Inter-Benevento 2-0: con la testa… che ancora non c’è

Introduzione

Ci sono voluti 66 lunghissimi minuti per far sì che l’Inter piegasse il Benevento.

esthia immmobiliareLunghissimi e ansiogeni come raramente ne ha vissuti il tifoso interista, perché un qualunque altro risultato avrebbe probabilmente messo la parola “fine” alla stagione in corso, perché sarebbe stato il peggior fardello con cui cominciare il trittico che adesso i nerazzurri hanno di fronte e che la vedrà opposta a due squadre in ottima forma (Milan e Sampdoria) e la prima in classifica, il Napoli.

Quando si incontrano a San Siro l’Inter e una squadra tipo il Benevento, così come accaduto altre volte in questa stagione, subito dopo il verbo “piegare” non ci sarebbe stato il nome della squadra, bensì un bel sostantivo tipo “resistenza”.

Non stavolta, perché il Benevento di De Zerbi ha, sì, giocato una partita molto accorta in difesa, con spesso 11 giocatori sotto palla, rarissimo pressing in avanti, baricentro (direi inevitabilmente) basso ma lo ha fatto come molti allenatori e molte squadre di Serie A dovrebbero imparare a fare: con coraggio, buon possesso e buon palleggio, con situazioni e soluzioni anche coraggiose a cui certo non rende giustizia la classifica attuale.

Il tutto senza mai perdere l’umiltà di una differenza tecnica che, grazie alle scelte tattiche e alla determinazione dei giallorossi in campo, è sembrata appiattirsi almeno per tutto il primo tempo.

A fine partita il Benevento avrà in statistica un solo tiro in porta (tra l’altro piuttosto centrale), ma rimane forte il senso di una buona squadra e organizzata.

Fatti i dovuti e meritatissimi complimenti all’avversario, all’Inter rimane un gusto al tempo stesso dolce e agro di una vittoria che arriva dopo un primo tempo di rara bruttezza e inefficacia.

Un primo tempo in cui la squadra è sembrata chiaramente bloccata anche mentalmente, una paralisi che neanche la presenza dal 1° minuto di Rafinha è riuscita a risolvere.

Forse “bloccata” e “paralisi” non bastano a descrivere il senso di letterale terrore che ci ha trasmesso il linguaggio del corpo di buona parte degli 11 in campo. Un terrore che si è amplificato in alcuni al primo accenno di fischi.

E qui si apre una piccola parentesi. Va bene che alcuni “fanno cagare”, va bene che siamo alla 11esima “partita di merda”, va bene che per una parte di loro è più di un campionato che si sopportano certe situazioni, ma mi chiedo che senso abbia andare allo stadio e fischiare già al 6° minuto di gioco.

Sotto questo aspetto, San Siro riesce a essere l’unico stadio incapace di diventare il 12esimo uomo, anzi, in partite come questa persino un’aggravante. Difficile da casa, ovviamente, dire quale settore fischia, anche se l’audio dei fischi si mischiavano a quelli degli incitamenti, probabilmente questi ultimi “da curva”.

Il bersaglio dei fischi al 6° era D’Ambrosio che, fallito il successivo cross pochi minuti dopo, ha ben pensato di non rischiare più nulla neanche per sbaglio: ad ogni palla ricevuta, frenata e passaggio facile al compagno più vicino. In caso di necessità, nascondersi.

Ora possiamo star qui a dibattere ore e ore sul fatto che è il loro lavoro, che dovrebbero farlo con professionismo, dovrebbero avere carattere etc… e altre ore a dire che in campo si vive un’altra realtà, che 50mila mugugni sono in grado di paralizzare più o meno chiunque, che D’Ambrosio è D’Ambrosio proprio perché non ha né i piedi né il carattere di Zlatan Ibrahimovic.

Il senso più profondo, semmai, è che una squadra in difficoltà, per tutti i mille motivi che conosciamo, avrebbe bisogno di un surplus di sostegno, di essere “spinta”, non certo frenata da certo tifo.

Ma tant’è.

Se nel primo tempo l’Inter ha fatto una fatica bestiale a trovare un buon giro palla (si prende i rimbrotti di molti, ma oggi la regia di Borja Valero è mancata), nel secondo tempo un mix di cose ha cambiato la partita.

Non so se Djuricic si è infortunato o meno, ma se il Benevento perde pericolosità generale e distanze è soprattutto perché l’ingresso di Cataldi al posto del serbo costringe Guillherme a spostarsi a sinistra (nel primo tempo aveva giocato da seconda punta/trequartista), e dall’efficacissimo 4-4-1-1 dei primi 45 minuti si è passati a un più confusionario 4-3-3 che l’Inter ha potuto attaccare con più facilità.

Nel secondo tempo, però, l’Inter è sembrata più determinata, messa meglio in campo, più alta e più a suo agio contro il nuovo modulo della squadra di De Zerbi.

Anche perché Spalletti ha chiesto ai suoi esterni offensivi di accentrarsi molto di più, di attaccare la profondità, così come ai difensori e a Vecino di provare più spesso il lancio a scavalcare la difesa avversaria che ha giocato davvero molto compatta rispetto al resto della squadra e con ottimi movimenti a salire per mettere in fuorigioco spesso (7 volte) l’Inter.

Alla fine, però, l’impressione è che senza i due calci piazzati sarebbe stata altra partita da reti inviolate o quasi.

I gol hanno avuto il merito anche di rimuovere anche il… “tappo emotivo” di qualcuno, l’Inter ha aggredito meglio, ha giostrato meglio palla, anche perché aveva più campo e possibilità di ripartire contro una squadra che non poteva tenere più 11 uomini sotto palla: più spazio a disposizione più facile fare gioco.

Forse vuole essere un segno del destino, ma a decidere la partita sono i due difensori che avevano pasticciato contro il Genoa: la loro esultanza aveva anche il senso di liberazione dopo una settimana non certo semplice.

Il resto della partita lo racconteremo domani con l’analisi dopo averla rivista.

L’Inter vince, ma lo fa soffrendo e dopo una partita per nulla convincente (per usare un eufemismo) contro una squadra da zero punti in trasferta: ma erano 3 punti fondamentali, necessari.

L’Inter vince ma è lontana, lontanissima dal vedere risolti i problemi che ne hanno devastato il cammino in campionato. Il cambio di marcia passa inevitabilmente dal ritorno a buoni livelli di chi nella prima parte ha tirato la carretta per tutti. Nonostante la discreta prova, la partita di Rafinha ha mostrato che probabilmente aveva ragione Spalletti: sia lui che Karamoh risultano più pericolosi e determinanti a partita in corso.

Domenica prossima sarà Derby contro un Milan in ascesa e dato in ottima forma: toccherà alla Roma decidere se restituircelo come “contender” per un posto nell’Europa che conta oppure se tranciarne definitivamente le speranze.

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