Inter-Lazio: conosciamo l’avversario

Una delle cose che amo di più del calcio è il suo essere permeato costantemente da paradossi.

Per esempio, mercoledì l’Inter ha giocato contro il Milan del mercato più dispendioso mai realizzato in Italia, cambiando una quantità industriale di calciatori, ammassando milione su milione… eppure la partita gliela risolve Cutrone, giovanissimo calciatore a costo zero proveniente dalle giovanili. E l’assist è di Suso, costato appena 300mila euro di “indennizzo” al Liverpool e escluso per lungo tempo, considerato a tratti un mistero e poi riscoperto come fondamentale (mi ricorda qualche storia mancata in nerazzurro, ma lasciamo perdere).

esthia immmobiliareL’Inter sabato pomeriggio affronterà la Lazio di Simone Inzaghi che rappresenta un altro di quei paradossi di cui è piena zeppa la storia del calcio.

È l’aprile del 2016 quando Lotito esonera Stefano Pioli dopo una sonora sconfitta nel derby contro la Roma e decide di affidare la squadra a Simone Inzaghi, che viene dalla primavera. L’ambiente è infuocato, Lotito rischia persino un’aggressione in un ristorante e la contestazione è veemente.

La Lazio vince le prime due partite con risultati confortanti pur con avversari abbordabili, ma poi viene annientata 3-0 dalla Juventus e perde anche contro la Sampdoria. Si rifà con l’Inter e con il Carpi ma perde l’ultima e inutile partita contro la Fiorentina.

Sembra però necessario dare uno scossone all’ambiente, dare un respiro più ampio alle prospettive della squadra anche per “tenere buona” la tifoseria. Lotito vede in Marcelo Bielsa il suo profilo ideale, ovvero quello di un allenatore che può anche far giocare bene la squadra, oltre che rappresentare un taglio netto col passato e capace di svoltare anche dal punto di vista dei rapporti con i tifosi e con i media.

Il 6 Luglio 2016 viene emanato il comunicato della società: Bielsa è l’allenatore della Lazio, anche se il suo arrivo è previsto per il 9 luglio. Si vocifera che il contratto tra i biancocelesti e l’allenatore argentino sia di quasi 3 milioni di euro: niente male per un allenatore scelto da Lotito.

Cosa sia successo davvero tra il 6 e l’8 luglio credo lo sappiano solo i protagonisti… o forse soltanto Bielsa, perché incredibilmente arrivano le sue dimissioni. Lotito è furioso, minaccia una richiesta danni milionaria e non ha altre scelte nell’immediato, se non una. Ovvero quel Simone Inzaghi che sembrava avesse firmato con la Salernitana per 100mila euro annuali ed era praticamente già al lavoro per i granata.

Sembrava una scelta di ripiego, addirittura c’era chi parlava di scelta temporanea e chi accusava Lotito di avere in qualche modo esacerbato i rapporti con Bielsa per… risparmiare.

Quale che fosse la verità, la realtà ha restituito Simone Inzaghi alla Lazio, una delle sliding door più clamorose del calcio italiano degli ultimi anni.

Con il senno di poi è facilissimo dirlo però è necessario farlo: difficilmente Lotito avrebbe potuto scegliere meglio.

Con il senno di poi, però, non è così semplicissimo immaginare quale sarebbe stata la carriera di Inzaghi da allenatore.

L’anno scorso

Il mercato dell’anno scorso ha posto dei paletti importanti anche per le stagioni successive. Bastos, Wallace, Lukaku e Luis Alberto oggi sono facilmente giudicabili come buoni o ottimi acquisti. All’inizio, però, è stato un po’ più complicato, soprattutto per Luis Alberto, capace di una parabola che altrove (leggasi Inter) non sarebbe stata possibile, visto che si bocciano calciatori dopo una manciata di minuti, qualcuno addirittura al primo passaggio, mentre in biancoceleste ha avuto la possibilità di crescere con più calma, pur giocando poco (382 minuti complessivi) e incidendo pochissimo (1 gol e 2 assist, anche se tutti e tre decisivi ai fini del risultato).

