Le prospettive dell’Inter per gennaio (non cascateci di nuovo!)

Sottotitolo: Guida Galattica al Calciominchiato

Gli argomenti di calciomercato fanno molto più rumore (e lettori) di quanto non faccia un articolo che parli di calcio, di tattica, di movimenti, di allenatori: far sognare i tifosi con nomi altisonanti, insomma, è più redditivo che spiegar loro perché Vecino fa ottime partite anche quando ti sembra di non vederlo in campo.

Spesso generano aspettative esagerate, che diventano persino “leggende”. Qua facciamo l’operazione contraria: non mettetevi a sognare, né calciatori né pecore elettriche, per cortesia. E spieghiamo perché.

Ve l’ho scritto per mesi, anche quando ci cincischiavano sull’orecchio e sugli occhi le notizie luccicanti di Nainggolan e Vidal sotto la calura dell’estate, nonostante Sabatini il 17 luglio fosse stato più che chiaro sulla vicenda.

Certo, poi potremmo prendere altre interviste in cui si evidenzia forse troppa spocchia sul presunto “controllo” di certi calciatori, ma quello a cui si è andati incontro dopo ha precluso ogni possibilità di approfondire discorsi più dispendiosi.

Siccome c’è tantissima confusione in giro, proviamo non solo a spiegare il quadro, ma anche a inserirlo in una prospettiva storica: perché per molti tifosi sembra che il Financial Fair Play sia una specie di scherzo, un paravento, qualcosa che esiste ma che, sì, se vuoi puoi raggirare, come se l’Uefa fosse l’equivalente del peggiore dei settori pubblici italiani.

Facciamo un po’ di storia.

Perché nasce il FPF

esthia immmobiliareTutto nasce da lui, il Fair Play Finanziario (FPF in italia, FFP in inglese) che esiste per una ragione precisa: evitare che i club fossero dei “pozzi senza fondo”, la cui garanzia di rimanere a galla era dovuta alla semplice solvibilità della proprietà. Al tempo, per capire, Platini disse che gli stessi Moratti e Abramovič si lamentavano dell’impossibilità (di fatto) di cedere il club vista la continua produzione di perdite e il progressivo indebitamento, soprattutto con le banche.

Quando venne fuori per la prima volta l’idea del FPF eravamo nel bel mezzo di una crisi globale che in fondo al tunnel vedeva un rischio clamoroso: la stabilità delle banche, come abbiamo imparato in questi anni. E il calcio ha contribuito con “prestiti facili” ricevuti nel corso degli anni.

Del FPF se ne parlava da anni ma si diede una accelerata nel 2009 soprattutto a causa di alcuni dati conclamati e di uno scenario indubbiamente preoccupante e aveva un obiettivo: evitare che i club vivessero quasi esclusvamente di indebitamento.

Poco prima della finale del 2008, Platini disse: “Spero di non vedere più una partita come questa. Dal calcio va estirpato il principio che chi fa più debiti vince“. La frase colse tutti di sorpresa ma non troppo: Manchester United e Chelsea avevano debiti per oltre 1,5 miliardi di sterline. Va precisato che (buona) parte di quei debiti erano verso i proprietari stessi del club, soprattutto del Chelsea verso Abramovič (non meno di 700 milioni di sterline), mentre il Manchester United era stato acquistato con una manovra sin troppo spericolata: il club acquistato con un debito (oltre 800 milioni) che vengono scaricati sulla stessa società acquistata, che poi avrebbe dovuto produrre gli utili necessari per ripagare il debito. In quegli anni nessuno si occupava di ricavi e poco importava che lo United producesse metà di quel che produce oggi.

Il meccanismo del “leveraged buyout” è assolutamente comune in ambiti extra calcistici: all’interno del mondo pallonaro, invece, è parso sin da subito un modello contrapposto a una sana gestione del club, visti gli apparentemente scarsi o assenti benefici e l’aumentare dei costi per i tifosi (a partire dai biglietti dello stadio)

Non dimenticate che qualche anno dopo i tifosi dello United protestarono violentemente contro Glazer.

