#InterBenevento e l’orgoglio da riscoprire

Nel corso del nostro appuntamento precedente, avevamo affrontato il tema della qualità, denunciandone la prolungata assenza all’interno della rosa nerazzurra.

Poco o  nulla era ed è stato fatto in sede di mercato per rimediare a questa e ad altre lacune, sia in termini numerici, che di ruoli e caratteristiche, per tutte le motivazioni che IlMalpensante.com negli anni ha sottolineato con dovizia di particolari.

“La nostra più grande debolezza sta nella rinuncia. Il modo più sicuro per avere successo è sempre quello di provarci ancora una volta”. (Thomas A. Edison)

Le parole sagge e attuali di Edison ci vengono in soccorso stagliandosi come macigni nel desolato paesaggio della Pinetina e rievocando alla mente le dichiarazioni di Danilo D’Ambrosio.

Il terzino italiano a suo tempo indicò nella mancata vittoria dell’Olimpico di Torino la causa scatenante della “debolezza mentale” del gruppo in quella che fu un’ammissione genuina e anche abbastanza ingenua nelle sue forme. Persino superfluo ricordare come quella mancata vittoria si sia rivelata come l’ennesimo pretesto per gettare alle ortiche l’obiettivo stagionale che sarebbe stato ancora raggiungibile con un po’ di sana professionalità.

Queste parole, leggermente diverse ma veicolanti lo stesso messaggio, sono riecheggiate nel post-partita di qualche settimana fa.

Come sia possibile permettere a un professionista lautamente remunerato di poter riaffermare per mezzo stampa quanto già erroneamente detto in precedenza rimane un mistero. Almeno per il sottoscritto.

I giocatori, il gruppo Inter, si sentirono in dovere di rinunciare al perseguimento di un obiettivo per un singolo episodio negativo cui era ancora possibile porre rimedio. Furono adottati provvedimenti? Assolutamente no, instillando, inconsciamente, l’idea che la “debolezza da rinuncia” fosse lecita e tollerabile all’interno di una società che dovrebbe tutelare la sua immagine e la sua storia prima di qualsiasi altra cosa tramite dei concetti cardine.

Ciò non è avvenuto, anzi: si è, in un certo qual modo, avallato questo concetto rinunciatario che si è allargato a macchia d’olio facendo presa su tutte le menti fragili presenti in rosa.

“I forti fanno ciò che devono fare, e i deboli accettano ciò che devono accettare”. (Tucidide)

Il concetto esposto dallo storico e militare  ateniese Tucidide ci permette di affrontare il problema della debolezza mentale da un punto di vista diverso, secondo il quale i forti non si piegano, ma mantengono la loro forza come una missione, mentre i deboli accettano passivamente tutto ciò che consegue dal loro status mentale (ai tempi più “sociale”).

Per anni, abbiamo discusso a lungo sulla mancanza di qualità e quanto la sua penuria non potesse essere l’unica giustificazione di fronte prestazioni imbarazzanti contro avversari oggettivamente più deboli, non ultimo il Genoa di sabato sera.

Laddove si possa cercare di ovviare alle carenze dei singoli con un concetto di squadra e gioco che punti sul collettivo, entra prepotentemente in scena il discorso di “forza mentale”.

Solo che nel caso specifico dell’Inter parlerei di “debolezza mentale”.

La rosa nerazzurra, devastata, suo malgrado, da anni di mercati non all’altezza del suo “fu blasone”, ha accatastato uomini, prima che giocatori, privi di qualità e, soprattutto, forza mentale.

I professionisti capaci ad abbinare queste due virtù sono i campioni ma, nella impossibilità di poter ambire a queste figure, molto si sarebbe potuto fare sia in fase di scouting (nel rispetto di determinati requisiti anche mentali) sia, soprattutto, in seno societario. Una società forte e autorevole, può contribuire molto nella creazione e formazione di un’identità tenace, dove la cultura dell’aspetto, e rispetto, mentale sia di primaria importanza.

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“Il debole dubita prima della decisione; il forte dopo”. (Karl Kraus, luminare austriaco)

La nostra mente, anche a livello inconscio, comanda tutte le nostre sensazioni ed emozioni, con una naturale conseguenza somatica che regola e determina ogni singolo gesto fisico.

