Le verità raccontate dal derby Milan-Inter

L’analisi del match si è rivelata particolarmente lunga e, pertanto, ho deciso di dividerla in 3 parti per renderVi più agevole la lettura: queste sono le premesse, seguiranno primo e secondo tempo in due approfondimenti separati.

Milan-Inter rivista

Ci sono partite che rischiano di rimanere sotto la pelle di tifosi e calciatori per un tempo indefinito, di restare nella memoria storica anche al di là del reale valore, dell’importanza e della bellezza del match.

Questo Milan-Inter ha tutte le carte in regola per farlo, per come si è arrivati alla partita, per la questione biglietti, per la scelta del giorno di recupero (tra l’altro, polemica stupida e pretestuosa quella dei rossoneri) e soprattutto per come si è arrivati a uno 0-0 piuttosto bugiardo.

E se non dovesse valicare le mura di questa stagione, chissà, il 20 maggio potrebbe aleggiare come un fantasma sulla testa di calciatori e tifosi, anche se è chiaro che nessun interista se lo augura: in quel giorno, nell’ultima di campionato, si giocherà Lazio-Inter e la speranza è che ci siano punti di distanza sufficienti per non far diventare decisivi questi due del derby, così come i gol sbagliati da Icardi.

Sarebbe ingiusto e fuori dalla logica: due punti li rintracci più facilmente tra Udinese, Sassuolo, Spal e Crotone, soprattutto per come sono maturati i pareggi o le sconfitte. O, al limite, in quel Fiorentina-Inter pareggiata da Simeone all’ottocentesimo minuto.

(cliccando sull’immagine visiterete il link dell’amico MilesTemplaris, interista doc e fine conoscitore di calcio).

Ma si sa, giornalisti e tifosi amano ricamare, spargere sale sulla ferita, creare leggende oltre le leggende, per cui sappiate sin da adesso che, dovessero mai malauguratamente mancare 1 o 2 punti, il 99% di chi alzerà la polemica guarderà più a questo derby che ad altre nefandezze stagionali, con Icardi sul banco degli imputati.

Speriamo di non averne bisogno, perché questa Inter, ripeto, deve lasciarci fiduciosi per il prosieguo della stagione, ma in caso avverso sarà compito di ciascuno di noi non abboccare alle lusinghe di una facile e sterile polemica già cominciata ieri sulle prime pagine dei giornali: il mio voto a Icardi è 4, peraltro meritatissimo, ma è un voto alla prestazione, mentre sulla stampa si sono imbastiti processi senza appello, pagine di brutto giornalismo che giornalismo non è e che hanno fatto del livore l’unica ragione di esistere… cavalcate, tra l’altro, da pseudo-interisti che hanno trovato il modo di guadagnarci su parlando male di Inter.

E dire, comunque, che questa partita fa il paio quantomeno con quelle strane partite, come Udinese e Sassuolo, in cui i numeri raccontano una partita diversa e parlando di un’Inter che avrebbe meritato la vittoria, solo che le due partite dicembrine sono state caratterizzate da un improvviso black out nerazzurro che mercoledì non c’è stato.

Anzi.

Questo avverbio assume un valore importantissimo nell’ottica di un fine stagione che 50 giorni fa sembrava foriero solo di sventure.

Un avversativo che avevamo persino perso la speranza di usare.

Perché l’Inter c’è, l’Inter è viva, evviva l’Inter, e in questo derby ha mostrato una voglia, un coraggio, una determinazione e una concentrazione che deve lasciare ottimisti e speranzosi il giusto.

Il derby ci ha raccontato almeno quattro cose inoppugnabili.

La prima è che l’Inter è decisamente più squadra del Milan, anche nettamente più forte, almeno negli 11 titolari… il che, comunque, aumenta i rimpianti dei tifosi interisti, sia per il risultato sia per quel paio di mancanze che avrebbero dato uno sprint in più alla stagione: più che Pastore, una punta di riserva capace di dare il cambio a Icardi.

