Milan-Inter 1-0: se qualcosa può andar male, lo farà.

Se qualcosa può andar male, lo farà.

La legge di Murphy è servita: l’Inter perde anche contro il Milan in Coppa Italia, dopo una partita per certi versi surreale che l’Inter avrebbe potuto portare dalla sua parte con quattro occasioni clamorose: il gol annullato a Perisic, sempre con Perisic su assistenza di Brozovic, con Candreva davanti a Donnarumma bis su tiro di Perisic e quell’occasione di Joao Mario che ancora grida vendetta.

esthia immmobiliareNel complesso il Milan non avrebbe meritato di perdere, perché soprattutto dalla metà del secondo tempo in poi (dall’occasione di Joao Mario) è stato in campo meglio dell’Inter, ma di occasioni clamorose l’Inter ne ha create 4, di quelle che basta lasciarsi andare a corpo morto ed entrano da sole in porta. Il Milan ha fatto il suo, ripeto, e la vittoria nel complesso è meritata, ma l’unica occasione davvero clamorosa è il colpo di testa di Bonaventura a Handanovic a terra: poi c’è una traversa su deviazione, un colpo di testa centrale di Bonaventura su assist di Suso, un tiro di Suso defilato sulla destra, e il gol ovviamente.

Fuori dagli schemi del tifo, della pur giusta esaltazione rossonera per una vittoria che può dare morale e segnare un cambio di passo (non sarei così fiducioso, ma vedremo) e della esagerata valanga di critiche, disapprovazione, biasimo fino ad arrivare agli insulti (con annesso il davvero incomprensibile “siamo già morti, stagione finita”) dei tifosi interisti, una visione terza si potrebbe fermare a questo.

Solo che non basta e non basterebbe.

Probabilmente sbagliato qualcosa dell’atteggiamento nel primo tempo, quando il Milan sbagliava cose piuttosto semplici, quando Bonucci ha mandato in scena una serie di lanci della serie “come non si lancia dalla difesa” e Biglia ha toccato sì e no 3/4 palloni. L’Inter, però, lì non ha azzannato l’avversario, non ha avuto la forza o il coraggio di osare: c’è, sì, il gol annullato (giustamente) a Perisic, ma non è sufficiente a giustificare i primi 20 minuti inspiegabili per certi versi: non che mancasse ritmo (anzi, migliore di quel che mi aspettassi), ma è sembrata un’Inter a tratti impaurita, lontano ricordo di quella che invece sapeva controllare il match anche in momenti in cui non esprimeva un gran calcio.

Ho più volte detto che la squadra sembra fisicamente in debito, soprattutto in alcuni calciatori. In realtà, l’unico che sta davvero giocando sotto ritmo è Perisic, che in questo periodo non supera l’avversario diretto neanche se partono appaiati, lui che in genere sui 15/20 metri ne guadagna 2/3 più o meno a chiunque.

Ma questa partita segna il passo anche dal punto di vista della valutazione e che sia essenzialmente una questione di testa ce lo dicono due cose fondamentali.

La prima è l’improvviso spegnersi dell’Inter al gol mangiato, letteralmente mangiato, da Joao Mario.

L’ingresso di Borja Valero ha migliorato la circolazione della palla ma, al tempo stesso, è servito quasi da “richiamo” per tutti gli altri, che hanno cominciato a nascondersi, a muoversi in ritardo, a non trovare mai un punto buono alle spalle degli avversari. Qui tre immagini che valgono più di tante parole:

Le ultime due, tra l’altro, sembrano una la fotocopia dell’altra. Da queste immagini si evince anche, per l’ennesima volta, l’eccessiva lentezza a salire della difesa: gli spazi si ampliano, la difesa avversaria si chiude decisamente meglio e vengono a mancare le alternative di passaggio con tutto quel che ne consegue a livello di gioco.

È sembrato quasi che il gol sbagliato abbia fatto riapparire fantasmi, facendo crollare vertiginosamente il quoziente di autostima, come se non valesse la pena ribellarsi alla fatalità, perché tanto “tutto è fatidico”.

