Che futuro ha l’Inter?

Mi trovo a scrivere in un momento in cui ci sarebbe tanto da scrivere ma il sito ha bisogno di manutenzione e, pertanto, trovarsi davanti a un monitor e una tastiera diventa un esercizio di sofferenza. Perché non so da dove parto né dove voglio arrivare: so solo che ho degli strumenti in mano.

Per utilizzarli, però, è necessario partire da alcune doverose premesse.

esthia immmobiliareEssere tifosi (a qualunque livello e in qualunque settore della vita) vuol dire rapportarsi con la propria passione in maniera spesso del tutto irrazionale. Direi persino “naturalmente” irrazionale, piacevolmente irrazionale, necessariamente irrazionale. E adesso basta perché non mi vengono altri avverbi utili.

Mi trovo, inoltre, costretto ad ammettere che trovarmi nella posizione di scrivere, per provare a capire e spiegare, certo mi aiuta a mettermi in una posizione diversa. Mi viene un altro avverbio, adeguato: fastidiosamente diversa.

Perché anche a me piacerebbe, di tanto in tanto, recidere questo fastidioso cordone che mi lega alla razionalità e alla, talvolta pur troppo fredda, analisi. Solo che scrivere e recidere quel cordone non sono compatibili.

Il tifoso, che non ha vincoli etici, chiamiamoli così, non ama ragionare, e anche questo riguarda tutti indistintamente: va di cuore e talvolta, forse troppo spesso, anche di pancia, lasciando alla testa un ruolo marginale.

Quindi chiedergli di razionalizzare o di analizzare a mente fredda è, senza ombra di dubbio, una forma di violenza alla sua passione.

C’è chi riesce e resiste, c’è chi non ce la fa.

Non è una colpa né l’una né l’altra ipotesi.

Poi, si badi, ci sono anche i “professionisti del malcontento” che amano soffiare sul fuoco dell’insoddisfazione, quelli per cui tutto quello che non si rifà alle proprie idee, se non è la realizzazione di quanto detto in precedenza, bon, semplice, tutto è merda e non perdonano niente a prescindere da quello che succede, a prescindere dalla situazione oggettiva.

Qualcuno di questi lo riconosci facilmente: basta guardare il silenzio rabbuiato nei periodi di vittorie dei mesi scorsi, quando non se ne perdeva una. Non c’erano, semplicemente.

Sono bravissimi e fanno facile proselitismo, perché nella mente del tifoso il dubbio e la delusione per una situazione (e badate che uso la parola “situazione” e non “prospettiva”) non certo esaltante attecchiscono più facilmente di altre considerazioni.

Concluso il doveroso pistolotto sulla liceità, rispettabilità e sulla legittimità, di qualunque opinione di qualunque tifoso, però, è il momento della pillola.

Ci sono molti modi di affrontare qualunque argomento, qualunque situazione. Raramente ce n’è una sola: si tratta solo di scegliere da che parte stare.

Se prendiamo come metro di misura il tempo, possiamo però dividere gli atteggiamenti in due grandi categorie: quella del “qui e ora” e quella della, definiamola con una approssimazione, della “prospettiva“.

Nonostante ci siano infinite possibilità di integrazione tra le due, è evidente che c’è una netta spaccatura per molti versi inconciliabile.

In questo momento, il mondo dei tifosi interisti si può dividere piuttosto agevolmente in queste due grandi aree.

C’è chi dice che l’unico modo per avere successo è agire subito, ora, soprattutto sul mercato e chi, invece, ritiene che ci siano degli snodi fondamentali da attraversare prima, per far sì che questo successo sia frutto di qualcosa di costruito, stabile e duraturo.

Beninteso, comprendo che anche chi pretende il successo “qui e ora” (non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso) è convinto che questo significhi mettere un tassello fondamentale per far sì che un progetto diventi stabile.

Poi, è chiaro, noi che ne parliamo abbiamo un vantaggio sostanziale: ci troviamo nella speciale posizione di poter giudicare e esprimere opinioni senza creare danni. Se anche ci sbagliassimo nella valutazione, non farebbe danni.