Il colpo migliore è stato, ovviamente, quello di bloccare il ritorno di Immobile al Siviglia e portarlo a Roma, oltre che far rientrare Strakosha dalla Salernitana.

Il (mio) primo impatto con Inzaghi non è stato entusiasmante: quegli allenatori che basano molto di più sulla motivazione e sulla gestione piuttosto che sulla tattica e sui principi di gioco, lasciando molto all’improvvisazione e con poca preparazione tattica. Almeno su questi ultimi due punti mi sbagliavo.

Probabilmente l’atteggiamento era anche dovuto al fatto che là davanti c’erano delle personalità non indifferenti, forse troppo riottose ad adeguarsi a principi di gioco più rigidi, soprattutto Keita e Felipe Anderson. Il trio, però, ha fatto dell’imprevedibilità la fortuna di Inzaghi: Felipe Anderson ha chiuso la stagione scorsa in testa alla classifica dei dribbling tentati, con 5,8 dribbling a partita, Keita con 3,1 ha chiuso al 12esimo posto ma per lungo tempo è stato nella top ten; Immobile ha chiuso al 4° posto come tiri in porta con 3,8 a partita (anche lui per lungo tempo tra i migliori 3) rientrando nel podio prendendo soltanto i tiri da dentro l’area.

A completare il quadro, Milinkovic Savic, oggi oggetto del desiderio di molte squadre. Altra sliding door pazzesca, visto che anche lui sembrava destinato altrove, addirittura con la penna in mano per firmare con la Fiorentina… la narrativa vuole che sia scoppiato a piangere e che abbia deciso di non firmare all’ultimo momento, c’è chi parla di ragioni sentimentali, c’è chi dice che in realtà aveva già l’accordo totale con la Lazio e che l’operazione con la Fiorentina era stata orchestrata e voluta dal Genk.

Anche per Sergej qualcuno storceva il naso nel primo anno: in realtà sono bastate 3/4 partite per capire che si trattava di un predestinato.

L’anno scorso il gioco laziale era piuttosto schematico e, per certi versi, semplice e efficace. Possesso palla solo quando strettamente necessario (per gran parte del campionato è rimasta sotto il 50% complessivo), rischi minimi sul pressing avversario, gioco molto verticale.

Quando necessario, palla lunga non solo su Immobile, cresciuto moltissimo da questo punto di vista, ma anche sugli esterni e tanto anche su Milinkovic Savic che ha un fisico importante e che è risultato tra i più impegnati in questo fondamentale di gioco, oltre che il migliore come duelli aerei vinti: 4,4 a partita, più di Dzeko (3,8: con Spalletti molto sollecitato) e di gran lunga la migliore mezz’ala/trequartista sotto questo punto di vista.

A fine anno la Lazio è riuscita a restare nella top 10 del campionato come passaggi riusciti (80,8%) ma per lungo tempo è stata nella cosiddetta “metà destra” di questa classifica con statistica sotto l’80%… naturale per chi fa della verticalità una ricerca costante. Non è un caso che sia stata tra le tre più fischiate in fuorigioco.

Tra le squadre di testa, solo la Juventus ha tentato più lanci lunghi: 65,9 per i bianconeri e 65,5 per i biancocelesti. Per la squadra romana, però, buona parte di questo numero è da attribuire ai cambi di campo continui cambi di gioco dovuti a scelte tattiche di Inzaghi, utili per sfruttare meglio gli esterni e l’ampiezza, ma penalizzante in caso di pressing intenso dell’avversario sul lato forte.

Modulo privilegiato 4-3-3, al quale ha alternato un 3-5-2 verissimo, con gli esterni che scalavano raramente, anche perché di mestiere facevano altro (in genere Lulic e proprio Anderson, liberando Keita in attacco).

Dal punto di vista difensivo l’anno scorso c’erano parecchie crepe. Pressing che raramente sembrava coordinato e che aveva una caratteristica particolare: essendo demandato all’iniziativa individuale, risultava molto intenso all’inizio, cosa che ha lasciato la Lazio spesso in debito di ossigeno nel secondo tempo, o almeno è il ricordo delle partite che ho visto (e non ho potuto vederle tutte).

