L’analisi di #InterLazio che non trovi da altre parti

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Doveva essere la settimana della resilienza, ricordate?

L’abbiamo chiamata così, della resilienza e non della resistenza perché sono due concetti profondamente diversi. Si definisce “resilienza” l’insieme di caratteristiche interne di un corpo legate alla sua elasticità, come quella di assorbire l’energia di un urto contraendosi, o di riassumere la forma originaria una volta sottoposto a una deformazione.

Resistenza, invece, indica la capacità di opporsi, resistere, finché non si arriva al punto di rottura, si spezza.

esthia immmobiliareC’è chi lega il termine al latino “resalio“, che si riferirebbe all’atto di risalire su una barca ribaltata durante una tempesta. L’associazione l’ho trovata piuttosto azzeccata per l’Inter di questo periodo.

Con resilienza, quindi, indichiamo la capacità di ammortizzare e assorbire il colpo, grazie alle proprietà elastiche della propria struttura.

In psicologia, il termine si usa per indicare la capacità di un individuo, o un gruppo di individui, di affrontare le avversità, superarle e al tempo stesso uscire dall’esperienza rinforzato e trasformato positivamente. C’è chi associa anche una funzione persino “creativa”, perché a volte nel processo dell’affrontare una crisi è necessario trovare risorse là dove credevi non ve ne fossero, o dove non hai mai cercato.

Perché questa deviazione? Anzitutto perché mi piace, lo sapete: ogni tanto ci mettiamo dentro letteratura o musica o quant’altro, perché… perché ho sempre visto lo sport come un insieme di elementi che raccontano l’uomo, o sfaccettature dell’uomo: le partite, le gare, le sfide non sono mai soltanto l’evento che vediamo.

D’altra parte è innegabile che lo sport, e a maggior ragione il calcio che è diventato “il gioco” universale per eccellenza, abbia una connessione con il mondo che lo circonda, così come… “chi sa solo di calcio non sa niente di calcio“.

Quindi siete qua e vi sorbite i sermoni, quando capita. Altrimenti c’è sempre l’ottima Gazzetta dello Sport.

L’Inter ha affrontato la sua settimana pensando che la barca fosse stata rovesciata dopo la sconfitta contro il Sassuolo, mentre invece non aveva previsto l’onda più alta da lì a venire, ovvero la sconfitta contro il Milan.

Ma era davvero rovesciata? Io ho creduto di no.

Perché ho avuto e ho fiducia in questa squadra, in questo allenatore: ho scelto di avere fiducia. E questa fiducia mi ha fatto parlare di “resilienza” invece che di “resistenza”.

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La maledizione

In molti hanno richiamato alla memoria l’Inter degli ultimi anni, soprattutto quel maledetto anno manciniano che ha visto i nerazzurri affondare dopo essere stati in testa col vantaggio di 4 punti.

Quel quarto posto non può essere paragonato al quarto posto di quest’anno, che vale la Champions League e che sarà combattuto con le unghie e con i denti nelle ultime giornate se sarà ancora anche solo vagamente raggiungibile: per onestà dovremmo paragonare quel 4° posto al 5° posto di quest’anno.

 Dicevamo, maledetto anno manciniano che ci vide colare a picco a partire proprio dalla sfida contro la Lazio, anche quella sfida dicembrina: la barca rovesciata e nessuna capacità di risalire.

Il colpo arrivato violento come il calcio volante di Felipe Melo: nessuna resilienza, solo resistenza. E prima o poi, se non “rimbalzi” il colpo, arrivi al punto massimo di resistenza. Oltre ti spezzi.

Le ricorrenze sembravano davvero tutte nefaste.

Tra l’altro siamo arrivati a dicembre proprio con tutto un vociare attorno che non faceva altro che riallacciare collegamenti con quell’anno: l’Icardi-dipendenza, i (relativi) pochi gol, la fortuna, i pali, il… “cattivo gioco” e tutto lo sciocchezzaio che avete avuto modo di leggere e sentire in questi mesi.

