PSV-Inter 1-2: prove e indizi di grande squadra

Introduzione

Il vecchio adagio dei gialli di Agatha Christie faceva più o meno così: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

E se quattro fanno una certezza, quando diventano cinque di cosa si può parlare?

Con una squadra normale, un ambiente normale, un contesto che non ha nel DNA l’improvviso stravolgimento di regole, certezze, direzioni etc…, potremmo parlare di verità conclamata e consolidata.

Ma l’Inter è l’Inter e ti lascia sempre quel quid di insicurezza che ti fa dire “aspettiamo un attimo prima di emettere sentenze”, anche se poi quest’attimo te lo porti fino al prossimo mercato estivo.

Lo dici tu, attenzione, tu-tifoso, ma non è un’idea campata per aria se è vero che a fine partita anche l’attuale allenatore dell’Inter, Luciano Spalletti, sposa la tesi dell’attendere un attimo e non mollare mai mentalmente:

La certezza consolidata, quella che ti arriva alla quinta prova consecutiva (Tottenham, Sampdoria, Fiorentina, Cagliari e PSV, sono cinque vittorie di fila) è che l’Inter, dopo la sbandata iniziale, non solo si è rimessa in carreggiata e ha ripreso la retta via, ma procede di buon passo e, soprattutto, mostra miglioramenti consistenti sotto tutti i punti di vista.

Ma tutti tutti, nessuno escluso, anche se sembra necessario sottolineare di più la tenuta mentale: è già successo nelle partite precedenti a questa, ma l’Inter di oggi sembra proprio saper soffrire, avere la capacità di reggere l’urto.

Uno degli aspetti più importanti delle squadre di successo, quale che sia la soglia di questo successo, è di sapere accettare i momenti di superiorità dell’avversario, sapersi difendere e rinsaldare tutti insieme vero l’obiettivo finale, verso la vittoria.

 

La partita contro il PSV ci ha raccontato anche questo aspetto, tra gli altri, come vedremo.

Una sofferenza che arriva dopo 50 minuti di superiorità indiscutibile, di partita giocata con grande piglio, fuori casa, contro una squadra che sarà anche giovanissima ma è dotata di un potenziale enorme, di spessore, soprattutto da metà campo in su con riflettori soprattutto su due prestazioni, quella di Rosario e di Bergwijn, entrambi già pronti per il grande salto assieme a quello che lo era già da tempo, Lozano.

L’Inter l’ha vinta con l’arma che Spalletti ha ormai affilato per bene dopo molti mesi: questa squadra rimane la sua squadra indipendentemente da chi c’è in campo e dall’avversario, con l’intento sempre di giocare la palla, di tenere il possesso e costruire il proprio gioco.

Magari contro le due big del campionato e contro il Barcellona sarà fisiologico vedere qualcosa di diverso, ma al momento gli step di crescita anche su questo punto di vista ci sono e sono tanti.

E l’Inter li mette tutti in mostra in una vittoria pesantissima: per l’osmio aspettiamo altre vittorie, ma questa ha un peso specifico enorme per il prosieguo della stagione, e non parlo solo di punti e di qualificazione, ma soprattutto di testa.

Lo fa contro quella che è, senza dubbio, la miglior squadra olandese… e, no, non fate ironie sulla difficoltà dei campionati esteri perché in Italia stiamo alzando la testa da poco, dopo anni di imbarbarimento… imbattuto nelle ultime 23 partite in casa, con 20 vittorie all’attivo.

Insomma, di complicata era decisamente complicata: anche il Barcellona ha patito e se non fosse stato per le magie di Messi avrebbe faticato anche di più: ho visto da poco quella partita, in preparazione di questa, e il risultato finale è decisamente lontano da quanto visto in campo, con tre gol fatti dal 74esimo in poi, quando è venuto a mancare qualcosa a livello di esperienza e capacità di soffrire dettata dall’esperienza.

Perché con squadre così, impostate bene tatticamente, con un buon possesso palla e che basa molto del suo potenziale offensivo sulla rapidità dell’azione, è facile soffrire. Ed è facile che soffra chiunque, poco o molto, ma qualcosa presto o tardi concedi.

Solo che nel complesso l’Inter è stata superiore, nettamente, al PSV, con un possesso palla più insistito (60%-40% circa), con un primo tempo speso per più del 30% nella trequarti avversaria, con un baricentro decisamente più alto nel primo tempo più uno spezzone del secondo: le statistiche ci dicono di 24 tentativi a 12 (compresi i ribattuti) di cui da dentro l’area sono 15 a 7, 8 tiri nello specchio a 4.

L’Inter ha vinto perché ha meritato di vincere.

Rimane pacifico che, in vantaggio, si conceda qualcosa: d’altra parte questa è l’Inter, non il Barcellona o il City o il Real Madrid.

Ma è comunque una sofferenza relativa, quasi d’inerzia, spesso dovuta a errori individuali come ultimamente sta accadendo troppo e troppo di frequente, che nulla toglie a un primo tempo giocato con grande personalità e spessore, tante occasioni da rete e l’impressione che se fosse finito 0-2 non ci sarebbe stato granché da discutere per nessuno.

 

Purtroppo non è stato possibile analizzare prima gli avversari di Champions, ma uno degli articoli che avrei dovuto/voluto scrivere si basava su un concetto di fondo: un girone complicatissimo per le stesse ragioni per le quali il girone non era ostico e insormontabile.

La principale è che tutt’e tre le squadre tendono a giocare, a stare alte, a imporre un’idea di gioco, adattandosi relativamente poco all’avversario. Questo è un problema perché affronti comunque avversarie dotate di qualità (sì, anche questo PSV) e personalità (sì, anche i giovanissimi del PSV), ma al tempo stesso è quello che ti consente di approfittare dei loro difetti, esasperarli, o provare a eliminare i loro pregi.

L’Inter ha giocato anche su questi aspetti.

Ci sono delle cose da sistemare a livello tattico, soprattutto perché la presenza di Politano in campo è, certamente, una dote preziosissima in fase offensiva, ma in quella di non possesso si trasforma spesso in una assenza da colmare con continui accorgimenti da parte dei centrocampisti che finiscono per correre molto più del necessario.

 

 

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