#LazioInter: ci siamo noi, proprio lì dove meritiamo d’essere

Introduzione

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Se avessimo voluto scrivere un copione più emozionante e più intenso, difficilmente ci saremmo riusciti.

In 90 minuti l’Inter ha attraversato tutti i gironi dell’inferno, andata e ritorno, per poi sbucare, là, in alto, dalle parti di Strakosha… a riveder le stelle, quelle della Champions League.

90 minuti che forse non toglieranno quel fastidioso alone del “meritava la Lazio”, neanche a quella parte di tifo interista irriducibile persino di fronte a quella che è stata una vera impresa per come si erano messe le cose: impresa nel farsi del male da soli, impresa nel riprenderla con le unghie e con i denti, anche al di là delle proprie capacità tecniche e tattiche.

Ecco, quello che emerge da questa partita è proprio questo aspetto: i calciatori interisti non si sono mai arresi, nonostante tutto ci hanno creduto, forse con un po’ troppa improvvisazione, forse con eccesso di foga (su questo ci torniamo), ma alla fine sono arrivati là dove a un certo punto non sembrava più possibile arrivare.

Una partita di quelle che possono essere usate per descrivere il calcio in tutta la sua bellezza e crudeltà, se volete crudele bellezza ma anche festosa, dipende dai colori dell’osservatore.

Ma è anche una partita buona per chi vuol dimostrare che, in fondo, un dio del calcio esiste, che c’è una ragione superiore talvolta incomprensibile, talvolta crudelissima, ma che segue una sorta di “piano”.

Lazio-Inter all’ultima partita sembrava predestinata già all’uscita dei calendari e lo svolgimento del campionato è stato talmente altalenante da risultare incredibile, come nel turno precedente con l’Inter fermata dal Sassuolo e la Lazio che ha sprecato il match point decisivo contro il Crotone… e immaginiamo cosa si sarebbe scritto nel caso in cui fossero stati i nerazzurri a sprecarlo.

Lazio-Inter si è giocata a Roma, con i nerazzurri impegnati nella capitale sia nella prima di campionato che nell’ultima, con due svolgimenti che per lunghi tratti si sono somigliati: Inter che per 50-55 minuti ha sofferto l’avversario, poi è emersa prepotentemente nel finale.

Contro la Roma il terzo gol è stato di Vecino, al 42esimo del 2° tempo, contro la Lazio è stato lo stesso uruguaiano a regalare i sogni di gloria all’Inter.

Da questo punto di vista la Lazio ha fatto lo stesso identico errore della Roma: ha corso davvero tanto, troppo, per una prima porzione della partita, al punto che, tra il primo e secondo tempo, la considerazione sulle energie spese dai laziali era l’unica vera fonte di positività per il tifoso interista.

Inzaghi sembrava avere messo a posto questo difetto della sua squadra, che l’anno scorso gli era valso tante critiche dai suoi stessi tifosi, e invece nell’ultima di campionato ha deciso di tornare all’antico, in tutti i sensi, sia come gioco che come pregi e difetti: nel 2° tempo, ma controllerò la statistica, non ho registrato alcun tiro in porta da parte della squadra romana.

Spalletti, invece, stavolta ha avuto meno esitazioni, ha deciso il primo cambio già al quarto d’ora del secondo tempo, poi Karamoh con almeno altri 20 minuti da giocare, anche se il primo aggiustamento era già arrivato in corsa nel primo tempo, con il passaggio alla difesa a 3 viste le sofferenze inenarrabili tra le linee.

 

All’allenatore dell’Inter va ascritto il merito di averci creduto costantemente per tutti i 96 e più minuti di gioco, le variazioni in campo sono state solo l’appendice di un atteggiamento costantemente propositivo a bordo campo.

Forse qualcosa di più si poteva fare in termini di formazione iniziale. Chi ha letto la preview della partita ha potuto (spero) apprezzare tante anticipazioni poi viste in campo: la Lazio che ha giocato saltando spesso il centrocampo, cercando spessissimo Milinkovic Savic di testa, giocando molto di rimessa e il maggior possesso palla dell’Inter (sulla soglia del 60%).