Il titolo dell’articolo non è casuale, perché quando parliamo di Inter oggi lo facciamo, inevitabilmente, anche di quella futura.

Ovviamente avete capito come la penso, ormai da mesi. L’ho scritto già qualche tempo fa, e chi vuole farsi un giro può trovare spunti per l’oggi:

L’Inter e il suo 7° anno zero: è la volta buona?

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Chi legge ilMalpensante da tempo ha anche una certezza: il mercato dell’Inter procede secondo linee guida che a suo tempo, ed era il dicembre 2017, avevamo tracciato senza alcuna ombra di dubbio.

Le prospettive dell’Inter per gennaio (non cascateci di nuovo!)

Nessuna illusione, nessun volo pindarico: non ho mai fatto un solo articolo o titolo che vivesse, anche solo per riflesso, dell’intenzione del “clickbait”: la verità, anche se non è granché vendibile.

Non c’erano né ci potevano essere dubbi né allora né adesso. E non perché avevo informazioni dirette o perché sono a libro paga di Suning: bastava guardare esclusivamente i numeri a disposizione di tutti, facendo anche la “tara” sulle possibilità di eventi non pronosticabili e non prevedibili da chi non è all’interno.

Ma ne parliamo nella seconda parte, visto che la prima riguarda l’intervista dell’AD dell’Inter, Alessandro Antonello, perché è quella che ci consente di parlare di Inter e di futuro dell’Inter.

Perché da questo punto di vista le parole dell’AD interista sono state per molti versi importanti, anche se a molti non sono piaciute… ma bisogna decidersi, una volta per tutte, su quello che si vuole. Per tanto tempo si è parlato di questa fantomaticachiarezza” da parte della proprietà, che non spiega, che non dà informazioni.

Fantomatica richiesta che però si basa su degli assunti a mio avviso sbagliati: questa presunta chiarezza sarebbe stata (è e sarà) un danno alla società e alla sua immagine. Perché è qualcosa che non fa assolutamente nessuno, se non negli ultimi tempi il Milan, per ragioni che è persino inutile ribadire, e con effetti tra il catastrofico e il comico che ha potuto percepire soprattutto chi non è milanista.

Nella intervista al Corriere della Sera, Antonello chiarisce alcuni punti, un paio dei quali fondamentali per spiegare dell’Inter il suo presente in ottica del futuro prossimo, e non viceversa.

Solo che, sorpresa delle sorprese, a molti le parole di Antonello non sono piaciute. Anzi, ho letto in giro che non avrebbe neanche dovute dirle. O avrebbe dovuto dire altro.

E perché mai?

Il problema rimane sempre quello: se non chiariscono, e perché non chiariscono? Se chiariscono, eh ma così non va bene.

Si dica, più semplicemente, che l’unica realtà che si accetta è la propria, senza alcuna possibilità di alternativa. Abbiamo ragione e basta.

Che vi piaccia o meno, nell’intervista di Antonello ci sono alcuni punti che chiarisconoe  spiegano e soprattutto illustrano un percorso di futuro già tracciato per la squadra nerazzurra, che non va nella direzione sperata da molti tifosi (e che non piaceranno di certo alla fronda del “qui e ora”) e che, anche per gli altri, non concede spazio a chissà quali festeggiamenti, almeno nell’immediato.

Ma.

Ci sono almeno due “ma” che sono grandi quanto una casa. Da una parte, la società lasciata da Moratti era più che agonizzante: era una squadra che senza il Thohir di turno, senza per questo renderlo migliore di quel che è stato, sarebbe rimasta sull’orlo del fallimento. Anzi, un’analisi esterna, non da tifoso, potrebbe persino parlare di società tecnicamente fallita.

Perché un eventuale acquirente, che non fosse un emiro stramiliardario, avrebbe avuto una sola grande convenienza: acquistare l’Inter al minor valore possibile. Cosa che in parte si era avverata, visto il depauperamento del parco tecnico e l’impoverimento vertiginoso della rosa.

Forse qualcuno non lo ricorda e invece dovrebbe, soprattutto quando si alza la lamentela “siamo l’inter“.

