Inter-Bologna 2-1: ma non guardate la classifica…

Introduzione

Il primo titolo era un po’ più semplice: l’Inter rantola ma respira ancora.

Per comprendere quanto a lungo sia durata questa degenza basti dire un numero, uno soltanto, di quelli che appena lo razionalizzi ti accorgi di essere stato dentro un incubo e di averlo persino sottovalutato: 70.

Considerando oggi, ci sono 70 giorni tra la vittoria contro il Chievo e quella di oggi contro il Bologna: 70 giorni tra due vittorie, con in mezzo ben 10 partite senza vincerne una, 2 sconfitte, 7 pareggi e 1 partita pareggiata e poi persa ai supplementari.

70 giorni in cui si sono subiti 8 gol (più quello del Milan nel recupero) e se ne sono fatti appena 5, tanti quanti ne erano stati realizzati contro il Chievo.

Niente da dire: quel “70” detto così sembra una finestra spalancata sull’abisso.

C’è voluto un pizzico di coraggio da parte di Spalletti nel mettere Karamoh e provare a inventarsi prima una formazione nuova, poi fare i cambi giusti al momento giusto (sì, compreso quello di Gagliardini) per trovare la quadra in una situazione che, dopo la mezz’ora del primo tempo, era arrivata un filo oltre l’imbarazzante.

L’Inter respira, finalmente, ma non è un respiro liberatorio, vitale.

esthia immmobiliareÈ un rantolo sfibrato e affannoso, che per certi tratti dipende anche dal sacro terrore della sconfitta: non è un caso che l’Inter cambia con chi ha giocato meno, chi ha subito meno l’ambiente, chi può giocare con la testa più libera.

L’Inter contro il Bologna ha sofferto, non tanto per la prestazione in sé del Bologna, che comunque un paio di pericolose volte in porta ci è arrivato, ma perché ha dovuto lottare contro i propri fantasmi, le proprie debolezze, le proprie incertezze, ansie, paure.

Quando, un paio di settimane fa, scrivevo che è una squadra che ha bisogno dello psicologo non esageravo.

Spalletti ci ha provato anche con una formazione inedita, un 4-3-1-2 con Karamoh punta a destra, Eder punta a sinistra, Brozovic alle loro spalle e Perisic che fa l’interno di metà campo.

Inizialmente si storce il naso, però le intenzioni vengono fuori col passare dei minuti: Perisic e Karamoh a creare densità in mezzo (pur “pendolando” tra centro e esterno), i terzini e Brozovic a cercare quella sugli esterni, anche se per larghi tratti sembra persino una sorta di “falso nueve”… solo che non sappiamo se è indolenza sua o indicazione di Spalletti.

In più, Perisic lì significava più corsa rispetto a Gagliardini e Brozovic, oltre che a una maggiore fisicità sulle palle alte e anche la possibilità di sfruttare il suo buon tiro con entrambi i piedi.

Perisic sembra davvero bollito fisicamente e non ripaga, ma per 20 minuti la cosa sembra funzionare quantomeno in fase di non possesso.

Il gol dell’Inter nasce da questo continuo sovrapporsi di ruoli, con Vecino che trova perfettamente Karamoh, Brozovic che aggredisce lo spazio giusto, palla deliziosa in mezzo per Eder e gol.

Brozovic sfiora un altro gol di testa su cross di Cancelo e poi si spegne.

L’Inter, come dicevamo, è però squadra dalla psicologia fragile, perché subisce una occasione dal Bologna, assolutamente nullo per il primi 23 minuti, e per 120 secondi c’è un blackout totale che porta poi al gol di Palacio. La prima occasione nasce da tre errori, come sempre accade all’Inter: ovvero, se più cose possono andare male, lo faranno tutte contemporaneamente.

Al pressing sbagliato di Brozovic e all’uscita lenta di Cancelo ci vuol poco a rimediare in una squadra normale, cosa che l’Inter non è, anche perché uno dei suoi centrali ha staccato mentalmente ormai da un pezzo: nonostante Palacio sia a meno di un metro, Miranda ci va molle molle senza neanche opporgli il corpo.

Fortuna che Handanovic c’è.

Quel che succede 90 secondi dopo, però, ha del raccapricciante: l’Inter non gestisce benissimo un recupero, la palla finisce a Skriniar che la dà male e un po’ troppo forte a Miranda.

Il pasticcio che combina il capitano del Brasile è inconcepibile: piuttosto che stoppare e rinviare oppure provare a darla di prima a Handanovic (come farebbero 99 difensori su 100), prova a sparacchiarla come se si trattasse di una bomba a mano lanciatagli dentro i pantaloncini.

E fin qui ci può stare anche: ma la flemma… no, esageriamo, l’ignavia che mostra sul campanile è inaccettabile: per Palacio non sembra neanche vero di poter stoppare al limite dell’area e trafiggere Handanovic.

Ma è tutto figlio di quella paura di cui parlavamo prima: l’Inter rischia di prendere un gol e tutti, tutti, dentro al campo hanno paura di tenerla, cominciano a essere divorati dal tarlo del terrore.

A quel punto ci si mette anche San Siro spazientito.

Non so cosa succeda in questi casi ma, con ancora un’ora di gioco, iniziare a fischiare mi sembra una delle più alte forme di masochismo del tifoso, soprattutto se, come è accaduto, il pubblico applaude Palacio per il gol mentre invece fischia Perisic che cicca un tiro da fuori: partita incolore quella del croato ma non certo esasperante come in altre occasioni.

Così come accaduto un minuto dopo, sempre con Perisic che tira debolmente verso Mirante.

Ma tant’è, quando le cose devono andare male ci provano a farlo tutte insieme.

Prima ci pensa Valeri a negare un evidentissimo rigore su Eder su contrasto con Pioli (l’italo-brasiliano anticipa l’avversario che non si ferma nella corsa e lo stende), e dire che l’arbitro è davvero a un passo e vede benissimo.

Dopo ci pensa un po’ la sfortuna, un po’ l’ansia, un po’ la voglia di strafare: angolo di Brozovic, spizzata di Vecino che trova D’Ambrosio liberissimo che di testa tira maluccio ma mette in difficoltà Mirante… palla sulla traversa, che rientra in campo con Skriniar che può battere a colpo sicuro di testa, se non fosse che D’Ambrosio ci prova in rovesciata colpendo il compagno che tira alto.

O almeno è quello che si pensa, perché in realtà a colpire Skriniar è Mbaye, altri estremi per un rigore ma figuriamoci se ne danno uno così all’Inter:

 

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