#LazioInter: che partita sarà

Ammetto di non essermi trovato così tanto in difficoltà nel pensare, e scriverne in anticipo, a come può svolgersi una partita.

In genere non è un esercizio così complicato perché le squadre tendono nel tempo a uniformare le loro prestazioni, soprattutto al ripetersi di fattori determinanti, con questo intendendo “determinanti per l’allenatore”: c’è chi si adatta al modulo avversario e chi non si adatta per nulla, c’è chi si “appoggia” alle debolezze avversarie e chi modula qualcosa in base alle caratteristiche dei singoli avversari etc…

Nell’arco di una stagione, però, tolti questi aggiustamenti, le squadre tendono a ripetere sé stesse, rendendo queste variazioni prevedibili proprio perché scatenate da fattori esterni facilmente rintracciabili nell’avversario. Uno potrebbe dire “ma l’Inter vista contro il Napoli è la stessa vista contro l’Udinese?” e la risposta sarebbe chiaramente no, perché ci sono occasioni speciali in cui ci si adatta moltissimo e sono casi isolati.

Ricordo ancora, come fosse ieri, le preview di Champions League su IoStoConMancini nell’anno del Triplete: quelle, per esempio, furono facilissime per tante ragioni, soprattutto dalle sfide contro il Chelsea in poi: i pregi e i difetti delle avversarie erano troppo evidenti, troppo lampanti… l’unica partita che sfuggì alla facile previsione fu l’andata di Inter-Barcellona 3-1, in cui azzeccai solo la “gabbia” attorno a Messi.

Quella di domani sfugge davvero a ogni possibile previsione.

Da una parte c’è l’Inter che abbiamo imparato a conoscere, ovvero una squadra capace di alternare straordinaria lucidità, controllo della partita e maturità da una parte, debolezza mentale, improvvisazione e superficialità dall’altra.

In certi casi può farlo persino nell’arco dei 90 minuti (una su tutte: Inter-Sampdoria 3-2), in altri si è concessa di farlo in due partite distinte e separate ma vicine nel calendario: se qualcuno trova un filo logico capace di unire l’Inter vista contro l’Udinese (a Udine) o il Sassuolo (a Milano) mi scriva un resoconto dettagliato delle similitudini per piacere, perché io non ne sono stato in grado.

Quindi, ancora prima di porsi la domanda “che Lazio sarà?”, l’interista sa che la sua squadra è la prima nemica di sé stessa e quindi la domanda giusta è: “che Inter sarà?”

La questione, almeno da questo lato della barricata, sta tutta qua: se la compagine di Spalletti sta vicina al suo 100% può battere praticamente chiunque in Italia, con la sola esclusione del Napoli, per il quale ci vuole anche un po’ della sua collaborazione; se, invece, abbassa le soglie di attenzione e impegno, questa è una squadra che magari è capace di creare 25 occasioni da gol in una partita ma non segna neanche a porta vuota ed è capace di mettersi in difficoltà anche contro il Pordenone.

Difficilmente in partite così determinanti si cambia qualcosa, figuriamoci se lo fa Spalletti che con questa Inter ha mostrato di essere davvero poco propenso a variazioni in corsa: nonostante tutto, nel corso del campionato sono state relativamente poche, e sinceramente in qualche caso ha peccato persino di eccessivo integralismo.

4-2-3-1 d’ordinanza quindi, con dentro quelli che han giocato più minuti di tutti, Candreva e D’Ambrosio compresi: è solo la parte “esteriore” della previsione, perché poi tutto dipenderà da come scenderanno in campo, con che voglia, che spirito, che predisposizione.

La Lazio, invece, è squadra che nel corso del tempo si è prestata a letture più semplici di quanto non si immagini, e con questo non significa che sia una squadra facile da fermare, anzi.

La dotazione tecnica dei biancocelesti è davvero di ottimo livello, soprattutto dalla metà campo in su: avere perso un regista puro come Biglia ha costretto Inzaghi a trovare soluzioni di gioco diverse che hanno cambiato, letteralmente, la Lazio, anche se nel girone di ritorno le difficoltà incontrate e qualche infortunio di troppo hanno fatto sì che l’allenatore sia tornato spesso sui percorsi della stagione passata, “appiattendo” le differenze tra una stagione e l’altra quantomeno in termini numerici.

Il calciatore più determinante in questa trasformazione è stato Luis Alberto, un calciatore che avevo visto nel Deportivo La Coruna un paio di volte negli incroci con le big spagnole, e che aveva convinto molto poco: incostante, quei classici calciatori di talento senza ruolo, fisico gracilino, con l’attitudine a entrare in partita sì e no un paio di volte per poi essere letteralmente dimenticati e, non raramente, persino dannosi.