Tra l’alto, en passant, ne approfitto per scusarmi con i non pochi lettori milanisti che ci seguono (‘sta cosa che ci sono tanti tifosi di altre squadre che leggono, interagiscono e sono pure più puntigliosi e garbati di molti interisti mi sorprende non poco) per avere definito “morti di merda” la formazione rossonera: era semplicemente un modo di dire che l’Inter aveva la possibilità di “matare” definitivamente, e senza appello, il campionato del Milan, dopo esserci sorbiti per mesi la prosopopea del “gattusismo” (ne parliamo nell’approfondimento tattico), dopo avere patito per ancora più tempo i viaggi di Mirabelli, il mercato stellare di Fassone, le cose formali e l’APACF show etc…

I primi ad avere certezza di una squadra costruita male e che non ha i mezzi per competere in Italia e in Europa, nonostante la valanga di milioni spesi, sono proprio i milanisti, la maggioranza almeno.

La seconda cosa è che Spalletti è inevitabilmente un allenatore migliore di Gattuso, anche se a Gennaro vanno riconosciute due cose: di avere fatto “di necessità virtù”, facendo capire a questa squadra che c’è bisogno di sacrificio e umiltà, abbandonando fronzoli e badando al sodo, portando alcuni calciatori a livelli quasi insospettabili a inizio campionato, su tutti Calhanoglu che si è calato bene anche nella parte del faticatore di fascia; nonché di essere molto onesto fuori dal campo, più onesto lui di tanti giornalisti che prima di sentirlo parlavano di partita alla pari e pareggio giusto.

Il tutto senza gli isterismi della prima parte di carriera da allenatore e quegli eccessi da calciatore che avrebbe potuto risparmiarsi (Jordan su tutti).

La terza, come detto, che l’Inter è viva, anche se ne riparliamo sotto.

La quarta che, comunque, è stata una partita in cui ci sono stati forse troppi errori, di quelli che non piacciono a Spalletti: passaggi semplici sbagliati, passaggi da dare sulla corsa e invece dati indietro frenando il compagno che riceve, sbavature nelle scelte dell’ultimo passaggio, piccole e grandi superficialità a avversario lontano che avrebbero potuto determinare, alla lunga e se sommati, un risultato diverso.

Ma questo quarto punto ha anche il suo risvolto positivo che si lega e rimanda al terzo, perché è stata anche una partita in cui spesso gli autori stessi di questi errori si sono presi la briga di tornare indietro e recuperare palla, non si sono fermati, non si sono staccati dalla squadra: vada per l’errore, ma la voglia di restare in partita, di recuperare, di lottare c’è stata ed è probabilmente l’elemento più confortante.

Rivedendola, le immagini che mi sono rimaste più impresse sono proprio questi recuperi, questi gesti che a volte possono sembrare scontati ma non è così, soprattutto non per l’Inter e non dopo due mesi e mezzo di nulla o quasi dal punto di vista emotivo: mi piacerebbe sottolineare più di un intervento di Miranda (e quale rammarico averlo visto in altre vesti e con altro atteggiamento per troppo tempo nelle ultime due stagioni!), ma emergono di più un recupero di Rafinha nel primo tempo, un paio di D’Ambrosio (per un’ora praticamente perfetto su Suso), qualcuna in più tra Cancelo e Brozovic, e in particolare il recupero da urlo su Calhanoglu di Perisic nel primo tempo.

E proprio i due croati sono quelli che, nell’errore, hanno mostrato qualcosa di più, quelli che ci hanno messo il gambone in un tackle difficile e in un campo infido: quello di Perisic, appunto, su Calhanoglu, e poi Brozovic due volte (almeno) su Kessié, con quello del secondo tempo che racconta di un giocatore, una testa e persino una squadra diversa, con quella cattiveria agonistica che mancava.

Se gli inserimenti in pianta stabile di Rafinha e Cancelo hanno cambiato la natura di questa squadra, alzando il tasso tecnico complessivo e dotando la squadra di due “registi periferici“, importantissimi quando la palla scotta (tra l’altro, approfondiremo la capacità dello spagnolo di cercarsi e trovarsi libertà negli spazi di mezzo mai presidiati a dovere dal Milan) e c’è necessità di inventarsi qualcosa, dall’altra parte nessuna evoluzione ci sarebbe stata se non fosse partita proprio dai due croati.

Di Perisic, però, abbiamo avuto più e più volte la testimonianza di mezzi straordinari: nonostante giochi da ala, è l’unico che è riuscito ad andare in doppia cifra in campionato accanto a Icardi negli ultimi anni.

