#InterCagliari 2-0: sulla retta via

Nel guardare la classifica si può pensare che il Cagliari sia avversario modesto e di facile approccio. Se poi si guardano le ultime partite, nelle quali ha segnato zero-gol-zero (con questa sono 3 partite a secco), il tifoso che si ferma alle apparenze pensa che questa partita doveva essere una formalità da portare a compimento nel più breve tempo possibile e magari in scioltezza.

I numeri secchi darebbero anche un senso a questo ragionamento: una sola vittoria, tre pareggi,due sconfitte, sette gol subiti e solo quattro gol fatti: la squadra rossoblu si avvicinava alla sfida di San Siro con uno score pessimo.

Il Cagliari, però, è una delle squadre meglio organizzate tra le squadre di classifica medio-bassa, con una identità tecnica e tattica spiccata e che farebbe e fa invidia a tante squadre della Serie A.

Ho visto le partite contro Atalanta e Milan, aggiungendo in settimana quella contro la Sampdoria, e devo ammettere che c’era più di qualche “linea di preoccupazione”: le sconfitte contro Empoli e Parma non facevano altro che confermare l’impressione di una squadra che sa giocare molto meglio con le squadre più impegnative che negli scontri diretti.

Probabilmente è più una questione tecnica, perché la squadra di Maran (gran lavoro il suo finora) ha questa tendenza a giocare a due tocchi, tenere molto la palla, giocare in maniera rapida e fluida, cosa che ti riesce meglio quando il tuo avversario prova ad aggredirti più alto invece che aspettarti.

Anche se la fonte di maggiore preoccupazione era la qualità e la quantità del pressing rossoblu: anche in questo fondamentale fa invidia a molte squadre di Serie A.

La vittoria dell’Inter, pienamente legittimata da quanto visto in campo, ci dice che i nerazzurri stanno crescendo sotto molti punti di vista, benché la partita sia stata condizionata da una (fino a quel momento imprevedibile) sofferenza per parte del secondo tempo.

Questa contro il Cagliari, ribadiamo avversario più complesso di quel che si possa credere, è una partita che offre molti spunti e lascia tante tracce positive in un momento della stagione in cui ce n’è bisogno.

Dopo la sconfitta contro il Sassuolo e la piccola sbandata contro il Torino, la squadra di Spalletti ha soprattutto registrato meglio le distanze (sì, anche contro il Parma), sistemando la voce “difesa” che è, come sempre, il risultato di tutto il meccanismo dell’equilibrio di squadra, che parte dagli attaccanti così come ci ricorda Spalletti in conferenza post partita: questa squadra non può permettersi due giocatori “sopra palla”. E in realtà ormai non può concederseli più nessuno o quasi.

Si perdono un po’ durante la partita, soprattutto con Miranda in campo, ma alla fine le distanze risultano decisamente migliori che all’inizio della stagione e la tenuta complessiva è migliorata: 3 gol nelle ultime 6 partite, contro avversari decisamente più impegnativi che nelle prime due, in cui l’Inter ne ha subiti altrettanti, è un segnale decisamente confortante.

Altri tre, però, sono gli aspetti più positivi di questa partita.

Il primo, e forse più importante, è che la formazione di ieri si poteva serenamente dire “da turnover”, piena di cosiddette riserve che però non hanno affatto sfigurato.

Non hanno il valore complessivo di quella che è potenzialmente la squadra titolare, però il valore non è sceso drasticamente come accadeva fino a pochi mesi fa: si può dire, insomma, concluso quel percorso di depauperamento del valore tecnico della squadra cominciato con la voglia di cedere da parte di Moratti, che ha portato questa squadra a ritrovarsi in serie difficoltà e a ritrovarsi con 11 improponibili.

Si tratta di uno dei miei mantra più ripetuti nel corso delle ultime due stagioni, ma fa bene ricordare cosa eravamo fino a 5 anni fa appena:

5 Maggio 2013, Napoli-Inter:
Handanovic, Chivu, Ranocchia, Juan Jesus, Jonathan, Pereira, Benassi, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez e subentravano Schelotto, Pasa e Cambiasso.

12 Maggio 2013, Genoa-Inter:
Handanovic, Ranocchia, Cambiasso, Pasa, Schelotto, Nagatomo, Kuzmanovic, Kovacic, Guarin, Alvarez, Rocchi e subentravano Cassano, Benassi e Spendlhofer.

19 Maggio 2013, Inter-Udinese:
Handanovic, Juan Jesus, Cambiasso, Pasa, Nagatomo, Pereira, Kovacic, Kuzmanovic, Guarin, Alvarez, Rocchi e Subentravano Palacio, Schelotto e Benassi.

Non che questa squadra sia fatta e finita, perché ovviamente può migliorare e dovrà farlo se vuole e vorrà puntare a traguardi più ambiziosi: rimane, però, la piacevole sensazione di affidabilità complessiva al di là poi degli aspetti più squisitamente tecnici e tattici.

Cosa sarebbe, però, la disponibilità di uomini se questa ti costringesse a snaturarti pur di far rifiatare qualcuno o, comunque, concetto più adeguato, ruotare gli uomini per metterli tutti in condizione?

Potrebbe persino essere un problema, ma in questo caso non lo è, perché il secondo aspetto positivo è di una squadra che rimane sé stessa anche con 6/11esimi di formazione cambiata.

