Inter-Verona 3-0: giusto in tempo per il derby

Introduzione

Quarta partita senza subire gol realizzandone 10 con in mezzo un pareggio prezioso contro il Napoli, tanto più prezioso quanto più incastonato all’interno di un periodo di 3 vittori che ci si augura diventano 5, poi 6, 7 e via discorrendo.

L’Inter confusa, timida, spaventata, incapace di trovare un filo logico, incapace di metterci qualcosa di più, non c’è più: al suo posto non è tornata la squadra dell’andata, quella che era costretta a reinventarsi negli ultimi 15 minuti dopo avere spesos sofferto, lottato e sbattuto sul muro avversario per un’oretta abbondante.

No, con le ultime temperature invernali se n’è andata anche l’Inter fantasma e al suo posto c’è una squadra che per larghi tratti sa giocare con tranquillità, in qualche caso persino con leggerezza. E, no, diniego anche qui, non è la leggerezza della vanità, della leggerezza o della frivolezza: è leggerezza calviniana, non quella della piuma che patisce la forza del vento, ma quello della rondine che a primavera riscopre il piacere di sentirsi libera e padrone del suo volo.

C’è un nome che racchiude perfettamente questa metamorfosi: Marcelo Brozovic.

Si è evidentemente perso tanto tempo, come troppo spesso accade, nel cercargli una posizione, un ruolo, una necessità di essere decisivo a tutti i costi, in una pesantezza, nella gravità del’impegno di essere determinante, in un ruolo “epic” che probabilmente è fuori dalle corde del centrocampista.

Oggi, invece, è piantato lì nel mezzo del cuore della manovra nerazzurra, gioca a una sola velocità… ma questo non è un difetto, perché lo fanno molti grandi centrocampisti: è un modo di esistere, di gestire la palla con fluidità, con leggerezza. Forse la medicina giusta era proprio questa: invece di fargli toccare 30/40 palloni e pretendere che facesse bene e, al tempo stesso, fosse decisivo e determinante, l’ideale sembra dargli più di 100 palloni (oggi 106 passaggi), due volte e mezzo se non tre volte quanto in precedenza, e in questo modo far sì che resti sempre dentro la partita.

Brozovic non esce mai, corre leggero, giostra, amministra, e quando riesce ad avere spazio è già mentalmente predisposto per fare cose buone, belle e giuste: almeno una dozzina di aperture, lanci lunghi, filtranti, assist, che fiaccano la resistenza avversaria e alzano i giri del motore interista.

Chissà se era davvero tutto qui, dargli prospettive diverse, un modo diverso di vedersi dentro la partita: considerando la testa di Brozovic, è necessario aspettare un’altra 20ina di partite almeno…

Intanto, però, ce lo si gode così, leggero appunto, monomarcia ma capace di far correre i compagni, di dargli ispirazione e spunto.

E sembra paradossale che questa nuova leggerezza nerazzurra nasca da un paio di situazioni dal sapore decisamente diverso.

Da una parte la casualità del fato, delle coincidenze: la scomparsa del povero Astori che ci porta dritti verso la sfida contro il Napoli con l’esigenza di non mettere in campo due possibili titolari che umanamente erano quelli più “colpiti” dalla triste scomparsa del loro ex compagno di squadra.

Dall’altra, il martello di guerra di Spalletti, calato sulla testa dell’Inter nel momento meno atteso, in quello che a molti era parso il momento meno opportuno mentre invece era soltanto quello dal più alto tasso di rendimento: Spalletti finora ha vinto la scommessa tout court.

Vittoria leggera che arriva dopo una settimana “greve” (tra virgolette perché preferito a “grave” che avrebbe avuto altre ramificazoini) con il divorzio Sabatini-Suning che poteva creare più danni di quanto non sia lecito aspettarsi in una situazione del genere con una squadra normale.

Proprio perché l’Inter normale non lo è per niente.

L’Inter è guarita? Davvero si è dissolta quella squadra inguardabile e indefinibile vista tra dicembre e gennaio?

