#InterTorino 2-2: Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Introduzione

Il mondo del calcio è figlio del mondo di oggi, che fagocita tutto e dimentica in fretta. Non fosse così, Inter-Torino potrebbe essere usata nelle scuole calcio (ma volendo anche dagli altri allenatori di Serie A, va detto) a dimostrazione pratica delle cose che si devono fare in campo per essere una squadra che vuole puntare alla “perfezione” (le virgolette sono d’obbligo, visto che non esiste), così come di quelle che non si devono fare.

90 minuti che compendiano il bello e il brutto, l’utile e il dannoso, il buono e il malvagio, quel che è riuscito e quel che è mancato.

Nella eterna lotta tra il bene e il male che tanto innerva i discorsi letterari, filosofici, religiosi e storici di tutti i tempi, l’Inter meriterebbe di trovare un posto da qualche parte, magari come la rappresentazione sportiva dell’impossibile dicotomia del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde.

Due realtà, due forme distinte, che sarebbero inconciliabili se non fosse che la Natura, il Fato, chissà quale maledizione ha deciso di unire in un unico corpo, dovendosi poi spartire del tempo, dovendo necessariamente esistere l’una o l’altra.

Due squadre contrapposte nella logica, nell’indole, nel temperamento, tanto diverse nel fisico quanto nell’anima, come i personaggi del libro di Robert Louis Stevenson, che poi alla fine è uno solo, ma con due esistenze: proprio come l’Inter di oggi.

Tanto elegante, rapida, precisa, metodica, compatta, incisiva e efficente la prima, ai limiti di una bellezza quasi incredibile per la sua inverosimile e stupefacente efficacia lontano dagli arabeschi, dai ghirigori, dagli svolazzi e dalle infiorettature del “bel giuoco”; quanto rozza, scombinata, imprecisa, raffazzonata, improvvisata, slegata, vulnerabile e impaurita quest’altra, che le è legata sempre dallo stesso inestricabile groviglio logico che ci fa ammattire: sono la stessa identica squadra.

Non di più.

Non di meno.

 

Eppure se tu, lettore, e io, che ti scrivo, ci fossimo messi d’accordo nel decidere di vederci un tempo per parte, nel raccontarci l’un l’altro quel che ci sarebbe toccato in sorte di vedere, non avremmo avuto dubbi: uno dei due è un baro, uno dei due mente, uno dei due è un furfante mistificatore. Invece l’unica mistificazione è quella di una trasformazione per larghi tratti inspiegabile.

Il primo tempo dell’Inter è la versione del Dr. Jekyll, distinto scienziato, alto, ben curato, rispettabile.

Il secondo è, per converso, la più riuscita riproposizione di Mr. Hyde: rozzo, deforme, sgradevole, detestabile.

C’è un momento, all’interno del romanzo, che mi è tornato alla mente in un momento in cui la trasmissione Sky si è inceppata senza neanche un perché, ed è una descrizione che calza a pennello per l’Inter del secondo tempo:

«Non è facile descriverlo. C’è qualcosa che non va nel suo aspetto, qualcosa di sgradevole, talvolta di decisamente detestabile. Io non ho mai visto un uomo che mi abbia disgustato a tal punto, eppure ancora stento a capirne il perché.

Deve essere in qualche modo deforme; dà una forte sensazione di deformità, eppure non saprei mettere a fuoco la cosa. È un uomo dall’aspetto fuori dell’ordinario, eppure in verità non posso indicare nulla che sia anomalo.

No, davvero; non ci riesco, non riesco a descriverlo. E non è una mancanza di memoria; perché ti assicuro che è come se lo avessi davanti agli occhi anche in questo momento

L’Inter del secondo tempo potremmo raccontarla esattamente così, perché riuscire a trovare una logica in questa trasformazione è esercizio che può, sì, trovare delle soluzioni, può dare qualche barlume di assennata spiegazione, ma non con quella completezza che potrebbe servire a fornirle qualche attenuante seria, qualche giustificazione.

L’Inter, semplicemente, sparisce dal campo.

Primo tempo

Spalletti inizialmente si schiera con un (praticamente) inedito 3-4-3 che riesce ad adattarsi bene nel corso della partita: è un 3-4-2-1 quando Politano e Perisic lasciano gli esterni a Vrsaljko e Asamoah; è un 5-4-1 in quelle rarissime volte in cui, nei primi 45 minuti, l’Inter è costretta a rinculare verso la propria porta; diventa un 4-4-2 quando Vrsaljko, che ancora non ha gamba a sufficienza per essere brillante, rientra con meno dispendiosa solerzia rispetto a un Asamoah ancora una volta encomiabile, facendo scalare verso destra un D’Ambrosio attento e preciso, almeno fino al 55esimo.

Chi mi legge da tempo sa come la penso: la difesa a 3 con tre centrali puri è una roba che non si digerisce a nessuna latitudine o quasi. Questa, invece, non solo dispone di un “finto” centrale di difesa in D’Ambrosio, ma ha soluzioni, varianti, alternative di gioco, compattezza a sufficienza per essere qualcosa di più che una semplice idea di inizio campionato, magari per contrapporsi a una squadra che si schiera con la difesa a 3.

Anche perché si trova una soluzione semplice a un problema complesso. Spalletti decide di usare il sempreverde “rasoio di Occam”: perché formulare ipotesi e perdere tempo quando esiste una soluzione immediata?

Non c’è il trequartista? Gioco senza trequartista.

Semplice e lineare come si richiede a qualunque ragionamento che si fonda sul rasoio di Occam.

D’altra parte si sprecherebbe un’intera enciclopedia sul calcio “senza trequartista”, ben più grande di quella che racconta il calcio con il trequartista.

Dal punto di vista tattico, i piccioni presi con una sola fava sono ben più di due, ma ci sono almeno tre cose che segnano una vera svolta rispetto alla partita contro il Sassuolo: la voglia di aggredire l’avversario, l’attenzione ai particolari, la concentrazione.

Spalletti, insomma, l’ha preparata benissimo: una squadra alta (alta come il Dr. Jekyll), dal pressing efficace, che occupa bene gli spazi e parte con le giuste idee.

Tre sono i calciatori che ne rappresentano l’insolita piacevolezza.

Il primo è Icardi, tanto in movimento quanto di solito accade in 3 o 4 partite, bravo a cercare o crearsi degli spazi, come nel caso del gol di Perisic; bravo a duettare con i compagni così come a pressare alto e farsi trovare un po’ più basso del solito quando serve.

Il secondo è Politano, un tipo di calciatore che all’Inter è mancato terribilmente, sia per la quantità e la qualità dei movimenti in attacco, sia per quel mancino pericolosissimo soprattuto sui piazzati che partono da destra, come nel gol di De Vrij. Qualcuno gli ha affibbiato il nomignolo di “Policano”, ma su questo il tifoso spesso inciampa di brutto, come quando il genio si srotolò sull’etere virtuale con l’epica e irraggiungibile (per classe… del calciatore) definizione di “Pacco’o”, ché tanto capite a chi era rivolto.

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