Ci abbiamo provato a ribattere nel nostro piccolo, piccolissimo: ma è chiaramente molto più che Davide contro Golia. Solo che c’è della testardaggine in questa barca e insistiamo: le due situazioni sono diverse, poi la storia ci dirà chi ha ragione.

Quella squadra tirava in porta 13 a partita, questa ne tira 16 con un dato in calando nelle ultime. Tutti e 3 i tiri in più vengono da dentro l’area.

Quella squadra spesso non sapeva cosa fare del pallone, soprattutto a causa di una metà campo che nasceva per fare un altro mestiere: nonostante il possesso palla quasi pari (53,4 per quella, 54,5 per questa), c’è uno scarto di 3 punti percentuali nella precisione dei passaggi. E questa squadra gestisce almeno 50 passaggi in più a partita.

Quella squadra creava circa 10 potenziali assist a partita (sesta in campionato), questa arriva a 13,3 (terza in campionato), frutto anche di situazioni più studiate in determinati contesti di gioco.

Nonostante la frenata nelle ultime partite chiuse con pochissimi gol, l’Inter di quest’anno ha già raggiunto quota 22 assist: quella si è fermata a 35. In Serie A è la squadra che gioca con meno palle lunghe, anche se questo talvolta si è rivelato un limite, d’altra parte ha agevolato molte situazioni in cui l’Inter ha mantenuto il controllo della partita.

Non solo: Mancini si ritrovò, perché costretto o per formazione (a voi la scelta), a dovere improvvisare non meno di 5 moduli già nel primo quarto di campionato: dal rombo al 4-3-3, dal 3-5-2 al 4-4-2 puri al 4-2-3-1, senza considerare altre variazioni sui temi.

Questa ha giocato praticamente con un solo modulo, fatta eccezione per alcuni momenti di gioco in cui si è sperimentato un 4-3-3 o un 3-4-3.

Il 4-2-3-1 per certi versi è stato un limite, perché ha reso in qualche modo prevedibile la manovra anche per mancanza di un trequartista vero. Dall’altra parte, però, ha consentito a questa squadra di trovare subito fondamenta solide e quadratura: nonostante i cambi (3 titolari) e un allenatore nuovo, ricordando che Spalletti è a Milano da pochi mesi e miracoli non sa ancora farne, anche se i 41 punti hanno tutta l’aria di somigliarli.

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Sul punto di spezzarsi…

Per queste ragioni, e altre che avete letto in queste settimane, ho parlato di resilienza e non di resistenza.

Al contrario di molti tifosi che si sono lasciati trascinare dal pessimismo e dall’ambiente. Come se l’Inter si trovasse in quella situazione in cui non c’era alternativa che lo schianto, da affrontare a occhi chiusi e sperare di uscirne, se non indenni, quantomeno vivi. Perché si era già raggiunto il punto di massima resistenza: oltre c’era soltanto lo spezzarsi.

E la Lazio era quella forza che avrebbe dato il colpo definitivo.

La Lazio avrebbe annientato l’Inter. L’avrebbe maltrattata. L’avrebbe annichilita.

Il risultato migliore che proveniva da quel versante dell’interismo era uno 0-3 secco senza discussioni. E ci sarebbe andata persino bene.

E invece non è andata così.

Probabilmente è troppo presto per dire se si è trattato di resilienza o resistenza, però le indicazioni che sono arrivate dalla partita contro la Lazio sono per molti versi confortanti.

Spalletti ha deciso di puntare sull’usato sicuro: fatta eccezione per gli assenti, ha giocato con la squadra che finora gli ha garantito più equilibrio.

La parola esatta è proprio questa: equilibrio.

Spalletti sa che ha dovuto letteralmente inventarlo e che è facile perderlo facilmente: questa è l’unica chiave di lettura possibile per tutti i suoi cambi, fatta eccezione per le “mosse disperate” in certe situazioni.

Ecco perché nel momento più importante ha detto “stop” con gli esperimenti e ha messo dentro la squadra che gli dà più garanzie di equilibrio.

