Francesco Moriero si racconta a ilMalpensante.com

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Abbiamo il piacere di ospitare il racconto di uno dei calciatori che ho più amato all’Inter, per l’estro, la capacità di inventiva, perché Moriero all’Inter era (per me) una delle sublimazioni di un’idea di calcio primordiale, fatto di puro istinto, quello dei Ronaldo, dei Baggio, dei Recoba e, sì, anche dei Moriero: gente che usciva dagli schemi, che più li imbrigliavi e più si intristivano.

Ma Moriero aveva qualcosa in più, perché era… “umano“. Era capace di lustrare gli scarpini a Recoba (comincia col Brescia) e Ronaldo, ma è capace di involarsi sulla destra senza lasciarsi prendere, dribblare 5-6 avversari (Piacenza) e andare in rete, oppure volare in aria leggero e segnare in rovesciata (Neuchatel o Paraguay).

Da giovane ero innamoratissimo delle ali talentuose, bastava che ne vedessi una e mi incantavo… anche se forse la passione per la tattica me l’ha trasmessa l’ala meno ala, come immaginario collettivo, che potesse esserci: Alessandro Bianchi. Ecco, di quell’amore per le ali, Bianchi e Moriero sono uno l’antitesi dell’altro, due facce della stessa medaglia: io amavo la medaglia, da qualunque parte la si guardasse.

Era un altro calcio, quando ancora gli esterni (di oggi) si chiamavano ali, quando il Milan cede Moriero, appena preso, per 1 milione di lire all’Inter pur di avere il “nuovo Baresi”, André Cruz.

Il merito di questo racconto è del nostro Luca Carmignani.

Di Francesco Moriero

Arriva un giorno, nella vita di ognuno di noi, in cui ti domandi dove tutto sia iniziato, come e perché abbia avuto inizio. Come sia diventato un calciatore, una ala destra ed abbia fatto del calcio il mio mestiere, me lo sono chiesto molte volte e la risposta è sicuramente in questa storia.

È il 23 agosto 1987, una domenica, io ho 18 anni e gioco nella primavera del Lecce che allora era allenato da Carletto Mazzone. Come tutti i miei coetanei, quel giorno sono al mare che gioco a pallone sulla spiaggia, una partita via l’altra, quasi ininterrottamente. Sì perché allora a pallone si “giocava”, nel vero senso della parola; era divertimento, gioia, piacere, solo dopo, anche per me, era un possibile lavoro. Prima lo studio, come dicevano i miei genitori, dopo il calcio… che per me era, essenzialmente, divertimento, felicità, dribbling, cross e goal.

esthia immmobiliareÈ una domenica caldissima ed il Lecce gioca una partita di Coppa Italia; il caso volle che si infortunasse un giocatore titolare e Mazzone decidesse di convocarmi. Mi cercano ma non mi trovano (per forza… ero al mare a giocare…), all’epoca non c’erano cellulari e l’unico modo di trovare una persona era quello antico: la si andava a cercare. A casa trovarono mio padre e lui sapeva bene dov’ero: sulla spiaggia a giocare a pallone.

Ma le spiagge a Lecce sono molte ed io, fra l’altro, mica stavo su una e basta. Si giocava in un posto, poi in un altro e così via. Non ricordo neppure quante partite feci quel giorno, sicuramente giocai per ore ed ore. Mio padre, alla guida della sua 500 mi cercò disperatamente senza successo e solo all’ultimo momento, finalmente, mi trovò. “Sbrigati Checco, sei stato convocato per la partita! Mazzone ti sta cercando dappertutto.”

Ci precipitammo al ritiro, Mazzone appena mi vede esclama: “ma ‘ndo cazzo eri ragazzi’, vatti subito a fare la doccia in camera, cambiati e scendi!”

In ascensore, dopo aver fatto la doccia, incontro nuovamente il Mister.

Sei emozionato?” mi chiede.

Emozionato, pensai fra me e me? Per andare in tribuna… o al massimo in panchina non mi sentivo affatto emozionato, per cui risposi: “No mister, non sono emozionato”, lui mi guarda ed aggiunge “va beh, in ogni caso a me nun me ne frega un cazzo, tanto giochi titolare lo stesso.

Titolare!

Rimasi di stucco, anche perché il nostro avversario, non era un avversario qualsiasi: era la Juventus. I primi minuti in campo per me furono disorientanti. Vedevo in campo giocatori che avevo nell’album delle figurine: Stefano Tacconi, Ian Rush, Massimo Mauro, Sergio Brio, Michael Laudrup … ed il mio avversario diretto, Antonio Cabrini, Campione del Mondo solo cinque anni prima.

Dire che fossi emozionato è dire poco, non riuscivo a fare nulla, ma passati i primi minuti in cui vedevo le “mie figurine” giocare dal vivo, decido di darmi una sveglia.

“Checco” mi dissi fra me e me “è inutile che tu stia qui imbambolato, fai conto di essere ancora sulla spiaggia, gioca come ti viene, divertiti; poi, vada come vada.”

Il primo pallone che mi arriva dopo questa decisione, faccio quello che più mi piace, tunnel e contro tunnel a Cabrini il quale, imbufalito, mi falcia da dietro mentre mi involavo sulla fascia, ed inoltre mi prende per i capelli.

Succede il finimondo, il pubblico impazzisce ed inizia a gridare, la panchina, Carletto Mazzone in testa (dubitavate?), si precipita in campo gridando. La partita finì con un sonoro 3-0 per la Juventus, nel Lecce, nel secondo tempo, entrò in campo un altro giovane: Antonio Conte, mio coetaneo. A Lecce, c’è ancora la “leggenda” di quel ragazzino che giocò tutto il giorno sulla spiaggia e la sera, nella partita Lecce Juventus, fece tunnel e contro tunnel nientemeno che ad Antonio Cabrini. Quel ragazzino ero io: Francesco Moriero.