Uno dei tanti modi usati per ridurre il debito fu la cessione di Cristiano Ronaldo, ceduto proprio nel giugno del 2009 per 94 milioni di euro (circa 80 milioni di sterline). Insomma, la squadra vincitrice della Champions nel 2008 e finalista nel 2009 non poteva tenersi il suo gioiello a causa dei debiti contratti: e Platini parlò chiaramente di “imbrogliare”.

Inoltre, la situazione rischiava di deflagrare da un momento all’altro: oltre 650 club in Europa avevano chiuso con perdita l’anno precedente, alcuni dei quali non avevano oggettivamente modo di risolvere la questione a breve termine.

Non solo, il Real Madrid non si… “contenne”, acquistando Kakà, Albiol, Benzema e in agosto persino Xabi Alonso.

 

Fu la goccia che fece traboccare il vaso perché se c’era una nazione con il più vicino orizzonte dei problemi bancari era proprio la Spagna, con i club che partecipavano per oltre 3,5 miliardi di euro (in realtà una parte di questi, circa 600 milioni, al fisco): nel 2012 partirono gli aiuti comunitari per salvare le banche spagnole, a fine 2012 cominciarono a pagare i contribuenti… al tempo scrivevo per un giornale online, scrivevo in ambito extracalcistico e seguii la vicenda delle proteste dei dipendenti pubblici: in Italia non abbiamo visto nulla di lontanamente paragonabile a quel che fece Rajoy, ma è un’altra storia.

Dal punto di vista di chi deve gestire un business come il calcio era evidente che non si poteva continuare su quella falsariga, come esplicitò lo stesso Platini: “Non è un problema di denaro, perché i club non hanno mai speso così tanto. Qui si tratta di una cattiva gestione, e dobbiamo stabilire delle regole.”

Anche perché è probabile che da ambienti non calcistici arrivassero pressioni per ridurre l’indebitamento e, di riflesso, l’esposizione delle banche: è una speculazione, ma credibile anche perché il calcio dal 2000 in poi, dall’esplosione dei diritti tv, ha sempre inciso molto sull’economia globale, in un verso o nell’altro.

Insomma, il problema non era solo il rischio di veder sparire da un giorno all’altro i club (immaginate cosa sarebbe accaduto se Moratti o Abramovič  avessero mollato improvvisamente…).

Il quadro storico in cui nasce il Fair Play Finanziario è questo e le due cose, a mio avviso, non possono essere scisse.

L’introduzione del FPF o di un qualunque meccanismo a protezione non solo del calcio era indifferibile: con la sua introduzione si pose fine a un’era e se ne iniziava un’altra: finiva (apparentemente) l’era dei mecenati, iniziava l’era dell’autofinanziamento. A certificarlo, anche le parole di Gianni Infantino:

è finita l’era dei paperoni. Il Fair Play Finanziario vuole evitare che il calcio debba dipendere dai mecenati e dai loro stati d’animo.

Autofinanziamento e FPF for dummies

Partiamo da questo: l’autofinanziamento è alla base del Fair Play Finanziario. Se leggete qualcuno che vi dice il contrario sappiate che vi sta dicendo una bugia.

Eh, ma il PSG? E il City?

E i marò non ce li vogliamo mettere?

Sezione FPF for dummies. Il Fair Play Finanziorio è nella sostanza autofinanziamento, ovvero la capacità del club di spendere tanto quanto produce. Aggiungendo obiettivi di produttività e crescita che non possono che essere apprezzati (infrastrutture, settori giovanili, etc…) sono stati posti degli obiettivi:

E 4 paletti non valicabili che hanno nomi stranieri affascinanti:

  1. Going Concern;
  2. Negative Equity;
  3. Break-even Results;
  4. Overdues Payables;

Che significa?

  1. Che il proprietario del club possa garantire una continuità aziendale solida, ovvero che nella peggiore delle ipotesi ci sia qualcuno economicamente pronto, capace e disposto a intervenire;
  2. Che nel bilancio non emerga una situazione di “patrimonio netto negativo”, ovvero una situazione in cui le perdite da coprire sono superiori rispetto al capitale sociale, le riserve non vincolate e gli utili non ancora destinati: ovvero la mancanza di riserve sufficienti a coprire la perdita  senza ridurre il capitale sotto lo zero;
  3. Il “pareggio di bilancio”;
  4. Nessun debito “scaduto” ancora da saldare, verso altre società calcistiche, verso calciatori e verso il Fisco.