5 Maggio 2013, Napoli-Inter:
Handanovic, Chivu, Ranocchia, Juan Jesus, Jonathan, Pereira, Benassi, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez e subentravano Schelotto, Pasa e Cambiasso.

12 Maggio 2013, Genoa-Inter:
Handanovic, Ranocchia, Cambiasso, Pasa, Schelotto, Nagatomo, Kuzmanovic, Kovacic, Guarin, Alvarez, Rocchi e subentravano Cassano, Benassi e Spendlhofer.

19 Maggio 2013, Inter-Udinese:
Handanovic, Juan Jesus, Cambiasso, Pasa, Nagatomo, Pereira, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez, Rocchi e Subentravano Palacio, Schelotto e Benassi.

La stagione 2012-2013 si chiude con queste formazioni, e sarà l’ultima stagione con Moratti da solo al comando.

Altro aspetto da comprendere, e su questo dobbiamo farcene tutti una ragione, è che il calcio è cambiato.

Tra il 2010 e il 2013 c’è stato un periodo di transizione (per qualcuno è cominciato prima a dire il vero) che ha consentito a poche squadre di scavare un solco all’interno di regole che in quel momento non erano state ancora definite.

In quel periodo l’Inter non c’era: smantellava, si rendeva appetibile al prossimo acquirente.

Quando dovevamo esserci, non c’eravamo.

In questo calcio così cambiato alcune cose del passato non possono esistere più, e una di queste è il morattismo, ovvero quel fenomeno tanto criticato durante la sua vita in nerazzurro e poi tanto rimpianto.

Le parole di Antonello, da questo punto di vista, non potevano essere più chiare.

Voglio partire da uno dei concetti più dibattuto degli ultimi mesi e la domanda dei giornalisti ad Antonello chiarisce, ancora una volta, come ci sia una confusione incredibile sull’argomento Fair Play Finanziario, soprattutto dovuta a un giornalismo che fa fatica a capire, figuriamoci a spiegare.

Torniamo sempre al fair play: quando l’Inter si libererà dagli obblighi?
«Chiariamo: il fair play ci sarà per sempre. Il club deve stare in equilibrio. L’Uefa dopo aver imposto alle società il fair play è pronta per un fair play 2.0: più aperto. Questo di oggi limita l’attrazione di nuovi capitali».

L’Inter a fine anno vedrà la fine delle sanzioni del Settlement Agreement, una delle quali riguarda una non meglio precisata “morigeratezza” in fase di mercato: si compra più o meno tanto quanto si vende, cercando l’equilibrio già in fase di mercato.

Finito il periodo ci sarà un ultimo anno di monitoraggio e poi l’Inter sarà trattate alla stregua di tutte le altre società: ovvero con 30 milioni di deficit aggregato nel periodo di 3 anni, con gli stipendi limitati al 70% del totale dei ricavi della gestione caratteristica escluse le plusvalenze etc… etc…

Il Fair Play Finanziario c’è e non credo che la Uefa vi porrà fine facilmente.

Più facile, invece, come abbiamo più volte auspicato, che ci siano delle variazioni in corsa, proprio perché quello di oggi “limita l’attrazione di nuovi capitali“.

Si tratta del più grande baco del sistema ideato da Platini & Soci: se nel calcio limiti l’immissione di denaro dall’esterno (costringendolo al solo veicolo d’entrata costituito dalle sponsorizzazioni), alla lunga lo rendi più povero di quel che potrebbe essere.

Club come il Psg spendono e sembrano infischiarsene del fair play: com’è possibile?
«Non voglio parlare di doping finanziario, ma girano cifre importanti che meritano una riflessione. Chiaro che tutti devono rispettare le regole e l’Uefa vigilerà. Se qualcuno non rispetta le regole e non viene punito il sistema perde di credibilità».

Non l’Inter, non la Roma, non il Milan, non il Bayern, non il Manchester United, non l’Atletico Madrid, non il Chelsea e potremmo continuare: nessuna di queste squadra ha dirigenti deficienti, nessuno ha prosciutto sugli occhi e nessuno vuole farsi prendere per il culo da nessuno.