Il secondo campanello d’allarme che ci rivela più un problema di testa che di altro viene da quel che dice Spalletti nel post partita. Parole che travalicano l’aspetto sportivo e diventano altro. Per riprenderle, facciamo uso della pazienza e del “servizio” di Daniele Mari di FcInter1908.it:

Inoltre, a InterTV: “è un momento che abbiamo perso n po’ di fiducia, dove si fanno le cose con meno coraggio, meno convinti di quelle che sono le nostre qualità […] è un momento dove, da un punto di vista psicologico e caratteriale dobbiamo sterzare e renderci conto che dobbiamo fare qualcosa di più […]

Le parole lasciano poco spazio all’interpretazione e sembra incredibile l’improvvisa sterzata a U della squadra.

Che, ricordiamolo, era diventata “famosa” in questa stagione proprio per la qualità, per la forza, per la testa in più che ci metteva nell’ultimo quarto d’ora, al punto da registrare, ancora adesso, 12 gol fatti (il 34% del totale) in quello spicchio di partita, ancora prima in campionato seguita solo dalla Lazio a 11 (il resto va dai 7 della Juventus in giù).

Ma se nelle altre tre partite (Pordenone, Udinese e Sassuolo) non era stato così evidente, con il Milan sì: il gol sbagliato da Joao Mario è sembrata una mazzata dal quale non si sono più ripresi, come se fosse scattato un click: tanto non entra neanche da due metri e soli davanti al portiere.

Generalmente non sarebbe una sola partita a far dare indicazioni definitive su aspetti del genere, soprattutto dopo 16 giornate che ci hanno raccontato cose diverse: ribadisco però che le parole di Spalletti sono inequivocabili da questo punto di vista e ci dobbiamo fidare.

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A completare l’opera ci si è messo anche l’arbitro Guida, ed è il 4° arbitro consecutivo mandato a fare il vero killer. E qui chiedo ai tifosi interisti che già pensano che non ci si debba mai lamentare dell’arbitro, quelli che dicono “dobbiamo essere più forti anche di questo” oppure “l’arbitro non c’entra niente” di fermarsi qua e rivederci alla prossima occasione.

Perché chi ci segue da sempre sa che parliamo sempre di arbitro, quando va bene e quando va male; e soprattutto ci piace soffermarci non tanto sui singoli episodi, rigore o non rigore, fuorigioco o meno (cosa che ci può stare anche ma che facciamo controvoglia), quanto più sugli aspetti del “metro arbitrale” che è uno dei fattori più condizionanti riguardo al flusso di gioco.

Era il 3 ottobre 2016 quando scrivevo questo articolo che non si riferiva a una partita specifica ma a aspetti generici che era necessario “fermare nel tempo” così che si potessero valutare in un secondo momento, fissando soprattutto il concetto di “metro arbitrale” come elemento potenzialmente (e terribilmente) condizionante all’interno di una partita di calcio (in realtà non solo di calcio):

Quanto conta un arbitro e l’opportunismo delle lagnanze

Come spiegato più volte, una cartina di tornasole del metro arbitrale la danno la quantità e la qualità dei fischi tra attaccante e difensore, soprattutto in fase di rilancio, e su questo i numeri non mentono: a tutto il reparto offensivo dell’Inter (Candreva, Perisic, Eder, Joao Mario, Brozovic e Icardi) è stato fischiato 1 solo fallo in 120 minuti. A quello milanista 13.

In alcuni contesti di gioco, certe scelte sono state davvero clamorose, di quelle che ti vien voglia di sbattere la testa al muro perché non c’è una sola ragione regolamentare a giustificare l’operato dell’arbitro: come il fischio sul volo a farfalle di Donnarumma bis su un non-contatto con Icardi, oppure come al minuto 108 con Eder lanciato a rete e fermato perché… Bonucci cade da solo.

Allucinante, poi, nel secondo tempo un fischio di fallo dopo aver lasciato proseguire: Milan che mantiene il possesso, tackle nerazzurro e palla rubata. Il vantaggio si era concretizzato nel mantenimento del possesso, non si deve mica arrivare in porta per considerarlo compiuto.

Al punto che i calciatori in campo capiscono e si adeguano: quelli del Milan si sono messi a buttarsi ad ogni occasione buona, perché tanto Guida fischiava tutto il fischiabile.

L’Inter ha perso per questa ragione? No, ma negare che la partita ne sia stata fortemente condizionata è un controsenso logico che lascio a chi ha voglia soltanto di prendersela con la squadra per mero sport social.