Come spesso succede quest’anno, la partita è stata preparata bene soprattutto nella fase di pressing e nel provare a limitare i pregi della Lazio. Per molti versi è stato impossibile farlo del tutto: sia perché le qualità individuali dei biancocelesti sono notevoli, e in particolare sul lavoro di Milinkovic Savic, Immobile e successivamente di Felipe Anderson, sia perché l’Inter fisicamente sta concedendo qualcosa.

Ma soprattutto nel primo tempo l’atteggiamento è stato giusto, l’Inter arrivava spesso sui palloni persi nella cosiddetta terra di nessuno:

E questo succedeva sia perché c’era più voglia da parte dei nerazzurri, sia perché la Lazio è stata per molti versi rinunciataria.

Una incanta, l’altra fa pena

Qui si deve aprire una piccola parentesi e ci dobbiamo mettere d’accordo.

Non sono un teorico del “bel calcio”, nel senso che non mi appassiono a un certo stile: difesa alta o bassa, possesso palla o ripartenze rapide. Questa continua contrapposizione tra quelli che si definiscono esteti e utilitaristi mi sembra uno dei più grossi equivoci del calcio.

Tutte le squadre, tutte, nessuna esclusa… oibò, a parte chi si scansa… tutte, dicevamo, provano sempre a ottenere il massimo possibile da una partita: e il massimo possibile è la vittoria.

 

Quello che cambia è, naturalmente, il mezzo per arrivare al traguardo. Ma non tutti i mezzi sono gli stessi: mettete Guardiola ad allenare il Benevento e vediamo se pure il buon Pep non diventa il più mourinhesco degli amanti delle ripartenze.

La differenza è e sarà sempre tra le cose fatte bene e quelle fatte male, tra un calcio che è efficace e un calcio che non lo è. Una delle squadre più belle, divertenti e formidabili che abbia visto in vita mia è il primo Chelsea di Mourinho: un inno alla velocità di esecuzione, alla compattezza, alla verticalità sulla ripartenza fatta come dogma. Ma non solo, perché quel Chelsea sapeva anche tenere palla, aggredire alto o basso, sapeva variare il suo gioco. Questo però non significa non apprezzare altri modi di condurre una partita.

Ma la cosa che mi piaceva di più era che si trattava sempre e comunque di calcio efficace (purtroppo per José, letteralmente derubato in almeno due delle sue 3 esperienze Champions di quel periodo).

La Lazio di Inzaghi è una squadra che sa essere efficacissima, non si fa alcuna fatica ad ammetterlo e rendere merito. E secondo i miei parametri, quindi, una bella squadra. Bella in genere e che contro l’Inter non è riuscita a esprimersi al massimo, pur essendo stata comunque buona e a tratti piacevole, che ha concesso “il giusto” visto i rapporti di forza ma ha anche saputo costruire sui propri pregi.

Il problema è che in Italia non c’è tutto questo amore per questo genere di gioco, nonostante sembri essere davvero radicato nel dna della nazione e sia quello che ci ha portato più soddisfazioni in ogni ambito calcistico.

Poco apprezzato, a meno che non lo faccia la Juventus (in quel caso è il cinismo della grande squadra) o la Lazio… e in certi casi, beh, sì, incanta. Diverte e incanta.

Io ho visto una buona Lazio, lo ammetto. A me è piaciuta.

E nonostante mi sia piaciuta faccio fatica a dire “incanta”. Una fatica tremenda.

Perché la Lazio non ha incantato. Non solo perché per gli esteti pallonari che scrivono sui giornali e parlano in tv, in genere quello non è un calcio “che piace”, ma proprio perché la Lazio è stata decisamente al di sotto delle sue potenzialità e del suo meglio espresso in questo campionato.

Inzaghi ha imposto, letteralmente, ai suoi di tornare subito sotto palla e di fare pressing alto solo a condizione che ci fosse un alta possibilità di diventare pericolosi: successo sì e no un paio di volte. Per il resto, vi fornisco una gallery di proposito, difficile parlare di squadra alta, aggressiva, propositiva, con possesso palla. Ovvero la definizione stereotipata di “bel calcio” che si sta pericolosamente diffondendo su e giù per lo stivale.

