Le parole di Inzaghi, l’aberrante specchio dell’Italia

Hanno fatto scalpore le parole di Simone Inzaghi nel post partita, soprattutto quelle su Sky (probabilmente le prime a caldo).

Ammetto di essere stato tra quelli più “traumatizzati”, perché tutto l’impianto del discorso affonda su delle fondamenta etiche e morali che non mi appartengono e non mi apparterranno mai. Ma in realtà non appartengono e non apparterranno mai neanche al concetto più nobile e bello di Sport, quello con la “S” maiuscola.

esthia immmobiliareQualche tifoso laziale ci ha provato ad ammorbidire lo sciroppo, a spiegare, a rintuzzare. No, purtroppo no: non mi sono sbagliato, non ci siamo sbagliati. Le parole di Inzaghi erano dirette proprio in quella direzione.

al di là dell’episodio che lo si poteva togliere… senza la Var avremmo 7 punti in più, avremmo un’altra classifica. Perché un rigore con la Fiorentina al 94esimo, col Torino rigore netto… l’arbitro questa volta è stato richiamato, col Torino non è stato richiamato: oltre che non darci un rigore sullo 0-0 ci tolgono Immobile, probabilmente avremmo segnato e in 11 avremmo fatto 3 punti con il Torino…
Poi i due di stasera se l’arbitro come con il Torino non veniva richiamato, erano 7 punti in più.
[…]

In un’altra trasmissione:
ho sentito Cesari che era sempre molto obiettivo che ha detto che si poteva non dare, quindi è una decisione giusta. Facendo due conti, con i due punti di stasera sono 7 punti che ci mancano.

Oppure:

“È uno strumento che non va, che sta uccidendo le emozioni nel calcio, sia a noi che siamo protagonisti in campo e ancor di più ai tifosi che sono l’anima di questo gioco. Il calcio è bello per la sua immediatezza, ormai non si esulta più dopo un gol. Oppure si esulta e poi ci si deve rimangiare tutto. A me sta bene la gol line technology che stabilisce se un gol c’è o non c’è, ma con la Var tutto diventa più complicato. Così non ci si diverte più. Io quest’anno sono molto più contento quando giochiamo in Europa League dove la Var non c’è, rispetto al campionato, dove devi fare i conti con queste decisioni a singhiozzo. E, attenzione, io non penso che ci sia malafede da parte degli arbitri. È proprio lo strumento che non va. In Italia abbiamo i migliori direttori di gara del mondo, lasciamoli lavorare in santa pace.”

Quindi, sì, per Inzaghi sarebbe stato meglio “non richiamare l’arbitro” nel tardo pomeriggio di ieri e lui considera questo pareggio con l’Inter “due punti persi per colpa della Var“.

Giratela come volete, ma il senso delle parole è proprio quello, perché lui dice esplicitamente “ci mancano 7 punti”. Nonostante “si potesse non dare“.

No, non va bene per niente.

Premesso che Cesari si sta mostrando sempre di più un professionista arrampicatore di specchi, inventando letteralmente protocolli che non esistono, regole che forse erano già state abolite al suo tempo (tra l’altro l’ho sempre considerato un arbitro davvero scarsissimo), perché quel rigore non c’è, punto.

Non c’è per il regolamento, per il buon senso, per gli usi e i costumi delle partite di calcio.

Non c’è.

Punto. A capo. Fine.

Senza discussioni, senza tentennamenti, senza ipotesi, senza avverbi, senza condizionali. Se una cosa non c’è, non c’è. Non come lascia intuire qualche giornale stamattina:

A meno di non rintracciarla nei meandri della mente contorta di Cesari e nelle speranze truffaldine di Simone Inzaghi. Che, sì, abbiamo inteso tutti perfettamente: avrebbe voluto vincere con un rigore che non c’è.

Avrebbe voluto rubare un risultato. Non c’è altro modo di dirlo.

La cosa peggiore è che ha una “scusa” con cui motiva la sua posizione filosofica.

Vedete, l’Italia è fatta di tante anime e mi piacerebbe usare il termine “subcultura” per indicare la deviazione dall’etica/morale di una maggioranza da parte di una frazione di tutta la popolazione. Purtroppo così non è, perché l’Italia è il paese che conosciamo, devastato da un’etica nulla, da una morale a piacimento e a convenienza, violentata dall’opportunismo del singolo a danno della collettività.