A questi vanno aggiunti altri due paletti: l’intero ammontare degli stipendi non deve superare il 70% dei ricavi (escluse plusvalenze). Questo è uno degli aspetti che si dimenticano di più, eppure è stato uno dei problemi più importanti per l’Inter per un certo periodo. Quindi, prima di azzardare ipotesi su calciatori a basso costo (o costo zero) dovremmo sapere a che punto è il monte ingaggi nerazzurro in relazione al fatturato…

Quello che ci interessa di più in questa fase è il punto 3.

Seguendo il principio di non potere “spendere più di quel che si guadagna”, la UEFA impone ai club quello che molti giornalisti chiamano “pareggio di bilancio” ma che “pareggio di bilancio” non è: ha il suo nome, si chiama “break-even”, ed è calcolato secondo delle regole che possono farlo differire, talvolta anche sostanzialmente, rispetto al pareggio del bilancio civilistico.

Per esempio, non vengono considerati i costi gli investimenti sul settore giovanile o sulla eventuale costruzione di uno stadio.

Al tempo stesso, vengono messi sotto la lente di ingrandimento i ricavi, soprattutto da sponsorizzazioni.

Sul tema sponsorizzazioni si basa buona parte di quello che per molti tifosi è il mancato “interesse” del gruppo Suning, addirittura la “tirchieria“. Perché, si dice, se il PSG lo ha fatto, perché Suning non immette denaro contante, investe e aumenta le sponsorizzazioni? Immettere denaro liquido nella società tramite sponsorizzazioni gonfiate.

Insomma, 80-100 milioni e l’Inter si rifà la squadra, no?

No.

Cioè, mi piacerebbe trovare altre parole per ammorbidire la risposta, solo che resterebbe la stessa: no.

Ci sono tre casi che hanno dimostrato che il FPF funziona, comprese le regole apparentemente secondarie.

Anzitutto dobbiamo dire che c’è un organismo di vigilanza a tutti gli effetti, il “Club Financial Control Body“: è il soggetto deputato al controllo del rispetto del FPF, che la UEFA chiama “Investigatory Chamber” perché ha anche compiti ispettivi.

I casi sono Sassuolo, Manchester City e PSG.

Il CFCB ha raggiunto un accordo transattivo (settlement agreement) con il Manchester City nel 2014 (qui troverete il documento originale)  con cui accettava le pesantissime sanzioni della UEFA: limitazioni della rosa con numero imposto di giocatori provenienti dal settore giovanile, break-even da calcolare senza eventuali cessioni di assets, blocco sulla crescita degli stipendi/ingaggi, budget mercato limitato, multa da 60 milioni (pagabili in 3 anni, 2/3 con la sospensiva).

Più o meno gli stessi del Paris Saint Germain (qui il documento originale). Soprattutto il team parigino aveva provato a mascherare la perdita in bilancio con una maxi sponsorizzazione del Qatar Tourism Authority. Peccato che il break-even abbia dei calcoli diversi dal bilancio normale e quelle che vengono “transazioni di parti correlate” ai fini del FPF vengano ricalcolate, se necessario, a un “fair value” (valore corretto o equo che dir si voglia) che si basa su studi di mercato.

C’è da comprendere anche che un’intera appendince (Annex X) del FPF stabilisce i criteri del calcolo del break-even e precisa i paletti delle sponsorizzazioni da parti correlate: ovvero che sono valutati i reali collegamenti tra le parti, non solo quelli legali, pertanto si valuta anche e soprattutto la possibilità di influire nelle decisioni di un soggetto rispetto a un altro.

Per il City il caso fu leggermente diverso da quello del PSG, visto che il problema era proprio strutturale del bilancio e non delle sponsorizzazioni: su quel versante oggetto della richiesta di riduzione furono alcune voci di bilancio di minor valore ma poco chiare dal punto di vista della correlazione tra le parti.