La risposta ha bisogno di molto meno tempo di quello prospettato per Brozovic, e forse una risposta definitiva verrà proprio mercoledì, in una partita che era già importante prima, figuriamoci adesso che può portare l’Inter al 3° posto davanti alla Roma, con conseguente chiusura anticipata della stagione milanista… a meno di non pensare che l’Europa League fosse un traguardo appetibile a inizio stagione.

Se anche non è guarita, certamente è sulla via buona e ci si è incamminata giusto in tempo per questo crocevia fondamentale: ci si arriva in buona forma e con formazione rodata e funzionante.

Il che, ad essere sinceri, è davvero già molto più di quel che s’era un mesetto fa. Sembra poco e invece non lo è.

Pagelle

HANDANOVIC SV: il palo lo salva da un gol certo ma sul quale sarebbe stato incolpevole.

Davanti a lui raramente hanno sbracato (l’Inter ha subito più di un gol solo in 4 partite: Milan, Sampdoria, Udinese e Genoa) ma ultimamente hanno ripreso a macinare anche dal punto di vista della concentrazione: così lui si trova con davvero nulla da fare e “senza voto” come se piovesse.

CANCELO 7: l’Inter non aveva un regista laterale del genere dai tempi di Maicon.

Al portoghese manca l’esplosività del brasiliano ma si sta dimostrando persino più attento in fase difensiva, senza neanche escogitare quei mecccanismi a metà campo che servivano per far rendere al massimo il buon Maicon.

Anzi, Spalletti ordina a Candreva di togliersi dalla fascia non appena possibile, così Cancelo è costretto a ramazzarla tutta da cima a fondo: lo fa con una autorità e una qualità da stropicciarsi gli occhi.

Al 32esimo si invola in mezzo al campo dando un pallone filtrante perfetto, a dimostrazione di quel che diciamo da qualche tempo: mostra volentieri qualità da interno di metà campo, piede e visione. I compagni lo sanno e, se hanno bisogno, scaricano sull’esterno sapendo di mettere la palla in banca.

SKRINIAR 7+: una partita atipica per lui, di solito sempre molto in mostra negli interventi, visibile: stavolta ci dà misura anche della sua qualità nel piazzarsi al momento giusto e nel posto giusto.

Matti anche che tocca palloni e imposta come fosse, anche lui, un centrocampista, con tante buone palle date in verticale sui compagni liberi alle spalle dei centrocampisti avversari, e la pagella è bella che fatta.

MIRANDA 6,5: meno impegnato del compagno, qualche sbavaturina ma niente di che. Stavolta ben poco da dire.

D’AMBROSIO 6,5: per larghi tratti della partita si ha quasi l’impressione che l’Inter giochi a 3 dietro, perché a destra Cancelo attacca sempre e comunque, mentre dall’altra parte c’è un sovraffollamento di centrocampisti e attaccanti: tra Brozovic, Rafinha, Perisic e persino Candreva nel suo svariare, non si sente l’esigenza di alzare anche D’Ambrosio.

Così lui si fa guardiano del faro, in splendida solitudine anche perché gli avversari lo attaccano raramente: quando lo fanno, però, lui risponde presente anche mentalmente.

GAGLIARDINI 7+: se a fine partita è lui a risultare quello che tira di più in porta (con Candreva, che però prova un paio di tiri pretestuosi) è perché il ragazzo ha gamba, fiato e testa per difendere e attaccare, recuperare e inserirsi.

Sembra tornato il Gaglio dei tempi migliori, delle prime 6/7 partite con l’Inter, con un tasso di precisione finalmente a posto (86% circa) se confrontato a certi orrori visivi e numerici propinati nel recente passato.

L’ennesima partita in cui dimostra che il suo ruolo ideale è quello del box-to-box, non certo quello di schermo davanti alla difesa.

Se poi avesse avuto anche un po’ di fortuna, sarebbe uscito dal campo con una doppietta. Almeno.

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