Da quel giorno, nonostante la sconfitta, iniziai a giocare titolare nel Lecce e la mia carriera di calciatore ebbe inizio.

Oggi in molti, mi domandano perché la Nazionale italiana sia fuori dai mondiali e quale sia il male del calcio. Non pretendo di avere tutte le risposte, anche perché le cause sono senz’altro molteplici, ma di sicuro una delle cause risiede nel modo in cui i giovani calciatori vengono allenati. Adesso, fin da piccoli insegnano le diagonali, le posizioni in campo, le marcature e dimenticano che nel calcio, la prima cosa sono i fondamentali (che non a caso si chiamano così).

A 16 anni, facevo 700 – 800 palleggi senza che la palla mi cadesse in terra; anche per Antonio Conte, che si allenava con me, era così. Gli allenatori ci lasciavano anche liberi di fare un dribbling, di provare una giocata, adesso ci sono allenatori delle giovanili che se un loro giocatore prova a dribblare lo richiamano.

Questo non è calcio.

Mi sono allenato con i più grandi, e quando vedi che, a fine allenamento, Ronaldo e Baggio si fermano a fare il muro (no dico: Ronaldo e Baggio), allora capisci perché la tecnica conta e come questa vada migliorata, sempre.

C’è anche un altro fattore, un tempo tutti giocavano a calcio (anzi… a pallone), non c’era un bambino che non lo facesse. Sulla spiaggia, per strada, nelle piazze, nei giardini, nei cortili, all’oratorio: ovunque. Poi, eventualmente, venivano le squadre vere, che potevano attingere a piene mani, fra milioni di bambini.

Oggi, quasi nessuno gioca a pallone, non certo per strada, dove si rischia la vita, non certo sulle spiagge, dove è vietato o nelle piazze piene di automobili; ci sono solo le scuole calcio (con troppi allenatori poco preparati, purtroppo) dove ti insegnano le diagonali e le sovrapposizioni, ma non ti insegnano l’essenza stessa del calcio.

E per accedervi, a queste scuole, si deve pagare qualche centinaio di euro al mese e non tutti i genitori possono permettersi questa spesa.

In questo modo, la base dei giocatori è terribilmente assottigliata ed è anche uno dei motivi per cui si attinge, anche fra i più piccoli, ai giocatori stranieri e per stranieri non mi riferisco a chi vive in Italia pur essendo proveniente da un altro paese, mi riferisco a giocatori prelevati da società non italiane.

Sinceramente non so dire se, in questa situazione, sarei potuto diventare Francesco Moriero, ala destra. Di certo so il motivo per cui lo sono diventato.

Vorrei concludere questa breve disamina, questi pensieri, ricordando alcuni episodi, relativi ad un periodo della mia vita di calciatore, che proprio pochi giorni fa, incontrando un mio allenatore con cui sono stato benissimo (Gigi Simoni), mi sono tornati in mente.

Mi riferisco, ovviamente, al campionato ’97 ’98 che disputai nelle file dell’Inter di Ronaldo sotto la giuda illuminata di mister Simoni.

Quella era una squadra fatta di campioni ed uomini veri. Mi ricordo i primi giorni, tutti in silenzio, tutti seri: l’unico che faceva casino ero io! Per gli allenamenti ci volevano cinque palloni, come dico sempre io, perché fra Ronaldo, Recoba, Baggio (l’anno dopo) e me, la palla non si passava mai.

Scherzi a parte, in campo si lavorava molto, ma ci divertivamo anche ed a proposito di schemi e di giocate individuali, mi è tornato in mente quella volta in cui, contro il Piacenza, il Mister mi richiamava sempre, chiedendomi di giocare semplice e di dare via la palla a due tocchi, senza cercare il dribbling.

Era una partita complicata, non la sbloccavamo e vidi, con la coda dell’occhio che Simoni stava preparando una sostituzione: la mia. Appena la palla fosse finita fuori, io sarei stato sostituito, cosicché quando mi capitò nuovamente fra i piedi, capii che sarebbe stata l’ultima e decisi di fare di testa mia (tanto l’avevo fatto più o meno per tutta la partita…).

Presi il pallone ed iniziai a dribblare, sentendo dalla panchina le grida di Simoni che diceva: “passa la palla, passa la palla!” Niente, il pallone era mio e non lo avrei passato a nessuno; saltai mezzo Piacenza e feci un gol bellissimo. Poi andai verso la panchina ad esultare e dissi al Mister: “Adesso mi può sostituire.

Ridevamo entrambi e dissi anche scherzando: “Non è che ora mi fa la multa perché ho disubbidito?

Sì eravamo davvero un bel gruppo, unito, coeso.

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Grazie a Simoni disputai una delle mie stagioni migliori, arrivando fino alla Nazionale, del resto avevo scelto l’Inter anche perché sapevo che il Mister era stato un ala destra, proprio come me e che le mie caratteristiche, con lui, sarebbero state esaltate.

Ecco, proprio quella frase: passa la palla. Il calcio (e la vita…) è così, la palla va passata, ma qualche volta bisogna anche avere il coraggio di non farlo, usare la propria fantasia, il proprio estro la propria forza e saper fare qualcosa che nessuno si aspetta. Altrimenti, cosa sarebbe il calcio, senza colpi di genio?

Kekko Moriero.

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