No, non sto facendo un sermone e so benissimo che tutto il mondo è paese, ma l’Italia è il più paese di tutti (prendo in prestito Orwell), quello dove vivono e splendono la compiacenza e l’ammirazione verso il furbo, il truffaldino che ce la fa, il mariolo che ne esce indenne dalle malefatte.

Il calcio è lo specchio del paese, chiaramente, e non è un caso che l’atto della simulazione calcistica in Italia si sublima in un’arte, un’eccellenza: quella che ti fa gridare “giusto! Giusto!” anche se non c’è nulla, con tutto il codazzo di tifosi che dicono “giusto così!”.

Giusto un cazzo, scusate il francesismo.

Dicevamo, non è subcultura, quindi: è proprio cultura popolare pallonara quella di ragionare secondo un principio che è l’aberrazione stessa dello Sport e delle regole.

I protagonisti, i giornali, i media, i commentatori, gli opinionisti, quelli che di calcio “sanno”, quelli che “sanno come vanno queste cose” ce lo hanno insegnato ed è diventato, appunto, cultura: gli errori a fine campionato si compensano.

Ho provato a cercare in altre nazioni e in altri sport questo genere di pensiero filosofico altissimo (sono sarcastico eh) e non sono riuscito a rintracciarlo.

Perché nel resto del mondo il concetto è molto più semplice: un errore rimane un errore; il secondo errore non compensa nulla, perché si somma e diventano due errori.

Anche perché non si compensa nulla. La storia del calcio, soprattutto di quella italiano, è fatta di tanti errori che determinano una classifica, salvo poi “compensarsi”, secondo quella abietta filosofia di cui sopra, a fine anno con altri errori che non determinano più assolutamente nulla.

Quindi no, gli errori non si sono mai compensati, non si compensano né si compenseranno mai: due errori sono e rimarranno sempre due errori.

Per Simone Inzaghi, invece, sarebbe stato giusto essere “rimborsato” dei presunti errori precedenti, perché anche a considerarlo errore (e lui, pazzesco!, non lo considera tale), sarebbe stato a compensazione di questi.

E, badate, non lo fa e non lo dice perché è impazzito: lui pensa proprio così, nello stesso identico modo in cui ragionano i tanti commentatori in tv e sui giornali che stanno facendo la guerra a uno strumento di giustizia che abbiamo sempre reputato imprescindibile… almeno finché non è arrivato.

Avete visto il film “l’ora legale”? Esatto, la stessa identica cosa. Siamo bravissimi, dei professionisti straordinari della lagnanza continua sulle cose che non vanno, sul traffico, sulle tasse che non si pagano, sui servizi che non funzionano, almeno finché questa non diventano a nostro favore, finché non ci danno un vantaggio. Finché non si tratta del parcheggio sotto casa, delle nostre tasse, del servizio che non funziona perché il mio amico allo sportello mi ha fatto scavalcare la fila.

E se per caso qualcosa cambia in meglio, secondo un “meglio” eticamente universale, e non ci piace, allora è da abolire.

Perché non ci divertiamo più. Perché non ci conviene più.

Il Var e l’ignoranza

Le parole di Inzaghi, oltre a rappresentare uno specchio fedele di un’Italia piaciona e arruffona che non vuol saperne di diventare un paese “normale”, nascondono anche un’ignoranza aberrante sullo strumento in questione.

Lo dice lui stesso, pensando che il Var non abbia richiamato l’arbitro nella partita contro il Torino.

Non funziona così.

Il Var c’è, vede, parla costantemente con l’arbitro. Il Var non è un male: è uno strumento. Quello che possiamo discutere è come lo si usa, ma questo vale per tutti.

Come se ci lamentassimo dei coltelli venduti al supermercato perché un pazzo potrebbe prenderne uno e accoltellare a caso chi gli capita sotto tiro. Il problema non è il coltello, è il pazzo.

In questo caso è l’arbitro che deve giudicare secondo quanto gli viene trasmesso dal Var.

