#BolognaInter, siamo di nuovo in carreggiata

Introduzione

A volte accade di commettere degli errori e trovarsi col proprio centro di gravità fuori asse e tutto il resto che ti turbina attorno.

In realtà non lo fa quello che c’è intorno: accade quando si sbanda e non ci si rende conto di dove ci si trovi.

Per reagire a una sbandata c’è un solo modo: controsterzare.

Per l’Inter “controsterzare” significava, e ha significato, riportare le cose al proprio posto anche in un momento in cui sarebbe stato più semplice perdersi ancora di più, con l’assenza improvvisa di Icardi, con annessi fastidi muscolari per Lautaro Martinez, che ha scombussolato ogni piano pre-partita.

Spalletti così si affida al 4-2-3-1 che ci piacerebbe dire “l’Inter conosce a memoria” ma non può essere così, perché rispetto allo scorso anno ci sono troppe novità per parlare di modulo standardizzato e di automatismi: De Vrij, Asamoah, Nainggolan, Politano e Keita Balde significano mezza squadra, se qualcuno non lo avesse notato, ed è già complicato sostituirne anche 4 in squadre che hanno situazioni consolidate, magari vincenti, figuriamoci in questa Inter.

E, a proposito di automatismi, aggiungiamoci anche Skriniar che gioca sul centro-sinistra, posizione diversa dall’anno scorso: cosa che, vista la giovane età dello slovacco, coincide quasi quanto inserire un nuovo calciatore di movimento.

Quindi, no, non si tratta di modulo fine a sé stesso ma di trovare misure nuove, standard, conoscersi e diventare squadra.

Potrà sembrare anche paradossale, ma prima di essere squadra talvolta bisogna… rimanere squadra, concetto che sarebbe complicato da spiegare se non ci fossero partite proprio come questa.

L’Inter ha creato, ha spinto, ha spesso improvvisato, si è affidata anche a fiammate individuali, non è stata propriamente squadra, come sarebbe stato innaturale esserlo.

Quando, però, il momento si è fatto complicato, l’Inter ha saputo restare sé stessa, ha insistito, non si è fatta travo

lgere dall’ansia e alla fine ha avuto ragione con un’azione come ne ha provate a costruire una decina durante l’ora precedente.

Il gol, poi, è stato “interruttore”, ha liberato la squadra dal punto di vista mentale: inizialmente ha provato a gestire la partita, ha anche preso un paio di rischi importanti, soprattutto uno con Santander di testa che anticipa De Vrij.

Ma proprio quei rischi hanno portato i nerazzurri a insistere, perché rimanere sé stessi è l’arma migliore per aver ragione delle difficoltà.

LA PARTITA

Spalletti si affida al 4-2-3-1 che, come detto precedentemente, non è possibile definire come “modulo conosciuto” perché ci sono 5 giocatori di movimento nuovi (cinque!) e Skriniar spostato sul centro-sinistra: per chi sottovaluti la cosa, sappiate che è quasi come fossero ruoli diversi, ci sono persino grandissimi difensori (e centrocampisti, va detto) di cui si narrano sfuriate con l’allenatore per il solo timore di inversione della posizione in mezzo.

Il Bologna di Pippo Inzaghi, invece, decide di affrontare l’Inter coprendosi moltissimo, rinunciando quasi a ogni marcatura su Brozovic (a dire il vero me l’aspettavo) e tenendo bassi i due esterni, tanto che nel tabellino la trovate come 5-3-2.

Questo consente agli emiliani di fare tantissima densità in mezzo, là dove l’Inter proverà più volte a sfondare con combinazioni rapide e in verticale, alcune delle quali di buona fattura e riuscite (su tutte, il gol) e molte altre invece rimaste soltanto negli abbozzi delle belle intenzioni: tutto naturale se si pensa a quanto “giovane” sia questa squadra.

Si vede che i nerazzurri hanno il dente avvelenato dalla partenza ad handicap, soprattutto dopo una settimana di tante chiacchiere e tante critiche, molte delle quali immeritate. L’inizio, infatti, è quasi arrembante con i bolognesi che ci capiscono poco.