Vi inserisco delle immagini, mischiando quelle che riguardano il pressing dell’Inter con quelle relative alla Lazio:

Ho anche estratto un paio di video per testimoniare proprio la vocazione biancoceleste di tornare prima possibile con più uomini sotto palla, anche a costo di lasciare liberi di giostrare i difensori, talvolta anche Gagliardini e Vecino, ma rimanere corti e compatti. In uno di questi video c’è persino un “finto pressing” che serve solo per guadagnare tempo al fine di ricompattarsi.

Qui è proprio chiaro l’atteggiamento della Lazio che non affonda mai il pressing neanche quando avrebbe la possibilità di farlo: l’unica cosa che gli interessa davvero è restare compatta il più possibile:

In quest’altra situazione l’Inter si deve ridisporre dopo una palla recuperata: ci sono tanti uomini fuori posto che alla chetichella recuperano la loro posizione e sarebbe il momento ideale per un pressing più alto e più deciso. La Lazio, invece, decide scientificamente di restare con almeno 9 uomini sotto palla lasciando all’Inter il controllo del pallone:

Tanto che il contatore della Lega Serie A che dovrebbe evidenziare le azioni in pressing non riesce neanche a innescarsi:

Tra le immagini che avete visto e i video, si può apprezzare anche come la Lazio si sia difesa spesso con un 5-3-1-1, con i due esterni davvero bassi nonostante in questo campionato non sia stato così frequente, anzi. In Italia sono davvero rarissimi gli allenatori che giocano con una difesa a 3 e esterni come Lulic e Marusic che stanno molto alti, figuriamoci l’anno scorso quando a farlo era anche un attaccante vero come Felipe Anderson.

A darci conferma del fatto che si trattasse di un 3-5-1-1 (che si trasforma in un  anche le posizioni medie in campo:

A fare da contraltare, il pressing dell’Inter, completamente diverso. Rischioso per molti versi, visto che soprattutto nel primo tempo un paio di palle perse non sono state sfruttate dai biancocelesti. Ma un pressing che racconta molto di quanto Spalletti stia lavorando anche a livello psicologico: in tanti tra i tifosi, me compreso, avrebbero impostato la partita aspettando.

Spalletti, invece, con questo atteggiamento è convinto di dare sicurezza e forza alla sua squadra. E probabilmente ha ragione.

Purtroppo sono diversi i casi in cui si è fallita l’opportunità di fare ottime cose nell’ultimo passaggio, come abbiamo appena visto con Candreva.

L’Inter, però, finché ne ha avuto ha giocato più alta del solito e con l’intento di portare non meno di 5 uomini nella metà campo avversaria in fase di non possesso.

Nella somma, le quattro occasioni migliori si dividono equamente: quella di Perisic fermato da Strakosha, l’auto-traversa di Borja Valero e poi due tocchi falliti di poco, il liscio di Icardi a un metro dalla porta su assist di Perisic, la ciccata di Anderson in contropiede su assist di Immobile, azione innescata dal regalo di Joao Mario.

I miracoli non li ha fatti solo Handanovic: alla buona parata su Milinkovic Savic nel primo tempo e alla gran parata su tiro di Anderson defilato (nell’unico vero errore nella partita di Santon) nel secondo, fa il paio il tiro da fuori di Borja Valero al 57esimo su cui Strakosha fa davvero un miracolo con palla che poi sbatte sul palo.

Tra l’altro, nessuna delle moviole di fine partita e sui giornali ha parlato di un possibile fallo da rigore in area su corner, con Milinkovic Savic che trattiene la maglia di Vecino e lo trascina giù. Rigore? Non rigore? Non importa, perché tanto lo hanno fatto sparire dalle moviole, dai giornali: non c’è, non è esistito. Perché porsi il problema?