A livello statistico, sono tante le partite in cui la Lazio era andata in difficoltà nel secondo tempo: Atalnata, Chievo, Roma, Sampdoria, Milan  per non dimenticare la sfida dell’andata contro l’Inter (3-0, tutti i gol nel secondo tempo). Ma un’analisi più attenta potrebbe certamente darci altri incontri con lo stesso andamento.

Sembrava l’esasperazione degli “uno contro uno”, con la Lazio che è finita in testa per numero di tackle (20,7 a partita, seconda l’Inter a 20, la prima delle big, Roma, a 17,3) al termine del campionato.

A subire “lo schianto” erano soprattutto i centrocampisti: con i centrali di difesa spesso bloccati e gli attaccanti con la tendenza a scappare in avanti, la quantità di campo da coprire in mezzo talvolta sembrava infinita, e in questo senso stupisce la stagione positiva di Biglia, che in genere non è così dinamico (pur avendo doti di interdizione mai giustamente decantati).

Quest’anno

La conferma di Inzaghi era doverosa, con relativo prolungamento: l’anno prima aveva firmato per una sola stagione.

L’allenatore piacentino, nel suo primo anno intero, ha mostrato di avere una buona preparazione tattica, ma soprattutto di lavorare molto individualmente, provando a mettere il sistema al servizio dell’individualità e non viceversa, senza lasciarsi condizionare troppo dagli schemi e dai numeri in campo.

Questa capacità di adattamento è la ragione per cui è riuscito a rimanere competitivo in campionato, migliorando addirittura il rendimento, nonostante le cessioni di Hoedt, Biglia e Keita, sostituendoli con scommesse low cost come Caceido, Marusic, Leiva e il giovanissimo Pedro Neto di cui si parla un gran bene. Il tutto cedendo pezzi importanti come Hoedt, Biglia e Keita dopo aver perso l’anno prima Antonio Candreva.

La partenza di Keita e i problemi fisici di Nani e di Anderson gli hanno dato una mano enorme, concedendogli la chance di dare spazio e scoprire definitivamente il talento di Luis Alberto, che oggi sembra imprescindibile.

Non solo, avendo meno necessità (e convenienza) alla rapida risalita, la Lazio ha cominciato a difendere e impostare diversamente. La percentuale dei passaggi riusciti è dell’83,4%, il possesso stabilmente sopra il 50% (fatta eccezione per specifiche partite in cui la “rinuncia” è stata programmatica) e calati drasticamente i duelli aerei tentati e vinti (16esima a 12,1 duelli vinti per partita: -3 a partita rispetto all’anno scorso).

In questo scenario è cresciuto ancora di più il peso di Milinkovic Savic, il cui gioco è diventato anche più dispendioso e “pericoloso”: passato da 41 a 53 passaggi a partita, più nel vivo del possesso (81,5% di precisione contro 73,4% dell’anno scorso), più intensa l’opera di cucitura e di rifinitura, ma perde più del doppio dei palloni e i dribbling sono aumentati di ben 4 volte. Anche se resta un riferimento importante sui lanci lunghi (4,8 i duelli aerei a partita), è una soluzione meno cercata rispetto all’anno scorso (6,6).

A fare da contraltare alla “centralità” (nel senso di gioco, visto che gli piace allargarsi spesso a sinistra) di MS c’è Luis Alberto, libero di svariare su tutto il fronte d’attacco e una delle sorprese più abbaglianti di questo campionato.

Con la palla tra i piedi è un pericolo costante: solo Candreva (3,3 a partita) ha creato più assist potenziali di Luis Alberto (2,9: anche lui ha una discreta produzione su cross), oltre a essere pericolosissimo nel dribbling (2,2 a partita, nella top ten) e con lo sguardo non solo alla verticalità dei compagni (soprattutto di Immobile) con passaggi filtranti (il migliore in Serie A) ma anche alla porta, visto che non disdegna di tirare almeno 2 volte a partita.

Luis Alberto condivide il podio con altri calciatori per quanto riguarda gli assist stagionali (6) dietro a Candreva (8) e proprio a Immobile (7).