Insomma, Zhang potrebbe sponsorizzare l’Inter per, che so, 150 milioni, acquistare a tutto spiano, presentare un bilancio persino con un utile d’esercizio, salvo poi vedersi comminare una multa da 50 milioni, rosa bloccata, 21 giocatori iscrivibili in lista Champions etc… perché ai fini del calcolo del break-even quei 150 milioni diventerebbero decisamente meno. E, chissà, essendo l’Inter recidiva potrebbero persino essere sanzioni peggiori.

Devo insistere oppure è più chiaro che non si può fare? O meglio, si potrebbe decidere di farlo, ma in un contesto di società sana, in piena espansione e capace di creare utili e risultati: rischiando e azzardando. Ci sono queste condizioni? No.

Emblematico il caso del Sassuolo, con Mapei che aveva sforato abbondantemente il 30% di sponsorizzazione sul totale dei ricavi: con la qualificazione in Europa League è nato il problema. Risoluzione? La crescita dei ricavi da 55 milioni a 61 circa, con relativa riduzione della sponsorizzazione: “peso” di poco superiore al 30%, probabilmente poi arrotondato in fase di calcolo del break-even.

Certo, la domanda più logica sarebbe: ma per tutti i club che non sono City o PSG, che non hanno quelle capacità di ammortizzare un colpo da 60 milioni, qual è il senso della multa? Dico, per un bilancio in difficoltà la multa è un’aggravante, non certo una soluzione!

E invece mi sento chiedere (anzi, dire): eh ma il PSG ha lo sponsor da 175 milioni!

Chiaramente, perché il limite è posto al 30% del totale dei ricavi: per un bilancio da quasi 600 milioni si può fare.

 

Eh ma Neymar e Mbappe allora?

Abbiamo spiegato a suo tempo perché potevano permettersi Neymar: Mbappe, da quello che ci risulta, è in prestito gratuito fino a fine anno e si paga solo l’ingaggio. Basterebbero una o due plusvalenze invernali per rimettere a posto le cose. Probabilmente neanche quelle, visto che le indiscrezioni sul bilancio del PSG parlano già di aumenti da tutte le parti.

E non ci si scandalizzi del prestito gratuito, perché lo fanno tutti, anche in Italia. Ci sarebbe da chiedersi la liceità del prestito gratuito di un giocatore come Mbappe, ma evidentemente al Monaco andava bene così anche dal punto di vista del bilancio, evitando anche il rischio infortunio con relativo crollo della valutazione.

La vera sfida per il PSG sarà il bilancio al 30 giugno 2019: se i numeri che si stanno preventivando sui diritti tv non dovessero confermarsi, mi aspetto non solo una o due partenze eccellenti, condito da un eventuale altro acquisto pesante, visto che poi di anno in anno il peso è costituito dall’ammortamento e non dal costo.

Lo scenario dell’Inter

Lo scenario dell’Inter ha uno sfondo ben preciso. Ovvero, là dove la i ricavi non riescono a garantire margini di manovra, l’unica fonte di finanziamento sul mercato può arrivare dalle cessioni di calciatori. Ma facciamo qualche passo indietro.

Dal punto di vista del FPF l’Inter è stata su molti fronti fortunata, benché : la gestione di Moratti aveva prodotto non solo una serie di costi altissimi (tanto che si è arrivati a un indescrivibile impoverimento della rosa), ma una mancanza di reattività (per essere buoni) nella creazione di nuovi introiti.

 

In quel famoso periodo “di mezzo” tra lo studio del FPF e la sua applicazione, Moratti ha spinto moltissimo dal punto di vista sportivo (l’Inter è arrivata al Triplete) ma la società non è stata in grado di costruire una struttura produttiva, capace di autosostenersi, con un respiro più ampio, partner diversi e più facoltosi: imperdonabile, soprattutto, l’incapacità di sfruttare al massimo l’onda del Triplete.