Chiaro che Dalbert non è Asamoah, pacifico che Lautaro non sia Icardi e non c’è dubbio che Borja Valero e Brozovic giochino in maniera diversa, ma l’Inter riesce a rimanere l’Inter di Spalletti, compresi alcuni aspetti negativi che presto o tardi dovranno essere risolti.

E qui si innesta il terzo aspetto positivo, che forse è anche quello più importante sotto certi punti di vista.

Spalletti ha mostrato di tenerci moltissimo a questa filosofia di gioco, al punto da chiedere sempre alla squadra una costruzione dal basso, di impostare la partita sempre in un determinato modo.

Non è “monotonia”, come qualcuno può pensare, o mancanza di idee.

Il confine tra rigidità e identità è davvero molto sottile, e in alcuni casi ci si è soffermati troppo sulla prima. Solo che non è questo il caso.

La terza notizia è quindi che Spalletti ha avuto il coraggio di un turnover decisamente più spinto di quel che ci si aspettasse, anche con scelte che hanno sorpreso.

I tre aspetti ci dicono che la rosa è più che buona, così come le idee del tecnico e nella voglia dei calciatori di assecondarle.

Quest’ultimo sarebbe anche il quarto aspetto importante, mentalmente quello che può contare di più a lungo termine: la squadra è con Spalletti.

Dopo un inizio campionato maluccio e con alcuni momenti di incomprensione (su tutti con Candreva e Keita), con la necessità di dover panchinare uno peso massimo come Miranda, la possibilità di scivolare verso l’anarchia, primo passo che conduce agli ammutinamenti che ben conosciamo, era più che concreta, almeno nelle paure dei tifosi interisti.

Benché la stagione sia ancora lunga e la partita col PSV crocevia diventato apicale in questa fase, si può dire che l’Inter rema tutta insieme verso un obiettivo comune: tiriamo un gran sospiro di sollievo.

Certo, poi ci sono anche gli aspetti negativi, come quelli che si ripetono costantemente a prescindere dagli uomini, come il solito difetto di perdere palloni in maniera banale: paradossale ma è successo più con i “titolari” Brozovic/Vecino che non con i due centrocampisti che hanno cominciato la partita.

Ho letto in giro qualche preoccupazione di troppo sui crampi e sulla fatica, ma su questo non c’è da soffermarsi molto. I crampi sono dovuti a una molteplicità di fattori e poco o niente c’entra la forma fisica: anzitutto è un problema di sali minerali ma, nel caso in cui l’ingrediente principale sia la fatica, questa è dovuta più all’abitudine del gesto che non alla forma fisica in sé.

Ricordate Mourinho? I suoi allenamenti sono in gran parte costituiti da “giochi” che simulano i movimenti durante la partita, mentre la maggior parte degli allenatori si affida a una preparazione più basata sull’alternanza di lavoro aerobico (soprattutto corsa), potenziamento, esercizio fisico e poi lavori sulle ripetute per guadagnare rapidità.

Non so quale sia la preparazione di Spalletti, però l’impressione è che somigli più alla tradizionale che non quella portata alla ribalta dall’allenatore portoghese. Pertanto la soluzione a questi “problemi fisici” è solo una: devono giocare più spesso.

La manovra in certi casi è apparsa troppo lenta, ma la ragione principale è costituita dal centrocampo a rombo del Cagliari di Maran: imbottigliando l’Inter al centro, i nerazzurri sono stati costretti a far defluire l’azione sugli esterni, ma solo dopo avere in qualche modo provato a innescare i tre alle spalle di Lautaro, nonché Lautaro stesso.

Il risultato è di una manovra che non sempre ha avuto quella brillantezza necessaria per emergere: dopo il gol segnato è andata meglio, anche perché il Cagliari ha dovuto alzare il baricentro, lasciando più campo ai nerazzurri.

sostieni ilmalpensante.com

Per chiudere, a livello di uomini ci sarà da parlarne tanto quando pubblicheremo le pagelle nel pomeriggio… nonostante sia una giornata di sport intensissima. Individualmente ci sono state moltissime indicazioni, soprattutto positive, e analizzeremo calciatore per calciatore, con numeri, video e statistiche, la prestazione contro il Cagliari.

La volete l’ultima considerazione positiva? Fino all’anno scorso, l’Inter avrebbe rischiato di perdere o pareggiare partite così, soprattutto dopo quella specie di black out del secondo tempo.

I sogni di gloria, comunque, devono attendere.

In un campionato normale, la casualità dei risultati, la normale dinamica di una stagione, gli infortuni, le espulsioni, la forma fisica, la pluralità degli impegni e tutto quello che rende speciale un campionato, potrebbe portare una squadra come l’Inter anche a coltivare una pur flebile speranza di una fortuna inattesa e insperata.

Non in Italia, non dopo queste prime giornate a livelli di pre-calciopoli: l’ennesimo teatrino nella sfida tra Juventus e Napoli, in cui parlare di due metri e due misure è persino riduttivo: sono due regolamenti a parte.

Lo diceva anche il commentatore inglese, è un problema di regole: se io calciatore vedo che quello è il tuo metro, mi adeguo al tuo metro senza attendermi che ne userai un altro con me.

Solo che questo succede sempre, ed è il vero marziano delle ultime stagioni.

Loading Disqus Comments ...