Molte delle fortune/sfortune della Lazio passano e passeranno anche sabato dai loro piedi, da considerare più come registi offensivi che come mezze ali o trequartisti.

Entrambi hanno la tendenza a spostarsi sulla sinistra, andando a creare un grappolo di uomini da quel lato, ma Inzaghi ha più volte (vedi contro la Juventus) cercato il gioco stretto tra loro due e Immobile in mezzo e alle spalle dei centrocampisti avversari, oppure alternativamente con due, andando alla ricerca del terzo uomo sul filtrante centrale di uno dei due: è una delle situazioni di cui l’Inter dovrà prendersi cura.

Il tre contro due centrale non è un potenziale rischio: è certezza.

Tassativamente necessario mantenere corte le distanze e non lasciare spazio alle spalle di Vecino e di Gagliardini (presumibili titolari come centrali di centrocampo.

La Lazio di quest’anno è riuscita a far evolvere il proprio sistema di gioco. L’opzione della verticalizzazione rapida e dello sfruttamento dell’ampiezza del campo rimane un’opzione in determinati contesti di gioco, ma quest’anno i biancocelesti hanno imparato a tenere di più e meglio il pallone, fare densità centrale e cercare la superiorità numerica sui fraseggi tra le linee.

All’Inter servirebbe una tattica che oggi forse non può permettersi. Due le scelte, entrambe dispendiose.

Stare cortissima, lasciare giocare la Lazio sul primo possesso palla (pressing di Icardi su Leiva a parte) per far defluire il gioco sulle fasce e poi aggredire con rapidità per impedire lo svolgimento dell’azione e la presa di posizione centrale da parte di Milinkovic Savic e Luis Alberto.

Oppure alzare il pressing altissimo, in parità numerica, per impedire ai biancocelesti di arrivare a metà campo, imponendogli il lancio lungo e facendo affidamento alla buona vena aerea di Miranda, di Gagliardini, di Skriniar e di Vecino.

In entrambi i casi sarebbe una pressione troppo dispendiosa per le attuali condizioni fisiche dell’Inter? Chissà.

Inoltre, la Lazio ha mostrato di soffrire le sue stesse armi: densità centrale e gioco in verticale tra le linee, cosa che l’Inter fa davvero raramente. Così come l’eventuale inserimento a rimorchio di una delle due mezze ali: l’unico a farlo è Vecino, che potrebbe diventare fondamentale anche per il confronto con Milinkovic Savic.

Il gioco sulle fasce potrebbe produrre buoni risultati, anche perché questo comporterebbe la destrutturazione dell’equilibrio in mezzo e riducendo la pericolosità soprattutto di Milinkovic Savic che arretra spesso: ci sarebbe la necessità delle due mezze ali di raddoppiare sull’esterno, ma l’Inter in mezzo non ha giocatori in grado di essere davvero pericolosi e si potrebbe avere un bis di quello che abbiamo visto contro la Juventus.

Spalletti potrebbe essere tentato di passare a una difesa a 3, anche se quest’anno sta mostrando un particolare attaccamento a un unico modulo perché presumo sia il modo migliore per dare certezze a questa squadra.

Se se la sentirà di cambiare, la difesa a 3 (con Santon tra i 3 in mezzo) gli garantirebbe anzitutto di poter passare nuovamente a 4 se serve, ma di potere alzare uno dei 3 centrali quando arriva l’ondata biancoceleste in mezzo. Più un 3-5-2 con Perisic seconda punta che non un 3-4-3.

La variazione tattica avrebbe anche un’altra caratteristica importante. Inzaghi, come abbiamo detto, è un allenatore che preferisce adattarsi ai contesti, ai calciatori che ha a disposizione e all’avversario, piuttosto che codificare una precisa impalcatura di gioco, soprattutto difensiva. Il cambio di modulo potrebbe portare i biancocelesti a una improvvisazione difensiva che potrebbe risultare indigesta.