Molti interisti gli rimproverano mille cose, io gli rimprovero solo questo (in realtà no, gli rimprovero anche Lippi e Tardelli, il licenziamento di Simoni etc… ma si apre una maglia troppo larga). Oggi non sono pochi quelli che rimpiangono un Moratti, dimenticando però che con le regole attuali Moratti non sarebbe… il Moratti che abbiamo conosciuto.

Per esempio, la mancanza dello stadio di proprietà, purtroppo, è uno dei limiti oggettivi, perché quel valore potrebbe essere decisivo. Per comprendere cosa significa: il Chelsea con circa 41mila spettatori medi riesce a generare ricavi per circa 80 milioni di euro; l’Inter con circa 45mila ne produce circa 28 milioni. Parte di questa differenza è chiaramente dovuta alla Champions League, che però non copre l’intero “ammanco”.

En passant, sarà interessante analizzare il bilancio della Juventus nei prossimi due anni. Nel caso di fine prematura dell’esperienza, con Roma e Napoli agli ottavi, e a partire dal prossimo anno un market pool ancora meno consistente, la Juventus potrebbe dover vendere (lo ha fatto ogni anno, con Pogba, Vidal e Bonucci) non soltanto Alex Sandro, visto che una parte più che consistente degli ultimi bilanci è formata dai ricavi in Champions League e dalle plusvalenze.

 

Tornando a noi, Inter fortunata, dicevamo, perché Thohir ha prima operato con grande attenzione dal punto di vista proprio del bilancio, regalando all’Inter delle prospettive e una “appetibilità” verso investitori interessati al settore. Nel caso specifico, Suning, che poi è intervenuta sui ricavi.

Per acquistare le quote dell’Inter e farla ripartire ha investito 495 milioni di euro, stando ai calcoli del sito calcioefinanza.it.

Alla faccia dei tirchi” si potrebbe dire con una battuta.

Relativamente alla quota di finanziamenti, qualcuno ha storto il naso sul fatto che maturino interessi. Detto che l’obiettivo, alla luce del FPF, deve essere chiaramente della autosostenibilità, c’è da sottolineare, però, che l’Inter non è soltanto di Suning, che questi interessi non sono stati effettivamente pagati (sono un costo a bilancio e un debito verso Suning, ma senza uscita finanziaria) e con ogni probabilità diventeranno parte del futuro aumento di capitale quando Thohir cederà le sue quote.

La situazione del presidente indonesiano in questo momento può effettivamente essere un impedimento, perché ogni “aumento di valore” dell’Inter significherebbe un aumento del valore delle quote societarie, con susseguente maggior esborso da parte di Zhang e famiglia.

La parte di sponsorizzazione di “parti correlate” o dirette facilmente evidenziabile è di 56 milioni e spicci: pur non avendo notizie in merito, ma essendo l’Inter sotto vigilanza, è molto probabile che questa quota possa essere stata in qualche modo “concordata” con la Uefa, o tenuta “a bada” per rientrare nei termini del “fair value”.

Al 30/06/2017 il totale di quello che possiamo chiamare “effetto Suning” sul bilancio è di circa 86 milioni su circa 274 milioni di ricavi al netto delle plusvalenze: ovvero il 31,4%.

Insomma, l’impressione è che di più al momento non sia possibile fare: tra l’altro una buona parte di questi 56 milioni, quasi la metà, sono relativi alla ridenominazione dei centri sportivi con il marchio Suning: una parte (16,5 milioni) è annuale fino al 2020, un’altra (25 milioni) è una tantum e ha dato effetti solo nell’esercizio scorso. Altra sfida per quest’anno, dove verranno a mancare i 25 milioni… che sarebbero potuti arrivare dall’espansione commerciale in Cina (che è già importante di suo) ma che è verosimile abbia avuto una battuta di arresto per via del blocco cinese: non dipende comunque dalla disponibilità di Suning.

L’ultimo bilancio dell’Inter è stato messo a posto anche con operazioni come quella di Skriniar e Caprari, il cui valore sta emergendo come più che corretto. Il che significa esserci arrivati comunque per il rotto della cuffia, per usare un luogo comune.

