Quer pasticciaccio brutto tra Milan, Uefa, Tas e Fair Play Finanziario

Introduzione

Abbiamo raccontato la situazione del Milan in più di un’occasione e i lettori più attenti, soprattutto quelli milanisti (ammetto che c’è un piacere particolare nel sapere che tifosi di altre squadre sono lettori de ilMalpensante), mi hanno fatto notare che A) su queste pagine, da diverso tempo ormai, ci si è focalizzati sull’Inter e B) si è parlato sin troppo spesso di Milan, con approfondimenti fiume.

Il motivo è piuttosto semplice: la situazione del Milan ci ha permesso di raccontare in maniera (ancora) più dettagliata quella dell’Inter in relazione a quel mostro informe che è passato alla storia come “Fair Play Finanziario”.

Partiamo da alcune premesse, levandoci anche qualche piccolo sassolino dalla fantomatica (e metaforica) scarpa.

Oggi è facile facile. Dopo che per mesi e mesi i media tradizionali italiani hanno fatto orecchie da mercante; dopo mesi e mesi di idolatria nei confronti di Fassone e Mirabelli e ai loro APACF Show; dopo mesi e mesi di raffazzonati racconti sulle prospettive del Milan di Yonghong Li… ecco, dopo mesi e mesi in cui i media tradizionali hanno fatto tutto tranne che il loro lavoro, oggi, soltanto oggi, è facile dire che l’ormai ex proprietario del Milan è un soggetto quantomeno discutibile, che ha cacciato il Milan in un guaio e che poteva decisamente finire peggio.

Facile, oggi, trovare gli aggettivi giusti per definire la situazione: nebulosa, pericolosa, scivolosa, imprudente, sconsigliabile, nociva, infida, dannosa, letale… ne stiamo leggendo di tutti i colori.

Oggi Yonghong Li è letteralmente il demonio per tutti i media italiani.

Peccato che siate arrivati con due anni di ritardo.

E quando c’è questo silenzio non ci sono alternative: o è incompetenza, o è superficialità o è connivenza. Lo abbiamo scritto già in precedenza:

 

Gli unici a rimestare nel torbido di una situazione (che tutto è tranne che illimpidito…) preoccupante sono stati i media esteri: Reuters, The Guardian, il New York Times, ma al tempo era un “gettare ombre”, era un accanimento contro il Milan, era il frutto di chissà quale macchinazione pluto-massonico-giudiaica.

Che Elliott sarebbe diventato il proprietario del Milan (senza dubitativi, se non per quel che riguardava la tempistica) lo abbiamo detto su queste pagine più di un anno fa. Calma, non siamo così bravi né così lungimiranti e non facciamo giornalismo di inchiesta, perché non possiamo permettercelo (in tutti i sensi): solo che bastava leggere attentamente quello che altri avevano raccolto e seguire le molliche.

Bastava leggere Alain Wang, per esempio, di Titan Sport che tra aprile e maggio scorso diceva in tv: Fin dall’inizio dell’operazione il mio giornale ha scritto considerazioni totalmente opposte a quelle riportate dalla stampa italiana. Che solo ora comincia ad avere qualche sospetto sulla vera consistenza di questo progetto. Ma la realtà ci dice che sarà il fondo Elliott a diventare a breve il proprietario del Milan, mentre dietro Yonghong Li ci sono molti investitori cinesi con altri interessi e non si possono rivelare i loro nomi”.

Detto che ancora oggi aspettiamo i media italiani cercare chi siano questi investitori (cinesi e non), in Italia c’era una sola voce fuori dal coro, quella di Pippo Russo“È incredibile come la stampa italiana abbia completamente perso la capacità di analizzare la situazione, scrivendo di un grande futuro per il Milan senza nemmeno cercare di chiarire la provenienza dei nuovi proprietari“.

Ci è arrivato Report ma, insomma, maggio 2018 è un po’ troppo tardi.

Insomma, quelli che erano dubbi  ieri, oggi sono diventate ineluttabili certezze per la sola ragione che Yonghong Li non è più il presidente del Milan.

Certo, ci piacerebbe che ci fosse qualche giornalista che indagasse sul motivo per cui un praticamente sconosciuto signore decida di investire, mettendo inizialmente in pegno proprietà che non si trovano, decine e decine di milioni su un affare a perdere, su un’azienda che produce solo perdite, per poi farsi prestare dei soldi e mettendo l’oggetto stesso di quell’affare come pegno in caso di insolvibilità; e per quale ragione quello stesso sconosciuto signore rifiuti tutte le possibili transazioni, non ultima quella con Commisso, decidendo di straperdere piuttosto che rimetterci qualcosina.

Provo a farlo più semplice.