E adesso?

Non cambia nulla, almeno per quanto mi riguarda.

Non sentivo molta ansia pre-partita, non era una partita fondamentale e l’Inter non ha perso nulla di più della qualificazione al prossimo turno. L’obiettivo era ed è sempre stato il 4° posto: chi si è illuso di cose migliori… si è semplicemente illuso di cose fuori dalla portata di questa squadra.

L’avversario principale è la Lazio: lo scontro diretto è sabato e chiaramente l’Inter si è complicata la vita come peggio non avrebbe potuto, infortuni a parte:

I biancocelesti, però, dovranno giocare 3 competizioni, l’Inter soltanto una. Il campionato è lungo e nulla è affatto perduto, neanche se si dovesse perdere sabato a Milano, nonostante sarebbe un colpo durissimo da assorbire, quello sì, anche perché è la prima di un trittico per nulla facile da digerire con una Fiorentina in ripresa rispetto a inizio campionato e una Roma che ha trovato assetti e equilibri.

Spalletti ha già individuato gli aspetti principali sui quali dovrà lavorare, ovvero la testa e la convinzione di avere qualità, da sfruttare nell’ultima fase dell’azione.

Perché anche in questo derby l’Inter ha creato. Inceppandosi più spesso di prima, ma ha creato 4 palle gol che altre squadre si fanno bastare per 4 partite, mentre per i nerazzurri non sono sufficienti neanche per una: tra Pordenone, Udinese, Sassuolo e Milan il numero delle chiare occasioni da rete non è indifferente ma ha prodotto un solo gol.

Lo ha sottolineato anche Spalletti: una buona base di qualità c’è, perché l’Inter fa anche vedere cose buone e produce occasioni da gol. Non tutto è da buttare, anzi: il problema maggiore arriva a difesa avversaria schierata e nei momenti in cui cala l’attenzione o la voglia o la… convinzione.

Non funziona più come prima quando, se c’erano problemi, erano di altro genere. Oggi si sbaglia tanto a metà campo per mancanza di alternative: tra palle perse e passaggi sbagliati l’Inter di ieri supera i 70 palloni solo contando i centrali di centrocampo trequartista compreso, con Gagliardini a far da padrone (24% di passaggi sbagliati, superati i 20 ho smesso di contare) e il miracolo Brozovic, che su 24 palle giocate ha sbagliato 8 passaggi e perse 4, ovvero la metà. Ma anche la assoluta perfezione di Joao Mario (100% di passaggi riusciti) non ci racconta alcunché, vista l’impalpabilità di tutto il resto e il gol clamorosamente sbagliato.

E un paradosso è tutto qui: nonostante la valanga di errori, l’Inter crea palle gol e per diversi tratti di partita gioca anche tutt’ora un discreto calcio.

Se la questione “testa” sembra essere il trait d’union con le precedenti stagioni, questa capacità di non annegare, di rimanere comunque in gioco è una buona base di partenza per illuminare motivi di discontinuità col passato.

L’emblema, da questo punto di vista, è Perisic: tra Sassuolo e Milan è stato protagonista di almeno 6/7 ottime palle gol… in altre occasioni gliene bastava una all’80esimo per decidere una partita.

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La più forte discontinuità col passato, però, è proprio Spalletti. Nessuno dimentica cosa è accaduto l’anno scorso e su queste pagine abbiamo scritto fuoco e fiamme sull’atteggiamento della squadra: una buona parte è rimasta e non la credo immune dai peccati del passato. Spalletti, però, è diverso da Mancini e da Pioli e chiaramente lavora in condizioni migliori degli ultimi 3 allenatori: l’impressione è che una soluzione possa trovarla.

Poi, raccontiamoci sempre tutta la verità possibile: se al 1° settembre ci avvessero proposto uno scenario come quello di oggi avremmo risposto… con una domanda: dove si firma col sangue?

Certo, l’ambiente non aiuta e neanche l’approssimarsi di Gennaio con tutte le chiacchiere sul calciomercato che a qualcuno (vero Joao Mario?) sembra abbiano già dato in testa. Non aiutano neanche i media, che non vedevano l’ora. E, no, non è vero che non sono letti e che sono morti: i giornali fanno sempre e comunque tendenza e opinione e i calciatori non sono immuni dall’esserne condizionati.

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