Di Brozovic, invece, in pochi, pochissimi, oserei persino dire quasi nessuno, avrebbero mai davvero scommesso su qualità così importanti da regista puro.

Come vedremo in alcuni spezzoni di video negli approfondimenti tra oggi e domani, quel che è cambiato davvero è la manovra dell’Inter, il modo di svilupparsi, il fatto di avere calciatori dall’ottima qualità tecnica (e ripeto i nomi di Rafinha e Cancelo) e soprattutto di avere scoperto un regista in squadra, completo, che ha mostrato di avere proprio il “passo” da regista: “monovelocità” l’ho definito, ma ripeto che non è un difetto, è proprio l’andatura di certi registi che fanno viaggiare il pallone più che le gambe.

E Marcelo ha preso per mano questa squadra dandole soluzioni di regia e possesso palla che fino a qualche tempo fa erano persino insospettabili per l’Inter e per lui.

Approfondiremo l’argomento post-Torino e alla sola condizione che si confermi per la quinta volta consecutiva (vado a memoria, ma nelle mie pagelle è la prima volta che Brozovic prende 4 volte di fila più di 7!), però 131 tocchi, 120 passaggi (qualcluno spieghi a qualche giornalista in rosa la differenza, vi prego) e tasso di riuscita sopra il 90% raccontano di un giocatore nettamente diverso, molto più a suo agio in questo ruolo, che si è innestato perfettamente all’interno del motore nerazzurro, facendolo ripartire.

Anzi, risultandone elemento fondamentale per questa nuova versione di Inter.

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Ma tra tutti, i due numeri che emergono di più sono i lanci lunghi, le aperture, la capacità di scavalcare il centrocampo avversario, a volte con 40 metri, a volte d’esterno, a volte di sinistro, a volte anche di pochi metri a vanificare un pressing portato bene: Opta racconta di ben 17 passaggi lunghi su 21, il che già sarebbe da urlo se non fosse che il mio conteggio complessivo è arrivato a 21 su 26.

Così, la manovra dell’Inter ha guadagnato aria e pericolosità perché c’è chi si prende il rischio, anche con incoscienza e leggerezza se volete, di provare cose che altri non si sognerebbero neanche.

Nettamente il migliore in campo, nonostante alcune sbavature eccessive, di quelle che ti fanno arrabbiare perché figlie forse di un eccesso di confidenza, forse di superficialità, ma non errori provocati dall’avversario, ma sono cose che gli perdoni facilmente dopo prestazioni così.

La regia di Brozovic si è dimostrata completa, da medianaccio puro in fase di contenimento, da fine tessitore in fase di impostazione, capace di trovare soluzioni diverse, imbucate, verticalizzazioni, lanci etc…: per molto meno si sono sprecati peana per giocatori di altre squadre.

Vedremo nei video di approfondimento come la qualità ambidestra di Marcelo abbia consentito alla manovra nerazzurra di guadagnare un tempo di gioco in più, o almeno di risparmiarne uno rispetto al giro palla talvolta troppo cervellotico di molte partite.

E la vera differenza tra questa Inter e quella di qualche tempo fa, anche quella più vincente di inizio stagione, è proprio la rinnovata regia a opera del maestro Marcelo, tanto vituperato (anche e soprattutto dal sottoscritto) per certi atteggiamenti, per la sua indolenza, per il suo pascolare per il campo in cerca di chissà cosa, e oggi improvvisamente diventato imprescindibile, condizionante in positivo, determinante.

Perché forse l’unica cosa che cercava era la palla, con continuità. Altro che trequartista, altro che ala destra…

Tra tutte, la quinta verità del derby Milan-Inter è quella più confortante: perché non parla solo di presente e di contingenza, ma è un segnale per il futuro, per le prossime stagioni. Marcelo compie 26 anni a novembre, se la testa regge si è sistemato di colpo uno dei problemi più gravi di questa squadra. E a quella regia aggiungete 4 tiri in porta e una decina di palle recuperate.

Che ci siano buone speranze che regga ce lo dice il periodo in cui questa trasformazione si realizza: poco dopo la polemica con San Siro, l’applauso polemico, i fischi, praticamente da giocatore separato in casa.

Ma ne parleremo più avanti, approfondendo oggi e domani.

E speriamo anche lunedì e martedì.

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