Sampdoria-Inter 0-5: la risposta che ci voleva

Una rondine non fa primavera, si dice: ma fra un paio di giorni comincia ufficialmente la bella stagione e chissà che l’Inter non sia un po’ anche metereopatica e noi non lo sappiamo. Questa è una rondine, fate che sia anche primavera…

Una delle Inter più belle delle ultime stagioni si era vista proprio contro la Sampdoria, partita d’andata finita poi 3-2: 60 minuti di calcio a tratti abbagliante, veloce, geometrico, a tratti persino spumeggiante.

Un girone dopo sembrava che il più che si potesse fare era ricordare quella partita come una casualità, una di quelle che ti vengono su bene per una volta e poi, ciao, ci vediamo alla prossima.

Questa di oggi è un’Inter complessivamente meno bella, con ancora molto da aggiustare e sistemare in prospettiva futura, ma che ha mostrato alcuni aspetti decisivi che nella partita di andata non ci sono stati, tra cui la concentrazione fino alla fine, la consapevolezza di non dovere mollare neanche sullo 0-4.

L’Inter stavolta non ha fatto la pazza e ha portato a casa un “clean sheet” che si appaia agli ultimi due “0” nella casella gol subiti contro il Benevento e il Napoli: e questi ultimi due, almeno dal mio punto di vista, sono i due aspetti più importanti e positivi.

Poi, è chiaro, di fronte a un risultato così c’è da essere realisti e fare la tara sia sull’avversario che sulla “fortuna”, detto ovviamente tra virgolette.

La seconda intesa come quella straordinaria somma di coincidenze per cui tutto sembra girare per il verso giusto, il rimpallo che ti porta la palla verso l’uomo più libero, la cosiddetta “mezza palla” che sembra muoversi da sola e decidere di andare verso il tuo uomo meglio piazzato, il tacco che si imbuca nell’unico centimetro quadrato disponibile.

Dall’altra i demeriti di una Sampdoria e di un Giampaolo che decide di insistere con un modulo che lascia campo libero sulle fasce all’Inter: una squadra costretta a correre in blocco, e correre tanto, perché l’allenatore la costringe a “scivolare” continuamente per rincorrere l’avversario in superiorità numerica sugli esterni.

Un avversario che ha anche giocato sostanzialmente con un uomo in meno, visto l’improponibile Gaston Ramirez, probabilmente posseduto dal fantasma che aveva posseduto Brozovic fino a qualche settimana fa. E un avversario che non ha saputo reagire, ha preso la prima sberla ed è stato come se avesse subito un colpo da ko.

Però.

C’è un grande “però”.  Va bene fare anche questo genere di tare, a condizioni che vengano fatte sempre e comunque, anche quando perdi e giochi male: si dovrebbe ammettere che gli avversari possono anche fare la partita della vita, possono avere fortuna anche nei rimpalli, si può essere vittima di casualità che vanno oltre la propria volontà.

Siccome questo genere di “giustificazioni” non valgono mai per i nerazzurri, per una volta ci disinteressiamo della tara e ci godiamo una vittoria contro una squadra che in casa ha uno score di tutto rispetto: 2,13 punti a partita, 10 vinte, 2 pareggiate e solo 3 perse, 31 gol fatti e solo 12 subiti prima della partita contro l’Inter.

Una vittoria che dà anche un altro senso al pareggio contro il Napoli e lo fa diventare decisamente più prezioso di quel che appariva a fine match.

Perché proprio dalla partita col Napoli sembra nascere questa vittoria, con il primo grande merito che va dato a tutti: quello di avere reagito mentalmente, di avere mostrato non soltanto ordine e compattezza, ma anche intelligenza, voglia, sacrificio e capacità di essere squadra.

 

Perché, sì, forse le uscite di Spalletti post Napoli non erano state il massimo sotto molti punti di vista, ma evidentemente hanno colto nel segno perché oggi si sono viste tante cose diverse rispetto al solito.

Anche l’atteggiamento dell’allenatore durante la partita è sembrato piuttosto diverso: molto più presente nel richiamare i calciatori, un continuo urlare, richiamare, tenerli sulle spine e concentrati quando in altri match era apparso sin troppo serafico e distante.

