#RomaLiverpool #RealBayern: le pesanti eredità di questa Champions League

Introduzione

In attesa di rituffarci sul mondo Inter dopo aver masticato amaro per qualche giorno, la parentesi di Champions ci dà pillole di saggezza universale di cui è bene lasciarne traccia.

Zidane, il sottovalutato

Nel bailamme scatenato dai bianconeri e dalla stampa italiana, pronissima e servilissima al gioco sporco dei bianconeri in lamento per un rigore solare, è passato in sordina il vero protagonista assoluto della manifestazione.

Un allenatore di gran lunga sottovalutato, che tutt’oggi viene spesso etichettato come un semplice raccomandato ma che invece sta dimostrando una qualità mentale e tattica non indifferente.

In parte ne avevo già parlato qui:

Lo strano caso del Sig. Zidane, allenatore

Vero, il Real ha dei problemi non indifferenti dal punto di vista difensivo, ma questo è dovuto a una scelta precisa dal punto di vista tattico: quanti allenatori giocherebbero con 3 punte più Modric e Kroos, accompagnandoli magari con terzini di spinta come Marcelo e adattati come Vazquez? Davvero pochissimi.

Zidane lo fa perché ha una fiducia estrema nei suoi uomini, nella capacità di assorbire gli urti, persino di subire l’avversario consapevoli di poter far male sempre e comunque.

Da quando si chiama “Champions League”, solo due allenatori avevano raccolto 3 finali consecutive: Capello e Lippi, di seguito, nelle prime 6 edizioni della CL, con una formula decisamente più “abbordabile” di questa: nella stagione vittoriosa, la squadra di Capello affrontò l’Aarau, il Copenhagen, il Porto, il Werder, l’Anderlecht e poi semifinale diretta contro il Monaco prima di affrontare il Barcellona; la Juventus, invece, nel suo anno vincente affrontò Borussia, Steaua Bucarest, Rangers, Real Madrid, Nantes e Ajax.

Questo Real Madrid ha dovuto affrontare Tottenham, Borussia, Apoel, PSG, Juventus, Bayern Monaco e in finale il Liverpool. Altra caratura.

Dovesse vincerla anche stavolta, sarebbe il primo allenatore a vincere 3 edizioni consecutive della massima competizione europea: Zidane ancora non conosce l’onta dell’uscita dalla Champions, non sa neanche come si faccia a perderla.

La vince il Liverpool

Solo che stavolta non la vince il Real.

Facciamo un giochino di quelli che è facilissimo perdere perché punti tutto sull’underdog di turno, ma visto che vogliamo rischiare, facciamolo in grande: 1€ sul 4-3 per il Liverpool e il Real già in rimonta nei primi 20 minuti.

Rispetto agli anni scorsi, raramente c’è stato un pronostico così apparentemente facile, guardando alle due squadre, e al tempo stesso così difficile, se riportato alla realtà di quanto visto.

Anche perché è bene dire una cosa che in Italia non ha detto nessuno: se il risultato dell’andata fosse stato diverso, con un margine più risicato, la Roma avrebbe incontrato ben altro Liverpool, che comunque è sembrato sempre in controllo del match anche sul 3-2 del ritorno.

In finale può finire con qualunque risultato, letteralmente, tra squadre che hanno molti più punti di somiglianza di quanto non si sospetti.

Dallo 0-0 al 5-4 niente è precluso: lo spettacolo, vada come vada, è garantito.

Vincerà l’entusiasmo e la spensieratezza del Liverpool o la cifra tecnica e l’esperienza del Real Madrid?

Anzi no, scusate: il divertimento è garantito perché, quando si parla di calcio, “spettacolo” ha un senso più ampio.

Salah, ‘cezzionale ma non per tutti

La stagione di Salah è davvero una roba fuori di testa, eccezionale sotto ogni aspetto.

Non si tratta soltanto dei gol, perché parliamo di un giocatore decisivo, capace di fare assist e di abbattere record su record che lo proiettano verso il pallone d’oro, o comunque nella top 3.

Dovesse vincerlo, però, dovrebbe ritagliarne un pezzo e donarlo a chi gli consente di arrivare lucido in zona gol: avere in squadra compagni come Mané e come Firmino fa tutta la differenza del mondo.

In queste settimane si è parlato molto di Salah, tra rimpianti di Roma e Inter, ma va detto a chiare lettere che per arrivare a questi livelli l’egiziano ha subito una trasformazione radicale: è diventato, di fatto, una prima punta.

Un po’ il percorso che hanno seguito Messi, Ronaldo, Aguero etc…, ovvero giocatori che inizialmente fanno un certo tipo di lavoro, salvo poi man mano avanzare per sfruttare al massimo la grande capacità realizzativa. Di questi, l’unico che continua a fare un certo tipo di lavoro è Ronaldo e solo perché a chiederglielo è Zidane.

