Genoa-Inter 2-0: chissà se il cuore batte ancora

Introduzione

Che non sarebbe stata facile era prevedibile e ne ho scritto sabato stesso, evidenziando come il Genoa avesse tutte quelle tipiche caratteristiche in grado di fare male all’Inter, soprattutto nella capacità di sfruttare al massimo anche le più piccole sbavature.

esthia immmobiliareUna delle cose più difficili nel raccontare calcio è provare a raccontare partite così.

Ovvero una di quelle partite in cui il tuo portiere fa zero-parate-zero (in realtà una sola, anche se è una parata sui generis, all’8° minuto), gli avversari non fanno neanche la partita della vita, subisci due gol rocamboleschi (e in un caso stiamo parlando di molto più che rocambolesco)… eppure non trovi una sola giustificazione per dire che l’avversario non abbia meritato e che a te, invece, quella sconfitta era giusto che arrivasse.

Perché, nella sostanza, non è stato il Genoa a fare male all’Inter: è stata l’Inter stessa a crearsi un mucchio di problemi: quando va così non c’è altra chance… o trovi la giornata fortunata oppure la perdi, con o senza botte di sfortuna.

Difficile, se non impossibile, passare al setaccio gli elementi di una analisi e provare a dividere la parte razionale da quella più emotiva, anche se alla fine ci devi pur provare.

Il Genoa ha fatto una partita onesta, fatta esattamente come descritta nell’articolo di presentazione: una pletora di lanci lunghi a cercare Galabinov per smarcare Pandev, o chi per lui a rimorchio, e attacco con pochi uomini; difesa molto bloccata, tanti uomini dietro la linea della palla, molto spesso 11, a complicare la circolazione già cronicamente lenta dell’Inter.

L’unica vera differenza sono stati i primi 10 minuti, in cui il Genoa ha tenuto (abbondantemente) di più palla, ha aggredito più in alto, provando a sorprendere l’Inter.

Esperimento riuscito, perché per un quarto d’ora la squadra di Spalletti è rimasta in bambola, con molti errori individuali ad aprire varchi pericolosi tra le maglie amiche. E quando a “tradire” sono quelli di cui dovresti fidarti di più, Skriniar e Borja Valero su tutti, vuol dire davvero che la serata è già apparecchiata per farsi amarissima.

In questi dieci minuti c’è un tiro di Pandev da posizione molto defilata per l’unica parata di Handanovic, oltre a una azione che ha del grottesco: Pandev mette in mezzo un cross da 40 metri, partendo dal centrodestra (quindi a rientrare); la palla è alta e piuttosto lenta ma Handanovic decide di non uscire, lasciandosi scavalcare dal pallone che poi va a impattare sulla traversa per ritornare nelle mani del portiere.

Una di quelle azioni in cui ti chiedi: “ma è il segnale premonitore di una partita nefasta oppure è il segno che è giornata fortunata?”

Va bene la prima risposta, ma teniamola a mente questa azione perché ci tornerà buona più avanti.

Passata una decina di minuti, però, la squadra di Ballardini ha seguito lo spartito come descritto sopra.

Ne viene fuori una partita molto agonistica, di tanta corsa e attenzione per il Genoa, mentre l’Inter tiene palla facendo spesso fatica nel trovare le linee giuste per un possesso palla più veloce, subendo spesso l’iniziativa avversaria sulle risalire rapide dell’avversario, soprattutto su errori individuali.

L’assenza di Miranda mostra una difesa decisamente più alta, con maggiore compattezza (ne parleremo nell’analisi di lunedì), ma nonostante questo il Genoa trova spesso spazio sulla trequarti perché né Vecino né Gagliardini riescono a leggere le varie situazioni.

Entrambe le squadre sono raccolte in pochi metri: Genoa 23,5 metri, Inter sotto i 25, rossoblu con baricentro piuttosto basso, nerazzurri l’esatto contrario, ben sopra i 50 metri, così come il possesso palla, doppio quello dell’Inter, anche se raramente ha dato l’impressione di poter produrre con continuità.

Anche se, conti alla mano, l’Inter comunque produce qualcosa: prima con una bella azione di Candreva sulla sinistra con Karamoh libero in mezzo che cicca malamente (la migliore occasione di tutta la partita); poi con Candreva che da fuori area trova la forza giusta, solo che lo fa con un tiro di collo esterno che diventa prendibile per Perin: sarebbe stato diverso se calciato con l’interno a girare.

Inizia una partita di scherma, non di calcio, in cui la paura di subire il colpo impedisce di osare troppo e, quindi, di far male all’avversario, anche se si gioca sul filo della tensione.

Poi all’ultimo minuto due episodi decisivi… sempre nel segno più profondo della legge di Murpy in nerazzurro: quando qualcosa può andar male, stai sicuro che lo farà. E se più cose potranno andar male insieme, lo faranno tutte contemporaneamente.

Il primo è un fallo di Hiljemark su Karamoh, su un campanile a metà campo, dal quale si origina l’azione del gol. Quante saranno ormai? 4 o 5 partite che vengono condizionate da un errore apparentemente non grave ma che comunque alla fine dei conti pesa.

L’azione, però, di suo sarebbe decisamente inoffensiva se non fosse che ad aggravare la situazione ci pensa l’Inter che fa del male a sé stessa.

Perché qui entra in gioco l’Inter. Laxalt rinuncia all’azione offensiva e la passa indietro a Zukanovic che è pressato da Karamoh: la pressione del nerazzurro non è granché ma tanto basta per suggerire al difensore bosniaco di buttarla in mezzo come viene.

Niente di pericoloso nella normalità, visto che Galabinov è sul secondo palo ben controllato da D’Ambrosio. Solo che Skriniar non lo sa… l’unica cosa che sa è che Handanovic non esce e non uscirà, quindi quella palla non deve superarlo, non deve andargli dietro perché potrebbe esserci anche metà Genoa, ma lui non lo sa.

E siccome non lo sa, la spazza. Forte, ma non come si faceva una volta, in fallo laterale o in angolo. La scivolata dello slovacco è sgraziata, figlia della paura, dell’insicurezza: non sarebbe neanche così forte, ma è giornata da luna storta, quindi è giusto che il pallone vada a sbattere nella parte del corpo più spigolosa di Ranocchia, probabilmente l’unica che è in grado di dare accelerazione al pallone: il ginocchio.

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