L’unica cosa che va male all’Inter è non trovare il gol, soprattutto in quella uscita da Paperissima Sprint di Skorupski su una palla buttata in mezzo quasi casualmente che Perisic si trova sul corpo senza sapere né come né perché: “tiro”, sempre che di tiro si possa parlare, fuori.

Pochi minuti dopo è Keita a insistere sempre centralmente, lavorare tanto col corpo come un centravanti consumato, e servire palla a Gagliardini che però si coordina male e tira fuori.

Buona manovra, buone costruzioni, ma all’Inter mancano soprattutto gli automatismi, per cui in certi casi l’attaccante andava incontro e il passaggio andava in profondità, in altri l’esatto inverso.

Tempo al tempo, impareranno a conoscersi: la cosa che però lascia ben sperare è il tanto movimento di tutti, eccezion fatta per i terzini troppo statici.

Il Bologna appare come un fantasma al decimo minuto con Helander, solissimo davanti alla porta nerazzurra, mentre Handanovic rispnde e si fa trovare pronto, facendosi parzialmente perdonare l’erroraccio della giornata precedente.

Chiaro, però, che se l’Inter non sfonda è proprio perché il Bologna in mezzo si chiude ermeticamente e, col passare dei minuti, trova anche le giuste contromisure: dopo il primo quarto d’ora il ritmo cala un po’, il Bologna si chiude meglio e l’Inter ne approfitta per rifiatare.

Il motivo principale delle difficoltà nerazzurre è nelle distanze strettissime che il Bologna lascia tra difesa e metà campo.

Dei nerazzurri è il solo Politano a fare i giusti movimenti incontro, mentre in profondità non si attacca granché bene in quel frangente. La posizione di Nainggolan è tutto fuorché quella del trequartista classico, con una interpretazione più da “seconda punta” libera di muoversi a piacimento su tutto il fronte dell’attacco.

Spalletti ci prova chiedendo ai tre attaccanti di scambiarsi tanto le posizioni: Keita, Politano e Perisic obbediscono ma trovano raramente lo spunto giusto.

Anche qui, tempo al tempo.

Al 24esimo altra palla che arriva quasi per caso in mezzo all’area dove c’è Keita, solo soletto, che però manca l’impatto col pallone.

Il Bologna rinuncia sistematicamente all’idea di giocare a qualunque forma di calcio diversa dalla ripartenza o dal lancio lungo sul povero Santander che, però, si danna come un matto e fa vedere brutti quarti d’ora soprattutto a De Vrij.

La cosa migliore per l’Inter è stata il pressing, aspetto che è tra i più complicati da impostare per un allenatore: anche se non sempre preciso, risulta comunque già buono e con una difesa discretamente più alta di quanto non accada quando c’è Miranda in campo, anche se questo espone l’Inter a qualche attacco in profondità in più.

Dopo la mezz’ora il ritmo cala drammaticamente e su palla persa, davvero ingenuamente, da Asamoah, Handanovic mostra di saper tenere il conto delle cose che deve e dovrà ancora fare prima di guadagnare la redenzione: il tuffo sui piedi di Falcinelli è provvidenziale.

L’ultima mezza occasione arriva con Keita sulla sinistra che mette in mezzo per Gagliardini, ma il cross è troppo su Skorupski.

Poi l’Inter si spegne e sembra quasi che ci sia proprio necessità di rifiatare.

Tutto sommato un discreto primo tempo, a fasi alterne, ottimo inizio e poi un calo progressivo, con un Bologna che costringe i nerazzurri a un possesso palla troppo lento, con Brozovic che ancora non è ai livelli dello scorso anno, almeno in fase di possesso: in quella di non possesso va decisamente meglio.

Per comprendere quanto abbia inciso l’avversario, basta guardare i numeri del possesso palla, con quello rossoblu fermo a meno di 7 minuti nel primo tempo, mentre l’Inter va oltre i 18, con poco “tempo effettivo”, tante piccole e grandi invenzioni di Di Bello che si dimostra arbitro mediocre e con la tendenza a usare due metri e due misure.

A fine partita il numero dei passaggi dell’Inter sarà più del triplo di quello del Bologna.

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