. Qualcuno si inventa persino quel fatidico “tornare a essere la barzelletta d’Italia“.

Farci sentire“, avrei corretto, e non essere. Non “tornare a essere”.

Il paradosso di certe forme d’odio, sottili, è che in qualche modo sono rivolte a te stesso e più ti odii e più senti colpevole, più ti senti colpevole e più odii, in una spirale senza fine che nasconde una verità intrinseca: il bisogno di primeggiare, di vincere, di essere migliori, di avere riconoscimenti.

C’è anche chi ci ha fatto una carriera, i “tifosi” alla Severgnini o alla Fiorello, che quasi per blandire gli altri tifosi, come quelli che hanno bisogno dell’approvazione di chi ti bullizza, sfotte sé stesso e non vede l’ora di farlo. Brama di farlo. Spera che ci siano tutte le condizioni di farlo. E a volte si ha l’impressione che non si attenda altro che una chance, una sola, per poterlo fare.

Capite? Non si tratta più di passione sportiva: perché la “passione“, quella vera, è anche e soprattutto sofferenza, emozione, è vivere sulla cuspide del climax senza sapere se ti “scioglierai” da un versante o dall’altro del successo; la passione vera è essere sospesi su quella cuspide.

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Così come l’aggettivo, “sportiva“, smette di avere il suo significato originario.

Tutto questo forse ha il carattere dell’espiazione, della necessità di autoassoluzione di chi in qualche modo vorrebbe prendere le distanze: d’altra parte mi sto lasciando prendere la mano e rischio (non rischio: già fatto) di esondare dall’alveo delle mie competenze specifiche.

Siamo questi, questo posso dirlo perché lo so. So che l’Inter è così: Inter e passione, Inter e sofferenza, saranno sempre coppie perfette.

Nella serata di ieri, non c’è dubbio, da una parte è comprensibile, intendiamoci, soprattutto se ti trovi uno degli più osceni commenti “tecnici” (virgolette d’obbligo) mai sentiti in tv di Galderisi (ho tre ricordi di lui: che è stato juventino, è stato milanista, era un asino in campo) che ha fatto un invertebrato tifo per il Pordenone per tutta la partita, con il più alto e competente commento tecnico composto dal ghigno speranzoso mentre si tiravano i rigori all’annuncio che “è una partita strana, è una partita strana“. Dalla tv ad alto volume si sentiva quasi lo sfregarsi delle mani trepidanti in attesa della sconfitta interista.

Per un attimo ho sperato che arrivasse Mauro Suma al commento tecnico: sarebbe stato meglio.

Dico, comprensibile quando da più parti i media non aspettavano altro per scrivere “figuraccia” (alla “Gazzetta” è rimasto qui, sul gozzo, e l’hanno scritto uguale sul cartaceo) e ti senti addosso tutto il peso della merda che ti arriverà addosso. Perché tu vuoi essere dall’altra parte, di chi tira la merda, anche se non ti piace per nulla il gesto di tirarla.

Ad un certo punto, su Twitter un lettore (gli ho promesso di non citarlo, mantengo) mi scrive: “abbiamo perso e ora che succede?“… peccato che mancassero 5 minuti alla fine dei supplementari. Neanche ai rigori.

Prima della fine, in tutto sono arrivati una decina di messaggi, tutti dello stesso tenore.

Anche io mi sono lasciato un po’ prendere la mano dall’ambiente:

Poi ho razionalizzato e capito che questa partita è talmente fuori da ogni contesto da non avere bisogno di ulteriori “carichi”.

Così, stamattina, piuttosto che pensare “ma che figura di merda” e magari evitare le occhiate compiaciute dei tifosi avversari al bar, sono entrato ancora più spavaldo e a ogni “ma quanto siete scarsi?” ho risposto “figurati quanto siete scarsi voi che in campionato state dietro a una squadra che non batte il Pordenone”.

Alla fine l’arma migliore è l’ironia. È sport, è gioco.