Quando si accendeva, però, era un bel vedere, largo sulla sinistra ad accentrarsi o come seconda punta.

Alla Lazio il primo anno sembrava un mistero: bravi i laziali a saperlo aspettare, a sgravarlo dalla pressione e non sottoporlo a inutili stress. Pezzetti di partita, tanta panchina e le ultime due della stagione per fargli assaggiare la Serie A, nulla di più.

All’Inter sarebbe stato bocciato senza alcuna remora, nessuna possibilità di redenzione,perché da noi è così che si fa… bastano 30 secondi di amichevole per etichettare con “sega immonda” Tizio o Caio, basta un passaggio sbagliato. Troppo spesso ci si dimentica anche di cose buone fatte nel recente passato: il calciatore interista sa che sbagliare è una opzione che non è meglio non prevedere neanche, soprattutto se sei a San Siro.

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Se l’Inter avesse avuto quel Luis Alberto, quello dell’anno scorso, probabilmente lo avrebbe venduto: invece la Lazio ci ha creduto, ci ha lavorato molto sia fisicamente che mentalmente e oggi ne raccoglie i frutti.

Lui è il vero regista della squadra, quello che si abbassa per costruire gioco e variazioni, è quello che cambia il volto della Lazio, ben più di Immobile e Milinkovic Savic: credo tenteranno fino all’ultimo di recuperarlo perché altrimenti in mezzo al campo non hanno soluzioni di regia e la Lazio si troverebbe costretta a tornare costantemente al vecchio atteggiamento, difesa bassa e ripartenze a iosa sfruttando soprattutto il lavoro di Milinkovic Savic e Immobile, con Felipe Anderson a rimorchio.

Non che quest’anno non l’abbia fatto, anzi, però è stata una alternativa a un gioco con più possesso palla, soprattutto nella prima parte del campionato.

Il 3-5-1-1 di Inzaghi è uno dei più “puri” visti in Italia, anzi, a memoria non ricordo una difesa a 3 con dentro uno che nasce terzino (Radu) e che ha due esterni come Lulic e Marusic, così offensivi e che si appiattiscono a 5 solo quando davvero inevitabile: quando manca uno dei due, l’azione della Lazio cambia e non poco. Lukaku, per esempio, è uno che giostra di più in fase di costruzione bassa e arretra prima in fase di non possesso.

In difesa difficile che si rinunci a De Vrij, anche se Inzaghi ha dato l’impressione di non volersi fidare: in quel caso dentro uno tra Bastos e Caceres, mentre Radu e il giovane Luiz Felipe sembrano sicuri del posto.

A metà campo Leiva affiancato probabilmente da Murgia, che sostituisce Parolo, e ovviamente Milinkovic Savic.

Se con Luis Alberto il lavoro di Inzaghi e della Lazio è stato splendido, va ascritto al solo allenatore il merito di avere insistito nell’utilizzare il serbo come mezz’ala quando 99 allenatori su 100 in Serie A lo avrebbero schierato trequartista: dargli campo, dargli possibilità di giocare più palloni (e anche di sbagliare: dal punto di vista della precisione c’è ancora tanto da fare) e sfruttarne le qualità fisiche nel contrasto e nel gioco aereo, è stato metterlo nelle condizioni migliori per rendere.

Per fare un esempio, le difficoltà di Pogba al Manchester United nascono proprio con la sua evoluzione nell’ultima parte di carriera alla Juventus, dove ha giocato decisamente più libero da vincoli tattici.

La bravura di MS di testa costringerà Spalletti, molto sensibile sull’argomento, a schierare Vecino e non Borja Valero, scelta che non mi trova d’accordo perché sarà una partita in cui l’Inter avrà più possesso palla: Vecino non sbaglia molto, ma la precisione di Borja Valero nella gestione della palla è lontana.

Sarebbe comunque un problema, con chiunque, compreso Gagliardini, perché l’interno di metà campo sarà spesso costretto ad allargarsi e dare una mano quando non ce la faranno gli esterni d’attacco, situazione che all’Inter succede più spesso di quel che dovrebbe e che ha spesso messo Gagliardini, o chi per lui, più in difficoltà di quel che avrebbe dovuto: la Lazio sfrutta sempre tutta l’ampiezza del campo e l’Inter dovrà essere brava anche nel recupero sul lato debole… vero Cancelo?

Al tempo stesso, questa larghezza è la debolezza della Lazio: dovranno essere bravi gli esterni a buttarsi dentro appena possibile, Brozovic a giocare più rapidamente possibile, e potrebbe essere la partita ideale per Rafinha.

Murgia è un buon giocatore ma Parolo ha altre caratteristiche: è uno che si butta sempre dentro, che tira appena può, fa l’attaccante aggiunto ed è bravo nelle ripartenze: assenza pesante anche questa.