Quando ci diciamo che “il Psg del FPF se ne frega” stiamo implicitamente dicendo che tutto il resto del mondo del calcio è fatto di babbuini che accettano regole restrittive consentendo che altri se ne facciano beffe.

Questi erano i punti che reputavo i cardini per leggere tutto il resto: il FPF esiste, c’è, vive e funziona. Che ci piaccia o meno.

E, come vi abbiamo sempre raccontato, il principale problema dell’Inter è sempre stato il suo bilancio. Suning ha contribuito a migliorarne le condizioni di salute, non per niente si è arrivati a oltre 300 milioni di ricavi partendo da una base post morattiana di 180 milioni circa.

Il limite è dato dai diritti tv (mancano quelli della Champions League, sono “solo” 7 quelli della Europa League), i ricavi da gare (30 milioni, compresi abbonamenti: mancano l’extra “da stadio” e da competizioni europee), mentre per la prima volta i ricavi commerciali si dovrebbero attestare attorno al 50% del totale, anche se parte di questi ricavi sono “una tantum” (vedi naming rights della Pinetina), che sopperiscono in parte alla mancata crescita a causa della qualificazione mancante e delle partnership “deboli” con Nike e Pirelli (due contratti assolutamente da rivedere).

Chiaramente l’intento è di migliorare il bilancio, voce ricavi, con ulteriori partnership esterne. Non perché Suning sia “tirchia”, ma perché non può andare oltre certi paletti.

Suning era partita con investimenti fortissimi, ora si è fermata: solo colpa del fair play o anche delle restrizioni imposte dal governo cinese?
«Non abbiamo mai vissuto una situazione di chiusura e mai Suning è stata in una black list. C’è stato un rallentamento, questo sì, che il governo cinese ha imposto per difendere la propria valuta. Ciò significa più controlli ed è inevitabile un rallentamento. Suning però sta facendo tutti gli investimenti necessari per riportare l’Inter in alto».

Il governo cinese ha protetto non solo la valuta, ma anche e soprattutto il sistema bancario che già nel 2003 è stato sull’orlo del baratro. Da quello che si può evincere, come ho sempre scritto,  il rallentamento ha probabilmente riguardato più le possibili partnership che non Suning direttamente.

Le parole di Antonello sembrano una implicita ammissione.

Così come sono implicita ammissione di una società che crede nel progetto-Inter.

In che modo volete ristrutturare San Siro?
«Deve vivere tutti i giorni, non solo la domenica. Le aree hospitality devono passare dal 4% attuale al 14%. La capienza scendere a 60 mila. Parliamo di un investimento da circa 150 milioni».

Andate avanti sul centro sportivo in Piazza d’Armi?
«Siamo ancora alle fasi preliminari ma un nuovo centro sportivo rimane un progetto strategico. Tutti i grandi club europei hanno centri sportivi all’avanguardia».

Vengono qui per farsi pubblicità“, è l’obiezione più in voga. Come se l’Italia fosse il miglior paese per farlo, come se non ci fossero alternative a un “giochetto” che per adesso è costato l’investimento di quasi 500 milioni e che ne costerà altrettanti nel medio termine se si portano avanti tutti i progetti.

Però non si riesce a spostare neppure Ramires dal Jiangsu all’Inter che sono entrambe di proprietà di Suning. Qual è la difficoltà?
«Sono progetti diversi. Qui si pensa come può il Jiangsu aiutare l’Inter, in Cina magari pensano il contrario. Se le esigenze non combaciano non si può».

Dopo quella sul Fair Play Finanziario, credo che questa sia la domanda più stupida di tutte. Ma davvero stupida.

Ma davvero credevate che il Jiangsu sarebbe stato ridotto a tappetino buono per le scarpe sporche dell’Inter? Credevate davvero che avrebbero comprato Neymar a 220 milioni per poi prestarlo in nerazzurro a titolo gratuito, magari con ingaggio pagato dai cinesi?

