Dopo #InterBologna: inno alla qualità

“Quant’è bella qualità che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”

esthia immmobiliareStamani (tanto per rimanere in tema fiorentino), ripensavo alla gara contro il Bologna. La sfida con i felsinei ci ha raccontato molto del nostro momento attuale con, in più, una finestra spalancata sul recente passato nerazzurro.

La celebre frase di Lorenzo de’ Medici, seppur riadattata all’uopo, riassume fedelmente tutti i pensieri che hanno affollato la mia mente fin dal triplice fischio finale, ma non solo.

La partita contro gli emiliani, infatti, è l’ennesima prova provata che espone la quasi totale nudità qualitativa interista agli occhi del popolo nerazzurro, ormai assuefatto all’idea di una continua mutilazione ottica che ne ha alterato considerazioni e aspettative (nella maggior parte dei casi).

Una lacuna che parte da lontano

Come detto, l’ultimo turno di campionato ha solamente riproposto un aspetto lacunoso della rosa interista che si protrae da troppi anni.

In passato, è capitato di avere Inter non certo irresistibili come valore complessivo e individuale, ma senza mai essere privi di quei, anche, pochi elementi dal tasso tecnico e dall’intelligenza calcistica superiori alla media. Cioè, in grado di accendere la luce in mezzo a una profonda oscurità qualitativa e/o di gioco.

Un tempo li chiamavamo campioni, mentre adesso è diventato un termine inflazionato e abusato alla stregua del tedioso “top player”.

Questo articolo lo si sarebbe potuto scrivere l’anno scorso, come due anni prima, o andando a ritroso fino a, e non oltre, il post-Leonardo. Tuttavia, mai, se non in rarissime eccezioni, abbiamo avuto il privilegio calcistico di poter ammirare la normalità psicologica, fisica e qualitativa associata a un singolo che provasse a trascinare il gruppo fuori dall’ordinaria mestizia, benché il calcio moderno, ormai, poco si presti a questo genere di deus ex machina.

Si badi bene, una “normalità” che il popolo nerazzurro ormai è costretto a vivere e interpretare come “straordinarietà”.

Cosa c’è di tanto straordinario?

L’arrivo di Rafinha Alcantara in prestito dal Barcellona, aveva generato alisei di malcelati malcontento e insoddisfazione.

Si sognava il Pastore che guida al pascolo-Champions il gregge-Inter impazzito e, invece, ti ritrovavi con un brasiliano reduce da quasi un anno di inattività per infortunio.

Bramavi l’argentino che ben conosce il “terribile” (ipse dixit) campionato italiano, e ti ritrovavi a spacchettare sotto l’albero il-fratello-scarso di Thiago del Bayern Monaco e della Seleccion spagnola.

#SuningOut

Fortunatamente, chi lavora, sia dentro che fuori dal campo, non si cura poi troppo (se serio professionista) delle critiche, se sa interpretarle a dovere e dà loro il giusto peso. In particolare, se la maggior parte di quest’ultime poggiano le proprie basi aleatorie sulle dicerie del volgo che, ostinatamente, preferisce l’ignoranza al perdere 5 minuti della propria vita per informarsi.

Analfabetismo che non può essere più tollerato dopo l’avvento di internet, non più. Se non in rarissimi casi circoscritti.

E così, Rafinha Alcantara approda a Milano, con pochi minuti nelle gambe e una gran voglia di riprendere le fila della sua carriera. A Firenze non riusciamo ad ammirarlo, ma con Crotone e Bologna bastano due semplici giocate per strabuzzare gli occhi.

Sarà quella forma del cranio un po’ aliena, sarà che si muove avanti e indietro trovando sempre la posizione giusta per facilitare lo scarico del compagno, sarà la capacità tecnica di saper eseguire un controllo orientato, sarà perché gioca a massimo due tocchi nel 90% dei casi, sarà perché recapita il pallone in base alla postura e alla direzione di corsa del compagno, sarà perché, semplicemente, dopo un appoggio, si muove senza palla.

Sarà… no, è.

È proprio tutta questa normalità che ci sembra tanto straordinaria se inserita nella spirale tetra di questi ultimi 7 anni.

Tuttavia, il retrogusto salino delle lacrime ricorda il sapore del rimpianto. Perché ciò che fa, e bene, Rafinha Alcantara, non dovrebbe essere salutato come “fuori dal normale”, ma, bensì, è Rafinha Alcantara la normalità stessa fatta calciatore.

