Inter: tra plusvalenze, FPF e strategie possibili

Introduzione

C’è un modo per fare ordine sulle voci che riguardano l’Inter, il mercato a maggio/giugno e la necessità di vendere persino le mutande per rientrare nei paletti del Settlement Agreement?

A volte mi stupisco della facilità, troppo spesso faciloneria, con cui si tratta un argomento che per sua natura andrebbe maneggiato con cura, soprattutto quando risulta essere così importante come in questo caso.

In questi giorni son arrivate tante domande alle quali proviamo a rispondere in un unica occasione: tanto è estate e vi portate appresso l’articolo per qualche giorno, se vorrete.

Siccome ho l’abitudine di usare questa cura, al momento c’è una sola risposta possibile: se “fare ordine” significa dare una cifra esatta di quello che si deve realizzare entro il 30 giugno la risposta è una sola, no. A maggior ragione se la valutazione si deve fare esclusivamente sulla cessione di calciatori di prima squadra.

Chiunque sia fuori dall’Inter non ha né può avere perfetta contezza dei conti del club nerazzurro: come è possibile che, in teoria, siano tutti così precisi sulle valutazioni?

Ho scritto “in teoria” perché i numeri schizzano da un giorno all’altro (lo stesso giornalista è in grado di darne 4 diversi nell’arco di  una settimana) in una  una escalation delirante verso i nerazzurri, passati da una trentina di milioni di plusvalenza a cinquanta per finire a Icardi che da solo genererebbe (venduto a importo della clausola) una plusvalenza di 106,25 milioni (residuo a bilancio di fine anno di circa 3,25 milioni); dall’altra, invece, il Milan che rischia le coppe, ha una perdita aggregata che dovrebbe superare i 200 milioni e quindi è chiaramente fuori da ogni principio del FPF, però, dai, vuoi che non faccia mercato? Vuoi che non acquisti 2/3 top player? Nel caso in cui mancasse l’Europa comunque ne arriverebbero due.

Io ve la racconto quasi col tono canzonatorio di una barzelletta, purtroppo è la verità:

E nel caso in cui non va bene coi top player, allora vada per la linea verde.

Tra l’altro, en passant e sempre parlando di deliri, in questi giorni i giornali hanno raccontato di uno Yonghong Li “messo alle strette” da Fassone, in una poderosa inversione di ruoli, come se fosse Li a dover giustificare qualcosa a Fassone, suo dipendente.

Torniamo all’Inter.

L’anno scorso si parlava della necessità di fare millemilamilioni di plusvalenza e, dopo averne fatte un po’, era necessario dar via Perisic altrimenti era finito tutto.

Sappiamo tutti com’è andata.

Ultimamente sembra che la cifra si sia assestata più o meno a 35 milioni e l’unica spiegazione che posso darmi è che qualche giornalista vicino, come sempre, al lato italiano della dirigenza italiana (a quanto pare sempre troppo chiacchierona a microfoni spenti), ha avuto notizia  diretta di questa necessità.

Nonostante questo, però, la voce potrebbe non essere perfettamente credibile nonostante la provenienza, sempre che questa “soffiata” ci sia stata.

Oggi l’unica cosa che si può fare, e che oggi proviamo a fare, è definire il contesto e capire strategie possibili, perché possiamo solo dire che è certo che l’Inter dovrà realizzare delle plusvalenze, anche se non è possibile quantificarle in maniera precisa, soprattutto se in relazione a calciatori di primo piano.

Il problema nasce perché, per ragionare sui numeri, qualcuno dovrebbe averli e averne certezza. Per capire appieno la situazione anzitutto manca il lato nascosto della luna, perché ci si sofferma sempre sulla voce dei ricavi e mai quella dei costi: peccato che un risultato economico, l’utile o la perdita, si rinviene solo utilizzando entrambi.

Altro presupposto: qui lo abbiamo chiamato mille volte “break-even“, magari suscitando un po’ il fastidio di chi vorrebbe a tutti i costi l’uso dell’italiano, ma il termine è esatto, il nome è quello e non c’è traduzione corretta perché non si tratta del “pareggio di bilancio”.

O meglio, il break-even non è il pareggio del bilancio che l’Inter redige, fa approvare e pubblica.

Il break-even è un risultato d’esercizio a esclusivo uso e consumo della UEFA, nei regolamenti c’è tutta una appendice che spiega cosa si può inserire e/o togliere: il risultato del bilancio è la base di partenza ma, sapete tutti, per esempio, che i costi per settore giovanile e vivaio, infrastrutture etc… possono essere tirati fuori dal calcolo. Se l’Inter avesse possibilità di costruire lo stadio, i costi della costruzione andrebbero in bilancio regolarmente, ma sarebbero esclusi dal conteggio del break-even.

Qualcuno ha certezza assoluta dei costi dell’Inter? C’è una base, che è il bilancio dell’anno scorso, ma non conosciamo le evoluzioni.