Ma questa, l’ironia, è a uso e consumo del tifoso: e Spalletti? Questa partita gli restituisce qualcosa?

Certo che sì, come tutte le partite anche quelle nel giardino sotto casa, ma con tutta la necessità della “sospensione” che il caso in questione richiede. Ci si stupisce in Italia, d’altra parte la nostra cultura sportiva è decisamente sotto lo zero assoluto, negli altri paesi non è insolito che le piccole realtà emergano in giornate di grazia, eppure l’accoglimento di questa splendida epifania dello sport avviene con metodi totalmente diversi che in Italia.

Il Pordenone non ha perso, viva il Pordenone!

La partita di ieri non boccia e non promuove nessuno, non stabilisce criteri, non recensisce valori né dà pagelle definitive. Se c’è un’indicazione importante che viene fuori, a mio avviso, è che l’opera di Spalletti riguardo al far sentire tutti partecipi… no, di più, tutti complici di questa meravigliosa avventura è probabilmente un po’ più difficile di quanto non immaginassimo, noi e lui.

La cartina di tornasole è Eder.

Non guardo gli altri, non Karamoh o Cancelo, non l’ingresso in ciabatte di Brozovic o l’imbucarsi di Icardi in mezzo o gli errori di Skriniar.

Io ho pensato a Eder.

Se c’è una cosa che ho apprezzato dell’italo-brasiliano in questa stagione è stata la vocazione al sacrificio, la devozione totale alla causa. Quella spinta, cioè, che ti porta a dare ogni grammo di quello che ti resta anche se si tratta di pochi minuti. Il ruolino di marcia di Eder con l’Inter di quest’anno avrebbe creato drammi psicologici in molti calciatori militanti nell’Inter del recente passato (dannazione a voi, mi state rovinando una puntata delle “gemme di Spalletti”):

  • Fiorentina: 6 minuti;
  • Spal: 2 minuti;
  • Milan: 5 minuti;
  • Napoli: 3 minuti;
  • Sampdoria: 3 minuti;
  • Verona: 4 minuti;
  • Atalanta: 1 minuto;
  • Cagliari: 1 minuto;
  • Juventus: 5 minuti;

30 minuti di gioco, esclusi i recuperi, in 9 partite. Certo, ci sono stati anche i 40 di Bologna o i 30 del Genoa oppure i 21 e i 15 del Torino e del Chievo, ma 9 partite giocate così avrebbero ucciso chiunque. Chiunque.

Eppure Eder è ancora lì, che se entra corre come un dannato, immemore di quanto fatto l’anno scorso.

Ripensate a Eder ieri: non ha nulla a che vedere con l’indemoniato assetato di sangue che entra, dà spallate, falcia avversari in contropiede beccandosi ammonizioni, corre e suda in 3 minuti più di quanto abbiano fatto, sommati, Ricky Alvarez e Mario Balotelli nella loro esperienza all’Inter.

Eder è il metro che ci serve per valutare la partita di ieri, vissuta persino peggio di un’amichevole estiva di luglio quando magari il tuo procuratore ti sta cercando una squadra diversa.

Poi, chiaramente, possiamo opinare sull’impegno, sulla sottovalutazione, se volete anche chiamando in causa la parola “professionismo” tanto usata da Spalletti in questi mesi.

Ma va anche detto che nel calcio non si improvvisa nulla: le uniche squadre che possono improvvisare sono le nazionali. Per i club non c’è possibilità di farlo, le crescite dei gruppi e delle formazioni sono fenomeni che hanno bisogno di tempo, talvolta anche di fortuna o di quegli eventi capaci di farti fare “click“: senza la nebbia di Belgrado, senza il “gol di Muntari”, senza il gol di Sneijder a Kiev (solo per citarne 3: ma la lista sarebbe infinita) oggi staremmo parlando di una storia diversa del calcio italiano e mondiale.