E non perché si voglia sminuirne le qualità, anzi.

Si vuole, banalmente, sottolineare come il livello qualitativo di questa rosa e di quelle precedenti sia crollato di concerto con le nostre opinioni, ambizioni e aspettative.

No, Rafinha Alcantara non è un alieno, è semplicemente un giocatore di calcio a tutto tondo, ancor meglio se cresciuto in un settore giovanile che punta più su determinati concetti qualitativi e tecnici, prima che sull’aspetto fisico e atletico.

Anche questa, nel suo piccolo o nel suo grande, determina una spiegazione ai recentissimi fallimenti azzurri e al cosiddetto mancato ricambio generazionale. Fin quando si preferiranno certi aspetti difficilmente o poco migliorabili e non strettamente dipendenti dal lavoro quotidiano, a quelli che si possono, effettivamente e con costanza giornaliera, potenziare, i risultati saranno quelli ammirati. E il nostro stupore attuale sarà quello delle generazioni nerazzurre future.

Cosa chiedere per il futuro?

Riprendendo la strofa di Lorenzo de’ Medici “…di doman non c’è certezza”.

O meglio, esistono delle situazioni legate al Fair Play Finanziario, al governo cinese e ai patti con Thohir, che condizioneranno le nostre mosse future in sede di mercato.

L’eventuale qualificazione in Champions League potrà dare una ventata d’ossigeno alle nostre casse, ma ci sarà bisogno di lavorare molto per cercare di inserire qualità in una rosa spoglia.

Diffidiamo di chi scriverà di colpi mirabolanti, d’altra parte ilMalpensante.com è sempre stato sincero e schietto sull’argomento, invitando tutti a “non cascarci di nuovo”, a non aspettarsi troppo dal mercato vista la situazione.

Non sussistono le condizioni per intavolare determinate trattative e la Proprietà ha fin da subito ammesso di preferire un giovane di talento a un campione già affermato e dall’ingaggio pesante.

In quest’ottica, sempre ammesso che l’operazione venga perfezionata, si colloca l’interesse per Lautaro Martínez, attaccante argentino del Racing Club. Il giocatore di Bahía Blanca, molto talentuoso e di qualità, farebbe coppia con l’altro acquisto della scorsa stagione: Yann Karamoh.

Il prodotto delle giovanili del Caen ha fin da subito generato molta curiosità intorno a sé, come per Gabriel Barbosa prima di lui.

Non tanto perché il pubblico medio interista ne conoscesse caratteristiche e abilità, ma anche qui più perché la spirale di mediocrità avviluppante di cui sopra, ci ha irrazionalmente portato a caricarci di attese per ogni giovane calciatore approdato alla Pinetina nel recente passato.

Leggere che in Francia viene considerato come il secondo miglior prodotto della leva dei 1998, dietro solo a Kylian Mbappé Lottin, ha fatto il resto.

Karamoh era ed è sicuramente acerbo sotto tanti punti di vista, specialmente tattici, ma è diamante grezzo sul quale poter lavorare con calma e poggiare fondate speranze future.

Sarà controproducente caricarlo di responsabilità (ndr: ne parleremo a parte domani). Probabile che Yann abbia già le spalle sufficientemente larghe per farsene carico e la strafottenza tipica dei talenti che si esaltano in queste condizioni, ma sarà ed è corretto utilizzare un metro di giudizio e comportamento il più conforme possibile nei momenti positivi e negativi che fisiologicamente attraverserà.

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L’inno alla qualità

A volte basta poco per ricordarci l’evidenza di una verità, e Inter-Bologna ci conferma che la qualità deve essere pane quotidiano per una società come l’Inter che ambisce a tornare dove appartiene per blasone. Ce ne stiamo dimenticando troppo in fretta, e calciatori come Rafinha e Karamoh possono aiutarci a correggere la nostra percezione della storia nerazzurra.

Senza mai dimenticare che con i giovani come Yann non sbagli mai (anche in caso di esperienza negativa) e che i prossimi mercati dovranno essere improntati all’inserimento di un livello qualitativo e di intelligenza calcistica molto elevato, uniti a una rosa più profonda e competitiva e all’inserimento di interpreti con caratteristiche che coniughino le richieste del tecnico con le necessità immediate e future della società.

Non possiamo più procrastinare. L’inno della qualità già riecheggia ed è il nostro momento per unirci in coro.

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