Detto, senza alcun problema, che la Lazio ha fatto qualcosa in più dell’Inter, anche se questo “qualcosa” è concentrato sul secondo tempo e, pertanto, rimane più facilmente impresso, nel complesso è stata una partita alla pari, decisamente lontana parente dalla Lazio che diverte e incanta, che è addirittura evidenziata come “brillante”:

Le statistiche, inoltre, danno conforto a due squadre che si sono battute sostanzialmente alla pari:

Poi prendi i giornali e riesci a trovare la contraddizione in pochi centimetri quadrati:

È chiaro che le statistiche possono dire tutto e il contrario di tutto. La Gazzetta dello Sport, per esempio, in un articolo di Andrea Schianchi fa un uso che reputo “piuttosto bizzarro” delle statistiche, prendendo in considerazione esclusivamente quella dei “tocchi”:

Al lettore meno smaliziato arriverà un messaggio chiaro e inoppugnabile: vorrai mica opporti alla verità dei numeri?

Sì, certo, se serve sì.

Perché il concetto di “tocco” per Opta è piuttosto vago e riguarda tutte quelle situazioni in cui fisicamente il calciatore tocca il pallone, escludendo i contrasti di gioco persi, compresi quelli aerei. Quindi capite che è una statistica piuttosto vaga e indefinita: molto meno precisa di quella che riguarda il passaggio, ovvero tutte le volte che il giocatore ha effettuato un vero e proprio passaggio a un compagno. Presuppone il controllo del pallone.

Secondo questa statistica le cose cambiano: Cancelo va a 52 passaggi e diventa il 6° giocatore dell’Inter come numero di passaggi, dopo Gagliardini (62), Skriniar (61), Vecino (58), Borja Valero e Santon (55) .

Nessun giocatore della Lazio ha raggiunto quota 50 passaggi. Peccato per il buon Schianchi che in testa alla classifica dei passaggi per la Lazio ci sia proprio un difensore, Radu: primo a 49 con Lucas Leiva. Milinkvoci-Savic 47.

Chissà dove vuole arrivare questa Lazio se lascia che un mediano di esclusiva rottura e un terzino facciano più passaggi di un fuoriclasse conclamato. E se ha solo 3 calciatori con più di 40 passaggi: il quarto è De Vrij con 36 passaggi…

Insomma, raccontiamoci un po’ tutti la partita che vogliano, no?

 

 

Icardi e le soluzioni d’attacco

Anche se il problema di Icardi si pone, sì, senza alcun dubbio.

Ne abbiamo parlato a bizzeffe qua dentro e ho fatto anche un video di approfondimento, che non serviva a criticare Icardi ma a analizzare quanto possa essere terribilmente più efficace in altre situazioni di gioco.

La Lazio, per esempio, ha un paio di schemi collaudati e che ripete con una costanza feroce. Uno di questi è il lancio lungo su Milinkovic Savic che di testa appoggia al compagno che accorre; un altro vede protagonista Immobile come sponda per il terzo uomo accorrente. Una situazione cercata ossessivamente e sul quale Immobile si sta davvero mostrando eccellente.

Questo genere di azioni, che fa bene anche a metà campo, gli consentono di fare il doppio dei passaggi che fa Icardi (31 a 16), di rimanere nel vivo dell’azione costantemente e di non dare riferimenti precisi alla difesa avversaria. In questa azione potete vedere come si muova di pochi metri ma toglie riferimenti sia a Skriniar e che a Ranocchia.

Icardi per i primi 20 minuti ha sonnecchiato come spesso gli succede, là, in mezzo agli avversari al centro dell’attacco.

Poi, però, è scattato qualcosa e l’azione dell’Inter è migliorata esponenzialmente. Come scrivevo tempo fa, l’Inter è stata finora molto più pericolosa e convincente quando ha giocato con Perisic e Candreva più centrali… anzi, con più tendenza ad accentrarsi.