Quando c’è stato l’episodio del mani di Santon in Inter-Udinese, se ricordate, mi sono imbufalito perché io, come tanti altri, ho reputato che fosse un errore tecnico. En passant, spiace dovere ancora una volta contraddire Cesari, perché Rizzoli e Rosetti sono stati chiari: se ricomincia un’altra azione, non si può più usare il Var. Questa bestialità l’ha detta in occasione del corner che ha portato al gol della Juventus in Juventus-Roma: secondo lui hanno rivisto anche il mani (che c’è) di Higuain, e non è così.

La risposta più comune è stata: “è stato giusto così”.

Il fatto è che il Var non è stato introdotto per un indefinibile “portare giustizia”, che è un concetto pericolosissimo da ogni punto di vista. Il Var esiste perché può e deve correggere chiari errori arbitrali.

La domanda che ci dobbiamo porre di fronte a questi casi non è “è giusto intervenire?” ma “l’arbitro ha commesso un chiaro e inequivocabile errore?“: se non si capisce la differenza tra queste due prospettive diversissime è persino inutile discutere di Var.

Non, come dice Inzaghi: “Il Var è stato inserito per far diminuire gli episodi e invece e parliamo ogni week end” che dimostra solamente una cosa, ovvero che non sa come funziona, perché è stato introdotto e a cosa serve. Ovvero non sa nulla di Var.

Il protocollo è rigidissimo proprio perché la sua rigidità è a garanzia del rispetto delle regole: la correzione degli errori non può rientrare nella discrezionalità che tanto piace a certi protagonisti dello sport. Se, seguendo il protocollo, il Var non può intervenire, anche se nel caso fosse giusto farlo, il Var non deve intervenire, non deve essere usato.

Il protocollo non può e non deve entrare in ambito morale, così come non devono farlo le leggi, anche se spesso l’applicazione delle stesse ci fa storcere il naso, ci fa pensare che “non è giusto“.

Certo, il Var deve migliorare, anche se il discorso “tempo” per me non è un fattore determinante, perché nel calcio si perde tempo per ogni cosa: ci vanno bene le simulazioni, le perdite di tempo, i due palloni in campo buttati dai raccattapalle (vedi due episodi vergognosi nel derby di mercoledì), ma non ci va bene spendere un paio di minuti per correggere un chiaro errore arbitrale.

Perché ne va dell’emozione.

Perché ne va della poesia.

Guardate quanta poesia c’è in questo splendido gol non dato!

E che volete che sia? Prima o poi arriverà un altro errore a compensazione. Magari a fine campionato quando compenserà l’errore ma non compenserà il “peso” dell’errore precedente.

Due cose dovrebbero cambiare e immediatamente.

La disponibilità delle immagini, immediatamente: allo stadio e a casa, il tifoso ha tutto il diritto di vedere esattamente le stesse immagini che sta visionando l’arbitro.

Davvero, è inconcepibile questa ritrosia nel nascondere le immagini. Nella NBA succede, e talvolta impiegano ben più di due minuti per decidere su una semplice rimessa dal fondo: eppure non se ne lamenta nessuno, fa parte dello spettacolo, esattamente come la pubblicità in tv, come la fine del primo tempo al cinema, come la pausa durante i concerti o gli spettacoli teatrali.

Ma non solo le stesse identiche immagini: anche la stessa visibilità delle immagini quale che sia l’episodio in dicussione. Nel derby di mercoledì c’è un possibile mani in area di Bonucci: non esiste il replay, non esiste un’immagine, un approfondimento. Niente.

Questa regia da dittatura bulgara ha davvero rotto le scatole: è inspiegabile.

Inoltre, Rizzoli e Rosetti il lunedì dovrebbero spiegare.

Inzaghi esprime un giudizio che si fonda sul fatto che evidentemente non sa come funziona il Var, forse non lo ha capito, forse non gli è stato spiegato a dovere. Stessa cosa per i tifosi.

Quando c’è stato l’episodio del fallo di Lichtsteiner su Gomez, con gol successivamente annullato alla Juventus, commentatori tv e tifosi bianconeri si sono scagliati contro un utilizzo, a loro dire, distorto del Var. Ponendosi la domanda sbagliata: “quanto tempo è giusto che passi prima che intervenga?

L’indomani sarebbe bastato che qualcuno dicesse chiaramente che il Var può intervenire per valutare se nella costruzione dell’azione offensiva, se nella fase di attacco c’è un fallo di gioco: si valuta la continuità dell’azione, non il tempo trascorso. Solo per falli estremamente evidenti, come quello di Lichtsteiner, senza che ci sia stato recupero palla dell’avversario né fosse iniziata un’altra azione d’attacco (quindi anche con possesso mantenuto).