Pertanto al 30/06/2018 ci sarà un altro bilancio da verificare, con nuovi introiti da trovare per (quantomeno) mantenere gli attuali livelli del bilancio: oltre i 300 milioni senza Champions League sono una sorta di miracolo.

 

Cosa si può fare per migliorare?

Nell’immediato sembra ben poco perché tutte le operazioni fattibili porterebbero frutti nel bilancio successivo, con due eccezioni: eventuale “cessione a sconto” di futuri proventi. Beninteso, i proventi della qualificazione in Champions non darebbero frutti nel bilancio 2017/18, ma nel bilancio 2018/19, a meno di cessione anticipata di una parte dei ricavi futuri (percorso che non credo vogliano percorrere se non strettamente necessario).

Oppure, come detto prima, una cessione di calciatori con relativa plusvalenza.

Chi?

Per non peggiorare la rosa, l’unico inquadrabile è Brozovic, che a inizio anni aveva 4,2 milioni di valore e che quindi potrebbe garantire una buona plusvalenza anche con “soli” 15 milioni.

Non Joao Mario, che dovrebbe essere venduto a 32 milioni di euro a gennaio per generare 0 in bilancio (quindi ci si sgrava soltanto di 6 mesi di ingaggio) oppure a 28 milioni a partire dal 1° luglio. Figuriamoci con Pastore, visto che il PSG ha tutto l’interesse affinché una cessione qualunque sia valutata il massimo possibile senza farsi carico di ulteriori costi: checché se ne dica in giro, il FPF funziona anche per loro. Il che non significa escluderlo a priori, ma è chiaro che dipenda dal PSG.

E, attenzione, il discorso vale anche per gli ingaggi che sono un costo a bilancio: si deve valutare l’impatto sul famoso 70% dei ricavi nonché l’impatto sul break-even (vale l’ingaggio lordo).

Al momento, però, una cosa sembra certa: a meno di improvvisi cambi di rotta dal punto di vista delle sponsorizzazioni da soggetti terzi, o di un eventuale azzardo da discutere poi con la Uefa (o da far “rientrare” dal punto di vista numerico con altre operazioni a bilancio), non sembrano esserci margini di manovra che consentano all’Inter di investire somme importanti a gennaio, a meno di non rischiare oggi e vendere prima del 30/06/2018. Con tutti i rischi che ne conseguono. Quindi, no, non cascateci di nuovo e non aspettatevi “colpi” ma solo “occasioni”, preferibilmente a costo zero.

 

A meno che, come precisato da Spalletti, la società non abbia già operato, o stia operando, e abbia contezza di un bilancio che possa consentire di operare col mercato anche con una certa serenità. E ha ragione: è informazione che ha e deve dare la società, non il Direttore Sportivo.

Non sono un grande fan di questa fantomatica chiarezza. Una notizia ufficiale di una squadra che non ha i mezzi per fare operazioni sul mercato bloccherebbe anche eventuali cessioni, perché tutti i possibili acquirenti offrirebbero al ribasso, più di quanto non facciano già.

Ma dal punto di vista di Spalletti è comprensibile: vivere un intero gennaio con sul collo il cappio delle voci di mercato, delle “telefonatine” dei giornalisti ai calciatori, con distrazioni una dietro l’altra, insicurezze e incertezze magari create ad arte, potrebbe essere una bomba dentro uno spogliatoio dall’equilibrio fragile.

Confortano le parole di Sabatini, perché evidentemente qualche margine di manovra a noi sconosciuto e non direttamente desumibile dallo scorso bilancio c’è o ci può essere, magari è già stato previsto. Di certo, però, e qui davvero non fatevi ingannare… no, non fatevi prendere per il culo, è più preciso così… di certo non è questione di “Suning investa!” o “Suning cacci il grano”: perché abbiamo visto che non funziona così.

Anche eventuali affari con il Jiangsu potrebbero diventare pericolosi perché la proprietà è la stessa e, come vedremo in un futuro articolo sulla Red Bull, la Uefa è preoccupata da questa possibilità di aggirare il FPF, facendo acquistare calciatori a società fuori dalla Uefa e poi farli rientrare tramite prestito, anche se oneroso.