Per farlo, però, è assolutamente necessario che il centro rimaga libero per potersi inserire. Non è un caso, ma per niente, che l’azione migliore della partita dell’Inter (e probabilmente l’occasione migliore in assoluto) sia capitata sui piedi di Perisic proprio con Icardi che inizia l’azione svariando:

Se riguardate l’azione, vedrete come l’assenza del riferimento-Icardi sia un problema per i laziali, perché non riescono a leggere la posizione di Perisic: e con Icardi lontano dal centro, sbucano improvvisamente tre uomini (Candreva, Perisic e Vecino) in mezzo all’area.

Su questo Spalletti dovrebbe essere maniacale e ossessivo: ne guadagna tutta la manovra. È tutta un’altra Inter.

Insomma, anche a partita rivista il giudizio espresso a fine partita non cambia: pareggio giusto, Lazio che si lascia preferire quel tanto che basta ma senza arrivare alle esagerazioni di certi giornali: niente incanto, niente che faccia gridare al miracolo.

La differenza vera l’hanno fatta le alternative, questo sì.

Mentre nella Lazio entrava Felipe Anderson, la pericolosità fatta calciatore (se ne ha voglia), nell’Inter entravano due calciatori con il rendimento che sappiamo quello che è: Brozovic e Joao Mario.

Nella Lazio è entrato anche Lukaku, che ha cominciato benissimo soprattutto perché dal suo lato c’era un Cancelo ormai al limite dello sfinimento. Lukaku è straripante dal punto di vista fisico, anche se tecnicamente è ancora tutto da sgrezzare.

La Lazio lo ha aspettato molto l’anno scorso, tra panchine e infortuni, diventando più costante nell’ultima parte della stagione e soprattutto giocando come esterno di un 3-5-2, che è totalmente diverso che fare l’esterno di difesa in un 4-4-2 e varianti. Alla Lazio hanno avuto pazienza e hanno messo il calciatore nelle condizioni di rendere.

All’Inter questo non succede praticamente mai: Cancelo era già stato bocciato senza ritegno nonostante una manciata di minuti, mentre adesso il bersaglio si è spostato più su Dalbert. Vero è che il costo è sostanzialmente diverso (Lukaku è costato 5 milioni), ma il concetto rimane tale e quale, perché tanto si applica a prescindere (vedi Karamoh) e raramente si ragiona in prospettiva e questa tensione i calciatori l’avvertono.

Avere dubbi è lecito (sulla fase difensiva ce li avevo e ce li ho ancora, benché smorzati dalle buone indicazioni), non avere pazienza no.

Nel derby di Coppa Italia, ad un certo punto Joao Mario ha un tentennamento e il pubblico ha cominciato a urlare: Joao Mario si gira, prova un’apertura e sbaglia.

Candreva sbaglia un paio di cross, il pubblico si lamenta, ha quel battibecco con un tifoso al 15esimo circa: ha praticamente smesso di crossare: e dire che dei 60 potenziali assist in 19 partite (primo in campionato: Insigne e Luis Alberto a 49) buona parte sono stati prodotti proprio dalla fascia.

Ma qui entriamo in un altro discorso che approfondiremo a parte.

Caro 2018…

Esthia immobiliare

Inter-Lazio ci restituisce un’Inter viva e vegeta, che lotta ancora e ci crede. Un’Inter che non si è spezzata, anche se ancora non abbiamo la risposta definitiva alla domanda principale: è resilienza o resistenza? L’Inter reagirà o si spezzerà?

Spalletti ha fatto bene a ripartire dalle certezze, ritrovando solidità dietro dopo alcune incertezze: la media della difesa nei nostri voti è stata di 7, una delle rarissime volte da quando c’è ilMalpensante.

Non ha sbracato, ha mantenuto la concentrazione anche quando nel 2° tempo è calata fisicamente in modo vertiginoso. E, anzi, negli ultimi 5 minuti ha dato un colpo di coda d’orgoglio quando anche la Lazio aveva finito la benzina.

Adesso c’è la Fiorentina, l’ultimo ostacolo prima di due settimane di tempo per rigenerarsi, fare un lavoro fisico specifico e affrontare la partita con la Roma, magari con un paio di aiuti dal mercato: due tappe fondamentali per capire se l’Inter è già risalita sulla barca.

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