Tra caparre, anticipazioni, aumenti di capitale e finanziamenti, Yonghong Li ha buttato nel “buco-Milan” circa 524 milioni: 300 di fondi offshore, 136 di anticipazioni Huarong (con garanzia i beni di Li in Cina: la domanda giusta è “quali beni?”), 60 circa di primo aumento di capitale e 28 di prima tranche del secondo.

524 milioni presi e buttati lì sul piatto e se li è fatti soffiare per il mancato versamento di appena 32 milioni.

Il 6%.

32 milioni su un affare che per volume complessivo si attesta vicino ai 900 milioni.

L’offerta di Commisso pare che fosse attorno ai 500 milioni di euro.

Dai, davvero non vi viene voglia di fare qualche domanda? Una inchiestina? Niente?

Qualcuno un giorno ce lo spiegherà: noi aspettiamo fiduciosi che quantomeno qualcuno faccia “10 domande” giuste alle proprietà sbagliate.

TAS, UEFA E MILAN

Tolto qualche sassolino (ce ne sono un altro paio, facciamo con calma), arriviamo alla questione fondamentale: il TAS riammette il Milan nelle coppe.

Per chi volesse farsi una bella lettura “col senno di poi”, fatti salvi tutti gli approfondimenti su mercato e FPF in relazione a Milan e Inter che sono sempre lì a disposizione, c’è sempre l’articolo di maggio su queste pagine: mentre gli altri vi parlavano di buffetti e multe, su queste pagine si parlava solo di esclusione dalle coppe.

Grosso guaio in casa #Milan: ora che succede con la #Uefa?

In effetti la scelta della Uefa è stata quella.

Anzitutto giova ricordare qual è l’origine del problema: lo sforamento di quello che si chiama “break-even“, approssimando “pareggio di bilancio” anche il calcolo può differire (e in qualche caso non di poco).

Per assurdo, con circa 160/170 milioni (euro più, euro meno) di perdita nei due anni precedenti, se il Milan avesse chiuso il terzo anno con un utile da 130 milioni non ci sarebbe stata alcuna valutazione sulla credibilità o sulla solvibilità di Mr. Li.

Niente investigazione, niente Uefa, niente CFCB, niente ricorso, niente Tas. Niente Fassone che mette giù su due piedi business plan faraonici con proventi marziani.

Una volta attestato il mancato raggiungimento del pareggio di bilancio (con sforamento massimo di 30 milioni nel triennio considerato), sono subentrate tutte le altre valutazioni, inevitabilmente: prima sul Voluntary Agreement, presentato con dei piani di espansione commerciale per nulla credibili e lontani dai concetti di “prudenziale” e “attendibile” imposti dalle regole Uefa; poi con il Settlement Agreement, che fonda le sue ragioni su aspetti strettamente legati alla continuità finanziaria del club.

Fassone ci ha messo del suo, presentando Elliott anche nelle fasi in cui era semplicemente un finanziatore. Come scrivevamo in precedenza:

A questo punto, però, ci sono due considerazioni da fare.

La prima: Champions League e Europa League sono competizioni Uefa e se vuoi parteciparvi devi sottostare alle regole della Uefa. Ti piacciono? Bene. Non ti piacciono? Bene uguale, perché o te le fai andare bene oppure non partecipi, alla fine non succede niente di irreparabile.

La seconda: alla Uefa non importa un fico secco di far fuori qualcuno, a maggior ragione se si parla di una squadra con un bacino di tifosi, nonché di “simpatizzanti”, così capiente come quello dei rossoneri. Solo che sul rispetto del FPF ci mette gran parte della sua credibilità.

Forse fuorviati da questa prospettiva riabilitativa, la adjudicatory chamber ha, a mio avviso, commesso degli errori clamorosi… a meno che alla Uefa non facessero il tifo per un cambio di proprietà… il che non è affatto escluso, anzi.

Direte “che ne guadagnerebbe?” e a quel punto subentra un’altra valutazione: la Uefa non deve guardare solo al futuro ma porsi anche obiettivi più a lungo termine. Il FPF si sta rivelando un meccanismo di protezione non indifferente verso possibili speculatori il cui interesse è lontano dal calcio: il presupposto della “continuità aziendale” è un macigno nei confronti di chi potrebbe vedere nel calcio solo una opportunità di arricchirsi. O di rischiare.

Solo che adesso la Uefa dovrà risolvere il pasticcio, che è sostanzioso e che potrebbe avere chissà quali risvolti in futuro se la casistica non sarà normata, perché in relazione a terze parti interessate (vedi l’Atalanta o la Fiorentina), la questione ha aperto problematiche e complicazioni non indifferenti. Ecco perché vanno aggiustati i tempi di intervento, accelerato l’iter di valutazione del CFCB, obbligate le squadre a presentare numeri con largo anticipo, a dispetto del fatto che i bilanci, per loro natura, si redigono a fine anno…

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