Anzi, dal mio punto di vista la serietà di una società come Suning è proprio il rispetto di due realtà distinte e separate. Sarei terrorizzato all’idea di una proprietà che sfrutta, letteralmente, un contenitore di passioni a uso e consumo del momento.

E che il progetto-Inter esista e ci credano davvero viene infine spiegato da due domande.

Il futuro dell’Inter è?
«La Champions. I cinesi pianificano sempre a medio-lungo termine e c’è un unico obiettivo: tornare tra i top club d’Europa».

Così è dura tornare grandi.
«La crescita deve essere organica dal punto di vista commerciale per arrivare a una “destagionalizzazione” dei risultati. Come per il Manchester United: se un anno non centra l’obiettivo non è un dramma, perché la struttura è solida».

Sulla questione della “destagionalizzazione” c’è stata molta satira da parte di alcuni tifosi. E fare satira, si sa, è sempre molto semplice.

E devo dire che è uno degli aspetti che mi è dispiaciuto di più, perché il concetto di “destagionalizzazione” del risultato è probabilmente il più importante di tutta l’intervista.

 

Prendiamo il bilancio della Juventus.

I ricavi registrati nel 2015-16 sono di 388 milioni circa, l’anno successivo di ben 562 milioni. Occhio però, perché i costi operativi sono passati da 300 milioni a 400.

Sui ricavi dell’ultimo hanno pesato oltre 151 milioni di plusvalenze (c’è Pogba in mezzo) con ricavi da gestione caratteristica di circa 411 milioni.

Cresce, anche se non moltissimo, il guadagno da gare nel campionato, qualcosa sulle sponsorizzazioni, ma rimane intatto il ricavo dei diritti tv nazionali.

Quello che incide, e incide moltissimo, è il ricavo che deriva dalla Champions League da diritti tv: 75 milioni nel 2015-16 e 113 milioni nel 2016-17.

Escludendo l’aspetto delle plusvalenze, quindi, il bilancio della Juventus, se escludiamo la Champions League, è di 298 milioni.

 

Perché questo conteggio? Per equipararla all’Inter.

L’Inter dell’anno scorso, senza plusvalenze e senza Champions League, ha prodotto ricavi per 269 milioni, differenza di 29 milioni, in parte attribuibili anche alla differenza di ripartizione dei diritti tv nazionali.

Chiaro cosa significa “destagionalizzare”? Ed ecco perché l’esempio del Manchester United, che è probabilmente  il miglior modello di gestione del mondo: se dovessi scegliere, gli preferirei forse soltanto il Bayern Monaco per la regola del limite al 50% per singolo azionista.

Destagionalizzare significa creare quelle condizioni per cui anche sbagliare una stagione, o dovere affrontare altro generi di problemi, non porti il bilancio a una situazione di grave sofferenza che comporti l’obbligo di vendere il grosso dei pezzi pregiati (vero Roma?).

Significa forse soffrire nel “qui e ora”, ma solo perché l’obiettivo è proiettato nel futuro e nella stabilità.

Perché, nonostante l’enormità della cifra incassata da Uefa e i ricavi aggiuntivi per le gare casalinghe della Champions, la Juventus tutt’oggi è costretta a creare plusvalenze da cessioni. Lo abbiamo visto con Vidal, con Pogba e con Bonucci: l’anno prossimo a chi tocca?

 

E, nonostante un bilancio sano (produce, tra l’altro, utili), il pezzo più “pregiato” del mercato (Douglas Costa) è arrivato in prestito. Poi sono stati bravi, bravissimi, a trovare occasioni da sfruttare come Benatia, Matuidi, Szczesny e Cuadrado su tutti, ma con una squadra che vince e funziona, che ha una ottima base, è più facile fare acquisti del genere e “digerire” meglio i Rincon, i Lemina, i Pjaca, i Zaza, i Pereyra, gli Hernanes etc…

E sul bilancio dell’Inter non si può dire altro: finora è stata fatta un’operazione da applausi.