La prima reazione, quindi, più che tecnica e tattica è parsa proprio mentale, anche se l’Inter non ha cominciato al massimo, con piccoli errori ma decisivi soprattutto in ripartenza, gravissima soprattutto quella che ha visto Rafinha non servire un Candreva molto più che solo sulla destra che poteva involarsi verso la porta:

Qualche errore in appoggio da parte dei centrocampisti centrali, qualche difficoltà fisica che sembrava dover prolungare il trend post-Chievo, come quella splendida palla di D’Ambrosio per Perisic che si lascia persino recuperare da Silvestre:

Solo che l’Inter, piano piano, è cresciuta, ci ha messo del suo, ci ha messo impegno e movimento, palle giocate in velocità e con semplicità. Piccole cose ma… di qualità, a dimostrazione che il concetto di “qualità” può essere molto più vasto della semplice capacità tecnica individuale.

La dimostrazione più lampante la dà un numero che nelle ultime settimane era crollato a picco: dopo diversi mesi, l’Inter ritorna a rivedere un bel 90% di passaggi riusciti, merito di appoggi semplici ma rapidi, sempre sull’uomo più vicino libero.

Ci ha messo del suo anche Spalletti, con la squadra che finalmente ha risposto soprattutto come distanze e come pressing:

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Già visibile dopo pochissimi minuti la diversità di approccio: nessun pressing suicida altissimo ma un lasciar giocare i difensori avversari, o Viviano stesso, per poi aggredire quando la squadra aveva occupato bene gli spazi.

Un continuo aspettare e pressare, pressare e aspettare, pressare pressare e aspettare aspettare che ha tolto alla Sampdoria la possibilità di ripartire in contropiede, di sfruttare gli spazi… fatta eccezione per un paio di occasioni, compreso un salvifico fuorigioco di Quagliarella con la difesa dell’Inter mal posizionata.

Dal punto di vista tattico la scelta più evidente, più importante e più riuscita, che ha consentito all’Inter di disinnescare le armi dei blucerchiati, mantenere compattezza e buone distanze, sebbene non in maniera perfetta… ma qui si ritorna a quel Ramirez di prima che non ha mai (praticamente mai mai mai) occupato una trequarti troppo scoperta in più occasioni di quel che avrei gradito vedere.

In fase di non possesso, questa scelta ha consentito a Rafinha di rifiatare e svolgere di fatto il ruolo di seconda punta; in fase di possesso ha consentito ai nerazzurri di schierarsi con un 4-3-3 con il triangolo di metà campo rovesciato, cosa che gli ha consentito di gestire meglio il possesso palla e sfruttare le fasce per intero, costringendo l’avversario a correre il doppio del necessario.

Confermano le buone sensazioni del turno scorso anche i due in mezzo, con Gagliardini che sembra essere tornato quello delle prime partite in nerazzurro e Brozovic che probabilmente è tornato dal rapimento e non c’è più bisogno di schierare i sosia in attesa di pagare il riscatto.

Il che non significa che non sbaglino, anzi, qualche errore di superficialità di troppo lo si compie ancora, ma i numeri ci confortano dicendoci che sono casualità: Gagliardini in una delle poche volte sopra il 90% di precisione nei passaggi, così anche Brozovic, ovvero meno di una quindicina di palloni sbagliati sugli oltre 150 giocati da entrambi. Giocassero sempre in questo modo ci prenderemmo volentieri tutti i piccoli errori del mondo.

Abbiamo visto questo e tanto altro che analizzeremo con più calma nell’analisi di domani.

Cosa potrà significare questa partita lo… “scopriremo solo vivendo”, perché l’ultima manita ha fissato l’ultimo momento davvero piacevole di questa stagione: post Chievo è successo di tutto e di più.

Spalletti ha vinto la sua scommessa, perché hanno reagito e ha visto più lungo di tutti: nelle prossime le avversarie saranno Verona, recupero del deryb, Torino, Atalanta, Cagliari e Chievo prima di affrontare la Juventus.

C’è qualche avversario fastidioso e complicato, ma gli avversari sono messi chi decisamente peggio, chi un po’ peggio, ma complessivamente con più ostacoli.

Il Milan deve affrontare Juventus, Inter, Sassuolo, Napoli e Torino.

La Roma deve affrontare Bologna, Fiorentina, Lazio, Genoa e Spal.

La Lazio deve affrontare Bologna (oggi), Benevento, Udinese, Roma, Fiorentina, Sampdoria e Torino.

Adesso la sfida non è soltanto mostrare una reazione, perché “reagire” può anche essere un atto estemporaneo, un riflesso incondizionato, qualcosa determinata dalla contingenza: la prossima sfida è quella della continuità, perché serve un mese perfetto o quasi per ritrovarsi a fine aprile (sfida contro la Juventus) con il cuore più leggero e pienamente in corsa per un posto in Champions League.

Per le pagelle portate pazienza: appuntamento a dopo la gara di Motogp.

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