In attacco si sa tutto di Immobile, cresciuto molto sotto tanti punti di vista: adesso alterna con più efficacia la fase di attacco alla profondità con quella di appoggio ai compagni (con grande beneficio per Luis Alberto), quella in cui rimane centrale con quella in cui attira verso l’esterno il proprio marcatore. Anche qui il lavoro dell’allenatore biancoceleste è stato ottimo.

Viste le assenze, il pericolo numero uno però è Felipe Anderson, calciatore universale che meriterebbe altro spazio e altre possibilità di esprimersi: se mi chiedessero di scegliere un sostituto di Candreva oggi sceglierei lui perché può fare la seconda punta o l’esterno, capace di grande corsa, di buon palleggio e anche splendide ripartenze.

Sarà lui l’osservato speciale: per come stanno le cose, la Lazio aspetterà di più l’Inter, che è costretta comunque a vincere, e sfrutterà la bravura dei suoi in ripartenza, soprattutto di Felipe Anderson.

L’attacco della Lazio è il suo punto di forza, al contempo la difesa dell’Inter è la certezza granitica a cui appigliarsi: il migliore attacco della A (87 gol fatti, seconda la Juventus con 86) contro una delle migliori difese, seconda a pari merito con Roma e Napoli.

La difesa laziale, invece, è la decima del campionato per gol subiti, l’attacco dell’Inter il 4° della Serie A: i biancocelesti lasciano sempre delle occasioni agli avversari e quella di oggi è partita in cui ogni singola chance può essere determinante, quindi non ci sarà spazio per l’approssimazione, la superficialità, la sottovalutazione dei singoli eventi.

Per l’Inter non è così male giocare fuori casa, visto che c’è più di un calciatore che sembra soffrire troppo i mugugni di San Siro, quelli che partono al 30esimo… secondo del primo tempo al primo refolo di vento che soffia in direzione contraria.

Non credo, però, che sia un bene avere un solo risultato utile a disposizione: l’Inter ha vinto un solo scontro diretto, contro la Roma, ed era a inizio campionato, una partita giocata con una certa “leggerezza” rispetto alle proprie prospettive di campionato.

Quando, invece, la storia si è fatta più interessante e l’Inter ha dovuto alzare l’asticella sono arrivati pareggi a ruota: 0-0 contro Napoli, Juventus e Lazio, 1-1 contro la Roma, 0-0 di nuovo contro il Napoli.

L’unica eccezione è stata contro la Juventus al ritorno, a meno di non includere il Milan nel lotto di queste squadre: in questo caso un 3-2 e uno 0-0.

Nel complesso si tratta di un ruolino di marcia a non indifferente, che è stata macchiato dalla prestazione di Orsato, altrimenti sarebbe stato impreziosito da uno scalpo importante e fondamentale per i nerazzurri e per tutti il campionato: non sfugge, né deve sfuggire, a nessuno che i 45 minuti che hanno deciso, di fatto, il campionato sono proprio quelli del 2° tempo della sfida tra Inter e Juventus del ritorno.

Non solo, nelle ultime settimane l’interista si è sentito sballottolato tra inferno e paradiso, come ha perfettamente evidenziato il nostro Daniele Zizzi nella vignetta di apertura: un difetto di crescita più che deficit strutturale.

Un ruolino di marcia a cui manca qualcosa per potersi dire davvero soddisfacente: una vittoria determinante.

Non sappiamo se una sfida del genere sia  ancora presto o meno per la maturità di questa squadra: di certo avrei preferito avere il pareggio dalla nostra parte.

Perché una partita di calcio può essere dominata anche, a volte soprattutto, da eventi casuali che c’entrano poco con la bravura dei 22 in campo, degli allenatori, con fattori tecnici e tattici evidenti: un rimpallo, una deviazione, un infortunio. O anche una svista arbitrale, piccola o grande che sia.

Puoi fare la partita dell’anno per 90 minuti (facciamo 92.22) e poi sbagliare l’ultima azione difensiva e le tue fortune si ribaltano in un amen.

L’Inter dovrà essere brava anche a guardare la partita da questa prospettiva: partire con grande ritmo, controllarla se necessario, ma mai assopirsi o pensare che sia fatta, mai dare qualcosa per scontato: se la Lazio offrisse mai la giugulare, addentarla finché non stramazza per terra.

Non c’è alternativa: l’avversario è tosto, in questo contesto è tra i più tosti che si possono affrontare.

Ma questa squadra ha dimostrato che è padrona del suo destino, in grado di perdere e vincere con chiunque: l’impressione è che i primi 15 minuti ci diranno molto degli altri 90. Sperando che abbiano davvero capito quanto sia importante in ottica non solo presente ma anche futura, a breve e medio termine.

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