Nel caso specifico, se un giocatore è impegnato a domandarsi se sta facendo la cosa giusta, se sbaglierà, cosa potrà succedere nel caso dovesse sbagliare, eccetera, distoglierà l’attenzione dal gesto tecnico visualizzando già nella sua mente l’errore che puntualmente avverrà, anche per intervenuto eccesso di riflessione in gesti tecnici che in buona parte dovrebbero essere istintivi.

La mancanza di serenità e fiducia in se stessi e nei compagni (molti errori di Genova hanno avuto questa matrice, due goal compresi), dà origine a questo tipo di reazioni che trovano sfogo a livello somatico. In questo modo, anche chi normalmente non è un giocatore particolarmente abile, farà anche peggio mentre, al contrario, sarà protagonista di prestazioni migliori se inserito in un contesto psicologico e ambientale positivo.

I campioni non sono esenti da queste turbe, ma conservano al proprio interno la capacità di reagire, che si affina con le grandi sfide, con l’abitudine a lottare per i grandi traguardi, quando devi mettere quel qualcosa in più per superare avversari più forti di te.

Abilità, però, che puoi anche rafforzare privatamente tramite specialisti (sono tantissimi i casi di atleti che si rivolgono a professionisti, emblematico il caso di Bonucci, e praticano anche il training autogeno poco prima dell’evento sportivo), o con una forte autostima e consapevolezza di sé che varia da persona a persona.

Avere una società forte alle spalle che inculca certi valori e lavora di concerto alle spalle e al fianco dell’atleta, può essere un fattore a volte decisivo.

E non è un caso che Spalletti oggi si sia espresso in questo modo:

“Non sono i nostri nemici che ci spaventano, ma i nostri punti deboli”. (Valeriu Butulescu, poeta rumeno)

“Il male dell’Inter è l’Inter stessa”.

Una frase che ci siamo ripetuti anche prima degli ultimi otto raccapriccianti anni. Un concetto che parte dal passato ma che trova il suo apice nella storia recente dell’Internazionale.

Prima di affrontare i nostri avversari, dobbiamo affrontare i nostri demoni, le nostre paure, che spesso hanno un peso ben maggiore e risultano decisivi in negativo, proprio come occorso a Genova.

Il peso dell’allenatore e la sua capacità empatica sono di incalcolabile importanza, ma rischiano di diventare vani se non coadiuvate da una società che rema nella stessa direzione legittimando coi fatti la figura del tecnico di fronte gli atleti.

Le rivisitazioni e rivalutazioni storiche che, nelle ultime ore, stanno cavalcando i giornalai nostrani riprendendo vecchie, o domandando nuove, dichiarazioni a, e di, Frank di Burro (ops, scusate, De Boer), mostrano la chiara volontà di destabilizzare ancor di più un ambiente prossimo al collasso.

A parere di chi vi scrive, imbeccati da qualche rappresentante della società che si nutre dell’intrinseca debolezza di una dirigenza che raramente, se non mai, ha risposto a tono e concretamente nel tentativo di difendere i suoi tesserati e la reputazione e onorabilità (non importa se reale o no) dell’Inter stessa.

Queste pervicaci e prolungate falle comunicative della società nerazzurra hanno alimentato il fuoco nemico non esponendolo mai al giudizio pubblico rivelandone le storture e la mancanza di quella che, un tempo, si definiva “deontologia professionale”.

“Accettare la nostra debolezza invece che cercare di nasconderla è il miglior modo di adattarsi alla realtà”. (David Viscott)

Le parole dello psichiatra Viscott mi sono, tuttora, molto d’aiuto nei momenti di particolare sconforto. Mi ricordano come la natura umana, nel suo insieme, sia caratterizzata da una continua e strenua battaglia senza quartiere tra debolezze e virtù.

Quando si riesce a trovare un armistizio, un perfetto equilibrio tra le prime e le seconde, siamo in pace con noi stessi e, di riflesso, anche con chi ci circonda.

La speranza, mia come di ogni tifoso della Beneamata, è che si possa trovare questo equilibrio, perché la debolezza mentale va arginata e combattuta e ci si può riuscire solo se si rema tutti verso lo stesso obiettivo, perché altrimenti anche la “cenerentola” Benevento rischia di tramutarsi nell’ennesimo incubo che chiuderebbe definitivamente o quasi la stagione.

Nella speranza, di non doverci ritrovare qui, tra un anno, a ripetere le stesse cose degli ultimi tre, mentre i protagonisti si sentono autorizzati a tirare i remi a bordo alla prima ansa.

 “La debolezza è contraria alla virtù più del vizio”. (François de La Rochefoucauld)

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