Lautaro Martinez, l’intrigante complicanza di #Spalletti

Introduzione

Diciamoci la verità.

Almeno tra noi, tra quelli che provano a parlare di calcio con prospettiva, sì, del tifoso, ma anche e soprattutto con l’equidistanza di chi mal sopporta l’essere blandito a casaccio, sol perché si deve.

E la verità è che quando Victor Blanco, presidente del Racing Avellaneda, ex squadra di Lautaro Martinez, nel marzo scorso aveva annunciato pubblicamente che la trattativa con l’Inter si era felicemente chiusa, a molti interisti è scivolata giù dalla schiena una goccia di sudore ghiacciato, accompagnata da un brivido di terrore sacro.

Perché anche il più ottimista degli intenditori di calcio argentini, il più aficionado dei #capiscers, il più smanettone tra gli youtubers nerazzurri, il più fiducioso degli #Ausiliers, prima ancora di vedere il volto dell’argentino si è trovato davanti agli occhi lo spettro di Gabriel Barbosa.

Altri 25 milioni (tanto dovrebbe essere costato Lautaro, almeno a sentire il presidente Blanco) buttati nel cesso. Ma non c’era Pastore? Non era meglio Salcazzio? Per Spalletti non era più logico Chicazzè?

Sarà il nuovo Gabigol” era l’incubo più ricorrente, tra chi lo pronunciava con il tipico scherno di chi la sa lunga (non trovate che sia paradossale che chi la sa lunga sia sempre pessimista e non attenda altro che il “ve l’avevo detto io!”?) e chi invece lo temeva come si teme la porta lassù, in alto sulle scale, sempre chiusa e dalla quale arrivano rumori molesti; per non dire di quella foltissima schiera tra i due gruppi che ora proponeva un po’ di ottimismo, poi calma e pazienza, aspettiamolo.

Ecco, diciamoci la verità: da tifosi dell’Inter ci saremmo goduti Lautaro Martinez molto di più, lo staremmo facendo di più già adesso, se non fosse stato per Gabriel Barbosa.

Anzi, Gabigol.

Chi ci legge da tempo sa che l’ho raramente chiamato col suo nome e non col ridicolo nomignolo, perché in quel modo di chiamarlo c’era, in nuce, tutto quello che sarebbe stato. E non sarebbe stato.

Il soprannome di Lautaro Martinez, quello che si porta dietro dall’Argentina, non è balordo come “Lautagol”. Lo chiamano “El Toro” e tutti gli interisti si augurano che faccia esattamente come faceva quello di Gabigol per il brasiliano, ovvero che ci racconti molto di quello che potrebbe essere e di quel che sarà.

Ma tra marzo e luglio non lo sapevamo, potevamo smozzicare qualche giudizio… persino io, che generalmente amo lanciarmi in analisi prima del tempo e vado alla ricerca di partite da vedere, ho deciso di sospendere per mesi nonostante avessi il nostro Max Solano che un giorno sì e l’altro pure mi chiedeva cosa ne pensassi, lui che se ne è innamorato follemente a prima vista, al punto da arrivare a scrivermi più o meno “Lautaro prima punta, cediamo Icardi e riscattiamo Rafinha e Cancelo”.

Io, invece: “seconda punta che adesso può giocare solo centrale, ha un ottimo ‘strappo’ che gli può consentire di partire da dietro, non credo possa fare l’unica punta in Italia, non nell’Inter, nonostante si veda subito che ha il gol nel sangue e un gran senso della posizione in area” è la summa dei brevi commenti nel periodo in cui si vociferava che Icardi dovesse partire per forza e che Lautaro fosse stato preso per quello.

Lo scrivevo mentre leggevo da altre parti “Se resta Icardi farà panchina sicuro! Icardi non vuole nessuno accanto”, concetto che si alternava minacciosamente al “nuovo Gabigol” di cui sopra.

Insomma, l’approccio dell’interista nei confronti di Lautaro Martinez è stato più o meno diffidente, più verso il concetto di “fortuna” che non verso Lautaro stesso, non fosse altro che per non prendere una colossale tòpica, nonostante a “raccomandare” El Toro c’era una nutrita schiera di ex calciatori, tra cui Francescoli che ne parlava come di un grandissimo colpo di mercato.

Aggiungiamoci che in quel periodo si parlava anche di De Vrij e di Asamoah come innesti per compensare le sicure partenze di mezza squadra per via di plusvalenze altrimenti inaccessibili (Skriniar, Icardi e Perisic erano più che sicuri partenti) e ci ritroviamo il quadro di un tifo che era pronto alle barricate: via i big, dentro parametri zero più questa scommessa.