C’è una prospettiva interessante, a dire il vero, ma non è immediata e riguarderebbe il Voluntary Agreement. Al VA si può accedere in 3 casi: avere ottenuto la licenza Uefa dalla propria federazione nazionale senza però qualificarsi a una competizione Uefa; partecipare a una competizione UEFA in regola con il FPF (l’anno scorso l’Inter era sotto monitoraggio, per esempio); significanti cambiamenti di proprietà nei 12 mesi precedenti.

La condizione essenziale, però, è quella di non essere sotto le misure di un Voluntary o Settlement Agreement nei tre anni precedenti. Ovvero fra tre anni…

Quindi se oggi l’Inter dovesse investire a gennaio non lo fa perché “Suning caccia il grano”, ma perché evidentemente glielo consente il bilancio, cosa che la società conosce e noi no. Figuriamoci i giornalisti.

E se non lo avete capito o non volete capirlo, a questo punto, sono problemi vostri.

Chiusura sul FPF

Il Fpf è pieno di paradossi. Come è stato esposto sopra uno potrebbe pensare che non ci sia differenza tra Zamparini e Suning, ma non è così, perché l’aumento dei ricavi è fattibile solo rivolgendosi a mercati diversi da quello italiano, magari con partner commerciali che non siano interessati solo al calcio: e in questo caso Suning è decisamente più appetibile di qualunque Zamparini. E ve le raccomando le presunte, fantomatiche, fantasmagoriche cordate italiane buone solo per… impiccarsi.

Il FPF funziona, impossibile dire diversamente. Anche perché i primi attori interessati, le altre società, non hanno l’anello al naso, non si costringono a certe regole se non sono uguali e valide per tutti.

Nel futuro, però, sembrano inevitabili delle riforme. C’è chi sostiene che sia necessario aumentare la disponibilità a sforare (“acceptable deviation”) sull’aggregato di 3 anni, c’è chi invece sostiene l’esatto contrario: ovvero che presto o tardi si debba arrivare sempre e comunque al pareg… al raggiungimento del break-even, lasciando che proprietà (o mecenati, se volete) intervengano esclusivamente sui cosiddetti “costi nobili”: costruzione dello stadio, settore giovanile, infrastrutture etc…

Una è già arrivata ed è il Voluntary Agreement: ovvero la possibilità data alle società di investire in perdita, a condizione che ci sia un piano di rientro credibile, prudenziale e che si basi sulla continuità aziendale oltre che su garanzie certe fornitre dalla proprietà.

Esthia immobiliare

Casi come quello della Red Bull e del Lipsia per esempio, potrebbe fare giurisprudenza: ci torneremo a parte durante le vacanze di Natale.

Un altro paradosso del Fair PLay Finanziario è che nasce per una giusta causa ma crea una stortura che ha portato il calcio verso ambienti e prospettive diverse e quasi irriconoscibili: l’idea era quella di impedire che vincesse il più ricco, oppure quello che azzarda di più facendo leva sui debiti, ma il più… “bravo.” L’intento era nobilissimo e puntava all’equilibrio delle società, alla garanzia del loro futuro.

 

Il problema è che per un certo periodo hanno fatto passare una riforma di “stabilità finanziaria” per una riforma di “equità sportiva”: così non è, nella maniera più assoluta. Di quel “calcio più giusto” di cui si parlava tempo fa non c’è più traccia: l’impressione è che favole come Porto e Bayer Leverkusen siano ormai un retaggio del passato.

Ecco, il concetto di bravura si è però spostato anzitutto in fase gestionale: il primo vero virtuosismo deve essere qui, anche se non dipende soltanto dalla bravura ma da altri fattori. Questo ha creato una sperequazione fortissima tra chi ha una base  storica fortissima, magari a livello mondiale, e può contare magari su proventi diversi anche dal punto di vista di sponsor (pensate alla Chevrolet con il Manchester United) o di diritti tv (vedi la Premier League), e tutti gli altri.

L’effetto del FPF è stato quello di rendere più forti i più ricchi, più deboli tutti gli altri, senza reali meccanismi di redistribuzione degli utili che potessero compensare.

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