Atletico Madrid-Inter: la squadra di Spalletti è pronta

Introduzione

Arrivato l’ultimo confronto di questa estate che non vale nulla, affrontato e passato a pieni voti: va detto, anche quando l’Inter è costretta a subire l’Atletico.

In realtà non è vero che non conta e non vale nulla, perché se c’è una partita che ha un senso, se nel guazzabuglio degli impegni estivi spesso organizzati per ragioni commerciali che non per motivi tecnico/tattici (servono più ai bilanci e alla visibilità che non all’allenatore, anzi, talvolta sono pure un fastidio per i tecnici), l’ultimo match prima dell’avvio di stagione consente di avere un quadro esaustivo, capire in che direzione ci si sta muovendo.

La sfida con l’Atletico ci dice che l’Inter si sta muovendo bene ed è pronta per l’inizio di stagione: sarebbe difficile dire il contrario, visto che è stata la miglior prestazione dell’estate contro l’avversario più tosto, e proprio in questa si è vista un’Inter più convincente che in tutte le altre messe insieme.

Pronta nonostante la partita sia stata giocata senza tre potenziali titolari (Perisic, Nainggolan e Vrsaljko), “omaggio” ricambiato dall’Atletico che si schiera con una formazione che non è proprio quella che accumulerà più minuti in stagione, non fosse altro che per l’insolita ma necessaria panchina di Griezmann.

La partita ci dice che Spalletti sembra avere scelto di insistere sullo stesso canovaccio dell’anno scorso, ovvero di rimanere formalmente in quel 4-2-3-1 (benché con più di qualche accorgimento, di cui parliamo più avanti) che sembra dare più solidità alla squadra e più comfort alla maggior parte dei calciatori.

Scelta che discutiamo ab aeterno, continueremo a farlo, ma nella sostanza dà ragione a Spalletti perché è il modulo che più di tutti gli consente di adattarsi alle necessità contingenti, all’avversario, allo stato di forma dei calciatori, e gli dà la possibilità di cambiare modulo in corsa. O, al limite, di restare “sghembi” perché è necessario minor movimento per coprire le eventuali improvvise debolezze scoperte da un movimento errato dei singoli.

Ma.

C’è un “ma” grosso quanto una casa quest’anno e si materializza nella figura di Asamoah.

Chi pensava che il ghanese fosse arrivato come ottimo rincalzo si sta rapidamente ricredendo e forse lo stanno facendo anche quei tanti juventini scettici ogni volta che avanzavo il dubbio “perché Khedira sì e Asamoah no?”

L’ex bianconero è stato il migliore di questo precampionato, ma nettamente il migliore: tanto convincente, utile  e efficace da distanziare di una pista o due anche la brillantissima “medaglia d’argento” del calcio senza punti, Lautaro Martinez,

 Non solo Asamoah consente a Spalletti di essere utilizzato praticamente in 5/6 ruoli diversi, ma gli offre l’opportunità di un trasformismo in campo che si sta rivelando complicato da leggere per gli avversari.

Ieri ha fatto l’ala sinistra nel 4-2-3-1, nel ruolo che sarebbe di Perisic ma con tutt’altro tipo di atteggiamento tattico: mentre Perisic attacca la profondità, da ala vera, o taglia il campo in orizzontale, per affiancarsi a Icardi come seconda punta, Asamoah va in diagonale per buttarsi in area alle spalle di Icardi o stringe decisamente prima in mezzo per rimpolpare la metà campo e lasciare un’autostrada a Dalbert, garantendo tra l’altro protezione a sinistra in caso di ripartenza.

Se riuscirà a mantenere una buona forma fisica sarà una pedina fondamentale per la stagione: per “buona forma fisica” traducasi in “pochi infortuni”, e dico “pochi” perché la sua storia calcistica parla chiaramente ed è impensabile vederlo per 9 mesi sempre in campo. Facciamocene una ragione sin da adesso.

Dal punto di vista tattico è stata la cosa più interessante, soprattutto considerando che le avanzate di Dalbert non sono praticamente mai state coperte dallo scivolamento della difesa e dal suo trasformarsi in una a 3. L’Inter è rimasta proprio così, “sghemba”, con qualche rischio di troppo alle spalle del terzino ma niente di trascendentale: non sarà sempre possibile farlo.

Le altre due particolarità tattiche sono state le posizioni di Lautaro Martinez e di Politano.

Il secondo ha giocato da ala destra, provando a fare il Perisic su quella fascia: stesso genere di movimenti ma ancora tanta strada da fare. Buona, però, l’intesa con Martinez, con alcuni scambi di posizione coordinati con un semplice gesto: buon segno per il futuro.

Lo abbiamo chiamato 4-2-3-1 ma una delle caratteristiche del 4-2-3-1 è che il perno centrale del “3” sulla trequarti è quella di rendersi utile anche in fase di non possesso. Insomma, non basta soltanto giocare “alle spalle” di un centravanti per titolare il modulo come “4-2-3-1”.

Quello dell’Inter è stato a tutti gli effetti un 4-4-2, che numericamente potrà sembrare un’inezia ma che per gli allenatori può fare davvero tutta la differenza del mondo. E che Spalletti abbia mostrato qualche cenno di insoddisfazione su questioni tattiche sui ripiegamenti è il segnale che c’è stato qualche piccolo passo indietro dell’argentino dal punto di vista dell’impegno in fase di non possesso.

In fase di possesso, invece, ottimo, efficace e a tratti illuminante. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, si fa presto a toglierli: l’intesa con Icardi c’è, la voglia di giocarsela in due idem. I due si sentono “coppia” in campo.

Ma su questo ho promesso un approfondimento a parte che è destinato a essere pubblicato domani.

Se dal punto di vista tattico il discorso può esaurirsi qui, possiamo dire che l’aspetto più convincente della partita è stato un altro: la personalità con cui l’Inter ha giocato, soprattutto il primo tempo.

Trame di gioco interessanti, possesso palla convincente, avversario che ha provato talvolta a pressare un po’ più alto del solito ma che ha abbandonato presto il tentativo vista la buona qualità del palleggio nerazzurro.

Insomma, l’Inter ha mostrato una sicurezza e un carattere che fanno ben sperare anche per le sfide di Champions League, contesto in cui si parte nettamente sfavoriti (non fosse altro che per semplice “disabitudine” a certi contesti e certe sfide) ma che sembra potere essere approcciato con maggiore serenità.

È troppo presto, direte Voi, ed effettivamente è facile concordare. Alzi la mano, però, chi non ha ottenuto un certo conforto dalla sfida di ieri. Ehi no, esclusi i #SuningOut.

Si può dire, quindi, un’Inter a tratti bella che quando non è riuscita a essere bella è stata efficace, e quando è mancata l’efficacia è stata comunque ordinata e fedele a sé stessa.

A differenza di tanti, Spalletti compreso, ho apprezzato tanto anche il secondo tempo, ovvero quando l’Inter non è riuscita a essere bella né efficace, ordinata né fedele a sé stessa.

Il secondo tempo, se possibile, ha dato misura di altri progressi dell’Inter.

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