Investendo, nonostante le difficoltà oggettive, nonostante ancora oggi non si sappia assolutamente nulla dei prossimi diritti tv in Italia: l’anno scorso si pensava che si dovesse arrivare a una cifra globale di 1,4 miliardi di euro, il nuovo bando parte da poco più di 1 miliardo, mentre l’ultimo triennio si era attestato su 946 milioni a stagione. Col rischio che non si arrivi alla cifra e si faccia il salto nel vuoto di un canale della Lega stessa.

Bilancio sul quale, certamente, hanno pesato gli errori della stagione scorsa, da una parte definiti il “peccato originale di Suning“, dall’altra utilizzati come grimaldello per il “se c’erano i soldi l’anno scorso, perché non quest’anno?”

Semplice: perché proprio quegli acquisti limitano quelli di oggi.

 

Ma non solo quelli, altrimenti saremmo ingiusti: il costo (esclusi ingaggi) di Joao Mario e Barbosa è di circa 16/17 milioni. Ma poi ci sono anche le scelte fatte in precedenza e che riguardano Kondogbia (8,5), Candreva (6,3), Jovetic (5,4), Eder (3), Ansaldi (2,8), Medel (2,5) e via via a scendere per arrivare agli effetti del contratto di Gagliardini che avremo già quest’anno: il prestito era biennale, ma il diritto diventava obbligo alla prima presenza o alla prima vittoria in questa stagione, ovvero Gagliardini è diventato definitivamente interista a Agosto 2017.

Mi pare si possa dire che, pur essendoci un inequivocabile e imperdonabile “peccato” (anche se l’operazione Joao Mario è stata applaudita praticamente da tutti), se dobbiamo scegliere quello “originale” ne sceglieremmo altri la cui somma è anche superiore.

Tutto questo, è chiaro, non c’entra nulla col calcio a cui siamo stati abituati fin a qualche anno fa. Quel calcio in cui ci potevamo permettere di dire “siamo l’Inter” guardando la bacheca.

Oggi serve qualcosa di più del blasone e dei fasti antichi. Che appetibilità mondiale ha oggi l’Inter? Che seguito? Potenzialmente enorme, nella realtà ancora del tutto inesplorato.

 

Il Barcellona ha un totale di oltre 180 milioni di follower, così come il Real Madrid (forse qualcosa di più). E per loro passi.

Il Manchester United è terzo con quasi 108 milioni.

E per il MU passi anche.

Il Chelsea non ha la nostra storia e il nostro palmares? 69 milioni di follower.

L’Arsenal? 60 milioni.

Il Bayern Monaco? 58 milioni.

E quando tocca all’Inter, che tanto è conosciuta e apprezzata nel mondo? Ci vuole tempo, perché il tanto vituperato PSG… quello che “eh, ma sai in quanti lo conoscono il PSG nel mondo? Nessuno!”… quel PSG ha 47 milioni di follower, con l’effetto Neymar che è valso tra i 3 e i 5 milioni.

 

Siamo l’Inter, l’Inter, abbiamo palmares, storia e tutto quello che vogliamo, ma siamo “fermi” a 9 milioni di follower circa. “Fermi” tra virgolette perché negli ultimi mesi è il club che è cresciuto di più e meglio in percentuale.

Ma questa è l’appetibilità che ha suscitato l’Inter. Questione di vittorie? Ci era davanti persino il Leicester fino a qualche mese fa. Tutt’ora Tottenham, Borussia, Roma… per non parlare della Juventus. E il Milan ne conta 34 milioni.

Chiaro che molto è dipeso da un lavoro che non è stato fatto per tempo e che solo adesso sta vedendo progettazione e frutti di ottimo livello: si crescerà, di molto, nei prossimi anni e l’eventuale partecipazione in Champions aiuterà.

I follower sui social possono dire poco, nulla, molto: ma di certo ci danno una cartina di tornasole sulle squadre che suscitano più interesse nel mondo.

 

E noi oggi non ci siamo, apparentemente.

Tutti vogliono sfruttare il mercato cinese, in pochi ci sono riusciti. Perché l’Inter ce la dovrebbe fare?
«Perché Suning fattura 53 miliardi di dollari l’anno, ha 250 milioni di persone registrate online. L’Inter può sfruttare questa base, con una crescita organica. Il mercato del calcio cinese ha bisogno di tempo per maturare».