Quegli 11 in campo probabilmente non sono stati in campo così neanche in allenamento. Durante la partita segno spesso le cose pregevoli e gli errori individuali (servono per le pagelle) e ieri ero in difficoltà (non faccio né farò pagelle), perché oltre al solito Gagliardini che sbaglia qualche appoggio di troppo si doveva valutare anche il movimento sbagliato di Pinamonti o di Karamoh o di Cancelo.

L’Inter non ha la stessa completezza della Juventus: è qualcosa che si guadagna nel tempo, con i risultati, con la costanza, con la serenità. Con una società non solida ma solidificata e stratificata nel tempo, con mercati in cui sbagli, se sbagli, 1 colpo su 5.

L’Inter deve conquistarsi ancora un posto nel mondo della normalità: non dimentichiamo da cosa si arriva, cosa è stato l’anno scorso, cosa scriveva in estate la stragrande maggioranza di noi.

Cosa ci dice la partita di ieri? Niente, ho provato a pensare a un approfondimento tattico ma gli è stato dolce il naufragar in questo mare di insensatezza. Ci dice solo che c’è da lavorare ancora tanto e Spalletti ha un quadro ancora più esaustivo della situazione. Probabilmente, sì, che qualcosa a gennaio sul mercato andrà fatto ma, come approfondiremo la settimana prossima, nessuna rivoluzione, nessuno stravolgimento: la rosa, in sostanza, è questa.

Magari, chi può dirlo?, già contro l’Udinese impareremo noi tifosi che questa partita è servita a svegliarci un po’. Come quando sbatti il piede sul mobile, quando hai qualche piccolo incidente domestico o qualche altra situazione in cui improvvisamente sembri essere arrivato da chissà dove e il mondo fisico, reale, doloroso, ti ricorda che l’esistenza non è quella leggerezza, quella continua sospensione in cui eri immerso prima. E comincia a farti vivere sulla corda con quel po’ di sano realismo che l’essere imbattuti (amichevoli comprese) ti può avere fatto dimenticare.

Epperò badate, non illudetevi. Anche nel “the very very very very very best case scenario” di un’Inter che comincia a vincere, a fatturare, a fare mercati faraonici etc…, anche in quel caso avremo sempre la nostra dose di sofferenza, la nostra dose di passione. Passione sportiva.

Ci abbiamo fatto anche una canzone: “ma dimmi cosa c’è di meglio di una continua sofferenza per arrivare alla vittoria ma poi non rompermi i coglioni per me c’è solo l’Inter”.

Altrimenti non saremmo interisti. Smetteremmo di esserlo.

Parafrasando Nietzsche, l’Interista (notate la “I” maiuscola?) vero è colui che quasi si vergogna quando il dado cade in suo favore e si chiede “ho forse barato?“, non certo come chi si tuffa in area, mente sapendo di mentire, bara sapendo di barare, imbroglia sapendo di imbrogliare, e solo perché ha un unico scopo nella vita, costi quello che costi, quando gli assegnano un rigore fasullo urla “Giusto! Giusto!” come se gli spettasse per diritto divino.

#NoiInteristi non siamo così.

E se c’è da soffrire, soffriamo. Senza drammi. E anche articoli così servono da catarsi reciproca.

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Post Scriptum

Qualcuno può chiedere alla Gazzetta che fine hanno fatto Çalhanoğlu e André Silva? O come stanno giocando Musacchio, Kessié o Bonucci? No, così, tanto per comparare i fallimenti.

E sapete la cosa che mi intristisce di più qual è? Che in molti daranno ragione acriticamente a questa roba qua sotto, anzi, ne saranno appagati. È uno di quei casi in cui la voglia di parlare dei “media contro” mi passa per chissà quanti giorni, perché mi accorgo che è una battaglia impari, impossibile da vincere: alla fine, me ne convinco, i giornali scrivono ciò che interessa alla gran parte dei lettori. E, tra questi, c’è anche una discreta fetta di tifo interista.

 

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