Sull’ultimo punto mi ero espresso senza dubbi: meglio mettere dentro Borja Valero che non Vecino. Avevo anche spiegato quale sarebbe stata la motivazione per cui, invece, Spalletti avrebbe preferito Vecino, così come fatto molte volte in passato con Gagliardini: la struttura fisica dell’uruguaiano da opporre a Milinkovic Savic e per il gioco aereo.

Se nel complesso dei 90 minuti Spalletti aveva torto e io ragione, nel risultato finale è l’esatto contrario: ed è il motivo per cui io scrivo, amatorialmente delle partite, mentre lui ne ha fatto il suo mestiere.

A scanso di equivoci: la Lazio non ha “giocato meglio” dell’Inter. Certamente è stata più brava a giocare sui difetti dell’avversario, a imporre una superiorità numerica sulla trequarti invece che a metà campo, a giocare alle spalle del centrocampo interista: questo continuo insistere sui lanci lunghi (72 su 350 passaggi in totale: oltre il 20%, 1 su 5), però, è un marchio di fabbrica che non porta da nessuna parte perché si fonda essenzialmente su un solo calciatore, Milinkovic Savic. E non è un caso che lo schianto laziale sia arrivato quando SMS non ha più retto fisicamente.

Non ne faccio una questione di “bellezza”: sapete bene che per me l’unica bellezza nel calcio è vedere se qualcosa funziona o meno, se efficace o meno, non certo un appiglio a qualcosa di puramente “estetico” che è argomentazione confutabile.

Del calcio, alla fine, ne rimane il racconto: è una cosa che vi ho scritto spessissimo, per questa ragione su questo sito trovate così tante referenze sui media e tanta “guerra” alla prostituzione intellettuale.

E di questo ne portiamo due esempi lampantissimi, indiscutibili.

Il primo è quello che non vi diranno mai del cambio di Inzaghi: al 30esimo del secondo tempo cambia la sua punta, Immobile, per un terzino, lasciando Felipe Anderson come punta.

Quanta prosopopea avete letto sul cambio Icardi-Santon nella sfida contro la Juventus? E dire che se Spalletti avesse avuto un Caicedo e l’avesse giocata 11 contro 11 non credo che avrebbe mai fatto quel cambio: Inzaghi sì e lo ha pagato carissimo, perché la Lazio, che aveva smesso letteralmente di tenere palla (nell’ultimo quarto d’ora solo 1 minuto e 50 secondi su 6 minuti e 30), non ha più avuto riferimenti per rallentare il ritmo della partita.

Non solo quel cambio ha assecondato le esigenze di ritmo nerazzurre, ma ha fatto sì che restasse in campo uno dei più stanchi e meritevoli di panchina, non fosse altro perché già ammonito: mentre sentivo dai “bordocampisti” di Premium che Inzaghi voleva togliere Lulic e poi ha tolto Immobile, il mio pugno si è stretto in segno di approvazione: grazie Simone, grazie per la grande scelta.

Ma vedrete quanto ne parleranno…

Altro esempio, sassolino da togliere dalla scarpa, questo articolo di Alberto Della Palma sul Corriere dello Sport nella edizione post Inter-Sassuolo: commentatevelo da soli.

Alberto della palma corriere 5 maggio

 

 

In extremis, aggiungiamo il 3° punto.

Se queste immagini avessero ripreso altri presidenti/dirigenti avrebbero avuto ben altro spazio: sono al 4° giornale e ancora nessuno che abbia evidenziato quanto evidentemente la proprietà ci tenesse a questo 4° posto. Il segnale è importante per il futuro, ma forse gli dedicheranno attenzioni nei giorni prossimi…

Della partita parleremo in lungo e largo, oggi giornata in cui ci saranno credo altri due approfondimenti, per cui adesso tuffiamoci sulle pagelle…

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