Invece no: questa chiusura all’interno della torre d’avorio genera mostri e dichiarazioni come quelle di Simone Inzaghi, con tutto il codazzo di disinformazione. Detto per inciso, parole come quelle di Inzaghi dovrebbero portare a una multa pesante come avviene sempre nella NBA: 25mila euro a ogni dichiarazione contro arbitro, contro la Federazione, contro il Var etc… e dopo un mesetto scarso perderebbero vigore.

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Inzaghi e i media

Inzaghi prende una buccia di banana, scivola, cade.

Per tutti noi comuni mortali la sentenza sarebbe una e una soltanto: lo sberleffo, il sentirsi sbeffeggiato. Mentre sto scrivendo questo articolo, l’amico Mario Massaro mi sollecita con una puntuale evidenziazione della stortura:

La reazione di Inzaghi contro la VAR è da italiano medio; ma non da italiano medio tragi-comico, magari un po’ “simpatico”, alla Alberto Sordi, ma tragico e basta. E i quotidiani stamattina, invece di svergognarlo per quello che merita e meriterebbe, all’unisono ne riportano il suo ridicolo grido di dolore, senza una minima ombra di critica. Che schifo e che vomito. Mi viene in mente Petrolini, e la sua reazione a teatro se c’era qualche zoticone ignorante che lo fischiava: “nu nce l’ho co te che me fischi, ma con quel fesso di fianco che nun te da na pizza pe buttatte giù dal palchetto”. 

Esatto.

Che i giornalisti e i giornali debbano fare cronaca ci sta: Inzaghi lancia il suo anatema, il suo “urlo di dolore” e ci sta che chi fa informazione riporti le parole di uno dei protagonisti, ci mancherebbe altro.

Il problema è che chi fa informazione dovrebbe, per l’appunto, informare, spiegare. Se è il caso anche dare un paio di metaforiche sberle a chi dice conclamate scemenze come quelle di Simone Inzaghi.

Ora provate a fermarvi un attimo e pensare all’informazione in politica.

Chiunque parli, qualunque cosa dica, troverà sempre almeno un “giornalista contro” capace di dirgli senza remore: “ma che bestialità stai dicendo?“. Troverà, certamente, anche quello che gli dà la pacca sulla spalla ad accompagnare un compiaciuto “ben detto!“, e mi starebbe bene anche quello se compensato con la presenza del primo.

Nel calcio italiano no, non succede.

Nel calcio italiano 99 volte su 100 le dichiarazioni del protagonista di turno vengono assurte a una indefinibile entità astratta intoccabile e non giudicabile, quasi si trattasse di una “verità di parte” accettabile, sempre e comunque.

No, non è e non può essere così.

Su alcuni giornali cartacei e online si va addirittura oltre: non si spiega neanche che l’episodio in realtà non esiste neanche: il rigore non c’è, punto, stop. Fine della discussione.

E il Var ha corretto una decisione chiaramente sbagliata: il Var è vivo, il Var funziona. viva il Var.

No, si inverte il concetto e si dà la responsabilità all’arbitro, lasciando al lettore il pericoloso concetto del “giusto o sbagliato” su un fatto regolamentare chiarissimo.

E gli approfondimenti sono pure peggio dei titoli:

Dando addirittura visibilità a un concetto che è, ribadiamo, la negazione stessa dello sport:

Ma persi per cosa? Qualcuno che gli dice che sta dicendo una bestialità c’è? Qualche giornalista che abbia il coraggio di dirgli “Simone, ma il rigore non c’era, come fai a dire che ti hanno fatto perdere punti?”. Oppure: “Simone, ma scusa, cosa avresti detto se quel rigore te lo avessero dato contro?“.

C’è qualcuno che abbia il coraggio di dire le cose come stanno?

O noi “non-professionisti” del web dobbiamo fare come le fantomatiche particelle di sodio della pubblicità?

A quanto pare sì.

Valli a capire i ragionamenti di “quelli che sanno di calcio“, “quelli che ne sanno di informazione“. Dei professionisti dell’etica  e della morale all’italiana.

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