Prima di Natale avete lanciato un bond da 300 milioni: a cosa è servita l’operazione?
«È stato un successo. Un club che riesce a raccogliere quella cifra a un tasso del 4,8% mostra solidità e credibilità. La domanda era doppia».

Queste frasi le ho lasciate per ultime per sottolineare soprattutto due cose.

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La serietà della società e del progetto da una parte. Al netto degli innegabili errori e conclamata inesperienza, di tutto quello che volete.

Dall’altra, le possibilità di espansione. Siete liberi di credere che io sia a libro paga Suning (magari…) oppure provare a comprendere che le alternative a Suning hanno (molte) più chance di essere disastrose che non positive, a meno di non trovare un emiro interessato all’Italia: avete il suo numero sotto mano? Io no?

E siccome le alternative sembrano parlare solo italiano… quello stesso italiano di Pirelli che è uno dei main sponsor meno prolifici e munifici di tutta la storia del pallone, ecco, mi tengo stretta una proprietà che a me è sempre sembrata seria e interessata, che mi garantisce solidità e affidabilità con i partner esterni per una più facile crescita commerciale (come conferma, pur non essendo una questione commerciale, la vicenda bond), e che ha le sue radici nel mercato più florido possibile, più numeroso e che possa dare prospettiva alla squadra.

Prospettiva vera, stabile. Perché credo che il vero desiderio di ogni interista, al di là del “vincere titoli”, sia fondamentalmente quello di vedere una squadra competitiva costantemente, che lotti negli anni per lo scudetto e per la Champions.

La strada è lunga e pensare di arrivarci dall’oggi al domani è fuori dalla logica. E sono convinto che ci arriveremo, anche a costo di soffrire un po’ quest’anno dal punto di vista del mercato.

Perché le cose prima o poi si dovranno mettere a posto.

 

 

O perché ci riesce l’Inter da sola, come preannunciato nel bilancio precedente: “la Società conferma come non probabile il rischio di mancato rispetto dei requisiti fissati. Pertanto la Società non ha proceduto ad effettuare alcun accantonamento, con riferimento alle suddette sanzioni, nel bilancio d’esercizio al 30 giugno 2017“. Il che ci conferma la bontà del lavoro fin qui svolto e le buone previsioni nonostante alcune perplessità legate a “numeri che attualmente mancherebbero”, come ho più volte illustrato.

Oppure perché la Uefa metterà mani al marchingegno che ha creato, quello che doveva dare equilibrio al calcio e invece ha creato sproporzioni inaccettabili.

Per comprendere quanto: la crescita dei ricavi dello United degli ultimi due anni è stato di oltre 185 milioni: il solo aumento sarebbe buono per entrare nella top 20 dei club europei.

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Sono di questi giorni le parole del presidente della Uefa, Ceferin, che preannuncia un documento importante e strategico per il futuro che finalmente dovrebbe porre dei freni importanti per garantire l’equilibrio competitivo tra tutti i club, magari con l’introduzione di una luxury tax che sarebbe destinata alla Uefa e poi redistribuita.

Ma le parole di Ceferin hanno colto un altro aspetto.

Dobbiamo limitare il numero di giocatori controllati dai grandi club e anche il numero di trasferimenti. E’ un modo per evitare che i grandi club aumentino sempre di più il loro dominio sul mercato, con i ricchi che finiscono sempre per comprare tutto ciò che vogliono. In questo modo si indebolisce le altre squadre. E’ un’aberrazione il numero di giocatori controllati da alcuni club, per esempio, in Italia, c’è una società che controlla 103 giocatori. Dobbiamo mettere dei limiti.

La cosa pazzesca, davvero pazzesca, è che in Italia non se ne parla nelle grandi testate giornalistiche. Al punto che temi persino che possa essere una manipolazione come tante se ne leggono.

Solo che poi cerchi riferimenti all’estero e li trovi, in Inghilterra e in Francia. In Italia è utopia.

O forse solo regime.

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