Al di là degli aspetti tattici, se l’Inter riuscirà a limitare le sortite offensive dei 3 davanti avrà fatto metà del lavoro: da questo punto di vista le due squadre hanno lo stesso difetto, solo che oggi MS e Luis Alberto hanno fiato, gamba e inventiva per creare gol e occasioni anche dal nulla. E possono contare su un’alternativa di qualità come Felipe Anderson (per me uno dei più interessanti in assoluto in questa Serie A).

Proprio per questa capacità di adattamento di Inzaghi, la Lazio quest’anno sta risultando più pericolosa in trasferta (7 vittorie) che in casa (4 vittorie) .

Come già scritto in precedenza, è seconda (11) per gol realizzati negli ultimi 15 minuti: la prima è l’Inter (12)  e generalmente segna di più nel secondo tempo (25) che nel primo (18): lo stesso dicasi per i gol subiti, ovvero 17 nel secondo tempo (ben 12 nel primo quarto d’ora) e 5 nel primo tempo.

Per l’Inter probabilmente è il peggior avversario possibile oggi: forse soltanto la Roma potrebbe esserle più indigesta.

L’Inter ha nelle corde la possibilità di battere chiunque ma, come abbiamo visto, di poter soffrire contro un Milan rabberciato e il Pordenone. In più sta faticando terribilmente in zona gol: nelle ultime 5 partite 1 solo gol, uno negli ultimi 500 e più minuti di gioco.

È una di quelle partite in cui più che la fantomatica “garra” voluta generalmente dal tifoso, servirà usare la testa e colpire appena possibile, magari trovando quelle alternative in zona gol che sono state latitanti fino ad ora.

Un paio di articoli fa abbiamo descritto il minutaggio delle due squadre: l’Inter può schierare una formazione che ha giocato decisamente meno:

  • Handanovic 1.650 minuti;
  • Cancelo 257 minuti;
  • Skriniar 1.740 minuti;
  • Ranocchia 215minuti;
  • Santon 408 minuti;
  • Borja Valero 1.504 minuti;
  • Vecino 1.360 minuti;
  • Gagliardini 1.103 minuti;
  • Perisic 1672 minuti;
  • Candreva 1446 minuti;
  • Icardi 1.624 minuti;
  • STRAKOSHA 2.070 minuti;
  • RADU 1.663 minuti;
  • DE VRIJ 1.703 minuti;
  • WALLACE 522 minuti;
  • MARUSIC 1.447 minuti;
  • PAROLO 1.726 minuti;
  • LEIVA 1.511 minuti; 
  • LULIC 1549 minuti; 
  • MILINKOVIC-SAVIC 1.702 minuti; 
  • LUIS ALBERTO 1.873 minuti; 
  • IMMOBILE 1.671 minuti;

Dal minutaggio la sentenza è inoppugnabile: la Lazio presenterà calciatori usati decisamente di più: il totale dice 17.437 minuti, ben 4.458 minuti in più, ovvero circa 405 minuti per calciatore: 4 partite e mezzo. Numeri addirittura più ampi se al posto di Wallace dovesse giocare Bastos, che ha nelle gambe 1.261 minuti.

In quest’ultimo caso, non ci sarebbe nessun calciatore laziale sotto i 1.200 minuti, con ben 9 sopra i famosi 1500 e un decimo che gli si avvicina parecchio.

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Il problema, però, è che l’Inter ha riposato 24 ore in meno e ha avuto un impegno decisamente più logorante: nel breve periodo è certamente la più penalizzata delle due.

Solitamente in una gara di calcio si corre mediamente per 10km a calciatore, con massimi in genere tra 11km e 12km (sono rari gli sforamenti a 13). Questo è il dato di mercoledì dei 5 interisti più impegnati:

Per quanto possa piacere o meno, è un aspetto che potrà pesare soprattutto nella seconda metà di gara.

Questa partita non decide nulla, sia che si vinca sia che si perda, ma darebbe uno scossone importante al campionato nel caso non finisse in pareggio: questione anche di morale, di testa, di ambizioni.

Per l’Inter forse conta qualcosa in più, visto il periodo e visto l’approssimarsi di due sfide importanti come quelle contro la Fiorentina e la Roma.

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