Nel bilancio precedente l’Inter comunica una perdita di circa 24,6 milioni di euro. Tra marzo e aprile, però, a seguito del costante monitoraggio della Uefa e di alcune richieste da parte degli ispettori, c’è stato un incontro in cui a quanto pare si è discusso anche di questo numero e della sua esatta quantificazione ai fini del calcolo del break-even.

Non è questione di lana caprina, visto che da quel risultato dipende anche questo: la Uefa impone un aggregato di -30 milioni massimo di perdita in 3 anni: ogni milione risparmiato sul precedente è un milione guadagnato sul successivo, e questa è una partita che sembra giocarsi come la scorsa lotta al 4° posto, sul filo di ogni singolo punto, ogni singolo milione.

Quello che sappiamo è che la proprietà si è sempre mostrata ottimista dal punto di vista del rispetto dei vincoli del Settlement Agreement e lo hanno scritto a chiare lettere sul bilancio chiuso il 30 giugno 2017, nel quale non sono state accantonate somme per possibili sanzioni della Uefa.

In tema di ripasso del bilancio, anche per neofiti, l’accantonamento è una scrittura di fine anno che serve per rendere il bilancio chiaro, credibile e veritiero alla realtà aziendale: così come gli ammortamenti servono per suddividere il costo di un bene pluriennale su ogni anno contabile che copre l’arco della sua vita utile (nel caso dei calciatori sono gli anni di contratto), i fondi rischi e gli accantonamenti (ce ne sono diversi) servono per redistribuire su più esercizi gli eventuali costi che potrebbero verificarsi in futuro e la cui esistenza sia certa o, quantomeno, probabile.

In genere si scrive anche nel bilancio, come lo fa l’Inter:

Se la società avesse avuto già certezze di non potere soddisfare i requisiti UEFA per il rispetto del Settlement Agreement, sarebbe stata costretta a rilevare un costo nell’anno 2016-17 a copertura parziale della multa (certa in quel caso) che sarebbe arrivata in futuro, stagione e bilancio successivi.

Non è stato accantonato alcunché e, anzi, l’Inter specifica chiaramente che le prospettive sono in linea con quanto atteso:

Alla luce del risultato raggiunto al 30 giugno 2017 e dei f‌lussi economico-f‌inanziari futuri previsti nel business plan condiviso nello scorso esercizio con il CFCB – le cui proiezioni sono state oggetto di aggiornamento in sede di predisposizione del presente bilancio al fine di riflettere gli aggiornamenti intercorsi nell’esercizio sia in termini di andamento economico che di risultati sportivi – la Società conferma come non probabile il rischio di mancato rispetto dei requisiti f‌issati. Pertanto la Società non ha proceduto ad effettuare alcun accantonamento, con riferimento alle suddette sanzioni, nel bilancio d’esercizio al 30 giugno 2017.

Da questo presupposto mi pare abbastanza più chiaro comprendere perché Suning si è sempre mossa con molta cautela, evitando costi che avrebbero aggravato la situazione: e, sì, Pastore sarebbe stato un costo aggiuntivo.

Vi ricordate quello che scrivevo qualche mese fa?

A questo aggiungiamo noi, in maniera molto più modesta, che sul bilancio dell’Inter è scritto a chiare, chiarissime lettere (oh, questa frase imprimetevela a fuoco sulla mente.): “Si segnala che qualora i requisiti finanziari e i limiti ai costi per salari, stipendi e ammortamenti non fossero rispettati, i vincoli derivanti dall’accordo con CFBC in termini di numero di giocatori impiegabili in competizioni europee verranno applicati anche per le stagioni 2017/2018 e 2018/2019” senza considerare i paletti imposti dal punto di vista della “bilancia” di mercato.

Le due cose si legano: la società si era mostrata ottimista perché sapeva che avrebbe tenuto la barra dritta dal punto di vista di costi per salari, stipendi e ammortamenti.

A questo punto sorge il problema: cosa ci dice il Settlement Agreement?

L’organo della Uefa che si occupa di effettuare le investigazioni, che abbiamo incontrato in precedenza, è il CFCB: nel settembre 2014 ha aperto una fase investigativa ufficiale a seguito di una documentazione, presentata dai nerazzurri, chiaramente fuori dai parametri del FPF: il periodo “incriminato” dovrebbe, pertanto, essere relativo agli anni 11-12 (primo anno monitorato), 12-13 e 13-14: le principali violazioni riguardano il mancato raggiungimento del break even, come praticamente tutte le violazioni fino a quest’anno (dalla prossima stagione il ventaglio di possibili infrazioni si amplia),

Nel maggio del 2015 l’Inter sottoscrive quello che si definisce Settlement Agreement, al tempo unica strada per risolvere il problema: non esisteva, infatti, il Voluntary Agreement, introdotto a Giugno. L’Inter Vi avrebbe potuto accedere o avrebbe voluto farlo? Sinceramente non credo, visto che la prospettiva di Thohir era sinceramente diversa da quella di Suning, vista l’enorme differenza di espansione sotto le due presidenze.

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