Salah è diventato un esterno atipico, non pressa praticamente mai, raramente aiuta i compagni, come evidenziato durante la partita in un tweet:

Questo una posizione media tipica del Liverpool ultima maniera:

Il discorso così diventa più semplice di quanto non lo vogliano fare apparire gli addetti ai lavori che dovrebbero spiegare: non tutte le squadre potrebbero permettersi Salah. E non è un caso che le fortune dell’egiziano siano arrivate con compagni come Dzeko e Firmino, centravanti bravissimi a lavorare per i compagni e dediti a un lavoro che molti altri non fanno.

Questa la passmap di Roma-Liverpool (andata e ritorno) in cui si evidenzia anche una posizione media decisamente più avanzata rispetto a quella dei compagni di squadra.

 

E se pensate che sia dovuto al tipo di impegno, questa è la passmap di Liverpool-Bournemouth:

Situazione che si è esasperata col passare dei mesi perché Klopp ha capito di avere in mano due grandissimi faticatori e uno che vede la porta come pochissimi: non è insolito che il Liverpool si chiuda con un 4-4-2 (Mané si allarga) o addirittura 4-5-1 con Firmino che diventa sostanzialmente un trequartista.

Questo per dire che chiunque volesse approcciare Salah in fase di mercato deve considerarlo come una prima punta, deve metterlo allo stesso livello di Messi e Ronaldo e costruirgli l’attacco attorno, senza chiedergli troppi sacrifici, senza chiedergli fatiche che ne limiterebbero l’efficacia sotto porta.

Salah alla Roma realizzava i suoi 14-15 gol da splendida seconda punta, pur con un attaccante di manovra accanto: chi vuole sfruttarlo al massimo, però, deve farne un altro uso.

E spendere tantissimi soldi.

Il calcio è cambiato

Mourinho è il fautore della prima rivoluzione importante degli anni 2000, Guardiola della seconda.

Si è passati dalla spasmodica attenzione tattica, dalla compattezza assoluta, al “chi ne fa uno di più”. Gli orrori difensivi delle semifinali sono innumerevoli, e non meno importanti e numerosi di quelli tattici degli allenatori.

Una delle grandi regole degli sport di squadra viene sovvertita in maniera clamorosa: gli attacchi vincono le partite, le difese i campionati.

A differenza del passato, i casi clamorosi cominciano a diventare tanti e con protagoniste big europee, in alcuni casi in positivo con grandi rimonte realizzate, in negativo subendole.

Fanno certamente rumore il rimontone della Roma ai danni del Barcellona, la goleada 7 a 6 sempre tra i giallorossi e il Liverpool, l’aggregato 5-1 dei Reds contro il Manchester City, il 5-2 del Real Madrid ai danni del PSG, così come l’anno scorso il 6-3 del Real ai danni del Bayern, il 6-3 del Monaco ai danni del Borussia, il 6-6 tra Monaco e City con i francesi in rimonta e al turno successivo, il 10-2 del Bayern Monaco all’Arsenal, il 6-5 del Barcellona al PSG (IL rimontone epico), ma anche l’anno precedente con Juventus e Bayern Monaco col 6-4 aggregato (dopo i tempi supplementari al ritorno).

Casualità o tendenza?

Di certo c’è che grandissimi difensori dall’aspetto insuperabile non se ne vedono più in giro. Il “guardiolismo” del centrale difensivo più bravo a impostare che a difendere ha preso piede, così come l’adattabilità di un terzino a centrale per la cosiddetta “difesa 3 1/2”).

Al punto che anche il mercato dei centrali di difesa sta raggiungendo livelli stratosferici, al di là del fatto che le condizioni economiche sono cambiate negli ultimi anni e che i costi sono lievitati per tutti:

  • Van Dijk al Liverpool 85 milioni di euro;
  • Mendy al City 57;
  • Stones al City 55;
  • Walker al City 51;
  • Bonucci al Milan 42;

Questa la lista degli ultimi colpi di mercato, mentre prima era decisamente più raro spendere questi soldi per un difensore.

Ma non è solo questione di difensori, è proprio frutto di scelte precise in termini di tattica: dovendo scegliere da che parte tirare una coperta comunque corta, la tendenza sembra essere quello di puntare molto di più sull’attacco che sulla difesa.

Almeno per chi ha materiale a sufficienza per farlo.

Per fortuna che c’è sempre l’Atletico di Simeone a rammentarci la granitica certezza del pareggio fuori casa e del prezioso 1-0 tra le mura amiche…

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