Non impariamo mai eh, Suning?

Le prime apparizioni sono state tutte accompagnate da improvvisi spasmi da parte dei tifosi ad ogni pallone ricevuto, a ogni passaggio, con l’illusione talvolta di errori che nella realtà non c’erano: erano del fantasma di Gabigol, non della nuda concretezza di Lautaro. Che in poche partite ci ha detto poche cose ma essenziali.

Ora, in questi casi è sempre meglio andarci comunque coi proverbiali piedi di piombo, perché il calcio da 3 punti è sempre sostanzialmente diverso da quello estivo, ma almeno una sentenza possiamo già emetterla oggi stesso, a dire il vero già dalla prima amichevole giocata in estate: Lautaro non è Gabigol.

Potrà fare bene o male, diventare fortissimo o rivelarsi un rincalzo, partire a gennaio o restare dieci anni, poco importa: ma Lautaro non è e non sarà il nuovo Gabigol. Non c’entra proprio nulla col brasiliano.

Sarà perché è argentino e non brasiliano, sarà per il soprannome diverso nella forma e nella sostanza, sarà perché questo è arrivato e si è messo a lavorare, con la faccia da perenne incazzato, piuttosto che atteggiarsi da gran divo di Hollywood, ma l’impressione è che ci si trovi davanti a un calciatore di quelli veri.

Non per forza fortissimo, non per forza illuminante o creativo, non necessariamente risolutivo ma un calciatore vero che darà un contributo importante nell’Inter, e il pensiero ti viene a prescindere dai gol fatti in queste settimane.

E che sia così lo capisci quando ti accorgi che ha personalità da vendere, di quella che i “Qualcosa-gol” non avranno mai; lo capisci quando gli avversari lo prendono di mira stendendolo una, due, tre, cinque, dieci volte, segno che quando la palla gli gira intorno si accende quella sensazione di pericolosità intrinseca tipico di certi calciatori; lo capisci quando, in amichevole, dopo aver sopportato quella stessa buona dozzina di falli, di cui almeno una metà anche carogna perché in partite ufficiali sarebbero ammonizione certa, lui decide di smettere i panni del bravo ragazzo e comincia a randellare uno a uno quei difensori che pensavano di poter bullizzare il ragazzino, che invece gliene restituisce talmente tante da meritarsi, lui sì, il giallo perché è chiaro l’atteggiamento dell’uomo in missione, la missione del “c’avete rotto er cazzo, mo ve meno io a tutti quanti”.

E lo fa con quell’atteggiamento che per il tifoso interista è una sorta di afrodisiaco dal potere erotico, calcisticamente parlando, devastante.

Che avesse coraggio da vendere, forse anche quella sfrontatezza senza arroganza tipica di chi in campo alla fine lascia sempre tutto, ce lo aveva dimosrato il giorno della scelta del numero di maglia, con quel “10” scelto con la convinzione di poterlo indossare senza sentirne il peso.

Ma se da un lato il suo essere calciatore vero è una liberazione per il tifoso, dall’altra diventa una complicanza per l’Inter di Spalletti.

No, non si tratta di un errore o di una svista: ho usato “complicanza” invece di “complicazione” perché sin dal principio Spalletti ha rivestito anche il ruolo di medico dei mali dell’Inter, ergendosi a protezione della squadra, e ogni variazione sul tema rischia, così come ha rischiato, di complicare le cose.

Prendete Cancelo, per esempio. Il fatto che si sia rivelato un’arma fondamentale per il 4° posto, terzino di grandissima qualità, nella mente di molti tifosi ha prodotto uno sfasamento temporale importante, al punto da “escluderlo” da certe responsabilità collettive, così come per Rafinha.

Ma se per il calciatore (attualmente) blaugrana era atto dovuto (i tempi effettivamente coincidono), per Cancelo no: la sua prima partita da 90 minuti è quella persa 1-0 dall’Inter contro il Sassuolo (tra l’altro con sue responsabilità sul gol… non ai livelli di Brozovic, terribile, o di Skriniar, importanti, ma ci sono). Il suo inserimento coincide col calo di Candreva che, a dispetto di quel che dica il tifoso medio, fin lì era stato più che positivo (e il migliore in campo nella sconfitta contro l’Udinese, un turno prima); il suo inserimento è coinciso con la necessità di riadattarsi a sinistra, dovendo improvvisarci D’Ambrosio, con inevitabili ripercussioni complessive.

[continua nella prossima pagina: #Cancelers aspettate prima di emettere sentenze!]

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