#SPALINTER 1-2: (in)sano destino di soffrire

Introduzione

Dopo la partita contro il PSV avevo scritto di un nuovo esame, importante, per questa Inter appena emersa da 5 vittorie consecutive: del trittico di 6, la logica avrebbe voluto che questa contro la Spal era destinata ad essere la più semplice.

La logica malpensante segue altri percorsi e aveva indicato in questa partita uno scoglio duro, esame da superare per chiudere questo mini-ciclo fondamentale, che era necessario affrontare al meglio, uscirne col massimo possibile, perché porta dritti dritti all’altro mini-ciclo che vede in serie: Milan, Barcellona (fuori casa), Lazio, Genoa, Barcellona e Atalanta.

Poi, ammetto, la mia “curiosità” per questa Spal e per Leonardo Semplici arriva da lontano e, pian pianino, si è trasformata in ammirazione per l’organizzazione, l’abnegazione, la capacità di essere squadra.

Poi non si è salvata così facilmente né tranquillamente, però è rimasta in Serie A e oggi l’Inter ha dato al mondo la possibilità di vedere che in Italia si può giocare un calcio propositivo pur non avendo a disposizione grandi mezzi tecnici, si può giocare un calcio non per forza speculativo anche se sei destinato alle retrovie della Serie A.

Se in questo campionato ci fossero meno Scans-qualcosa e più Spal, se tanti allenatori avessero il coraggio di Semplici, ci vorrebbe davvero pochissimo per recuperare quel gap di fascino e piacevolezza che separa la Serie A dalla Premier League, al momento abissale.

Se un alieno arrivasse in Italia vedendo prima Udinese-Juventus e poi Spal-Inter si chiederebbe se le due partite rientrino o meno nel concetto di “stesso sport”.

L’impressione è che non lo siano, ma se lo diciamo è solo per assecondare la natura del sito che state leggendo e la sua vocazione.

E, no, non ho sbagliato quando ho detto che è stata l’Inter a dare la possibilità al mondo di vedere questa Spal. Non è solo una questione di telespettatori (Spal-Inter interessa all’estero più di Spal-Chievo), ma anche di “complicità”: se la “Ars et Labora” è stata questa piacevole sorpresa (per molti) di oggi è anche grazie alla compartecipazione dell’Inter, che non ha disputato una gran gara dal punto di vista tattico e fisico.

Ben prima di aspetti relativi a questa partita, però, la domanda sorge spontanea: quanto ha pesato la Champions League?

La risposta è lasciata a un goffo e sgraziato avverbio: enormemente.

Il “salto” dal punto di vista mentale è pazzesco, rischiano di saltare all’aria voglia, stimoli e motivazioni; dal punto di vista fisico è ancora più complicato, perché con gli stimoli giusti ogni gesto che fai risulta più semplice da compiere, mentre quando viene a mancare qualcosa dal punto di vista della determinazione fai fatica anche nelle cose più semplici.

Per non parlare poi dello sforzo in sé, dei trasferimenti, della fatica implicita di un incontro infrasettimanale in più, l’impossibilità di allenarsi per 5/6 giorni prima della partita ma dover concentrare tutto in un giorno e mezzo o giù di lì.

Inutile girarci attorno: questa squadra non deve essere pronta a questo genere di situazioni solo dal punto di vista numerico. Fisicamente e mentalmente è qualcosa che ci si abitua a gestire solo con l’abitudine, solo con la routine: è una pressione che ci auguriamo tutti di affrontare e saper gestire, perché significherà essere cresciuti e avere capito che questa Inter può e deve rimanere soltanto nei piani nobili della Serie A.

Questa contro la Spal è una di quelle partite in cui grandissima parte si gioca e si decide sui duelli individuali, una di quelle che mentre la guardi ti chiedi “come la sistemeresti?” senza trovare grandi risposte.

La squadra ferrarese si è disposta con un 3-5-2 capace di adattarsi anche alle situazioni di campo, con la strategia di Semplici piuttosto chiara: aspettare la prima uscita dell’Inter (in realtà dovremmo parlare di “primo passaggio”) e aggredire a tutti i costi su quella prima ricezione, al massimo sulla seconda, impedendo all’Inter un possesso palla facile e una risalita ragionata come al suo solito.

Questo tipo di aggressione ha visto anche situazioni limite, come quelle di Lazzari e Fares, chiamati a stare bassi e poi magari dover compiere uno scatto da centometrista per quei 20/30 metri di campo necessari per accorciare sul terzino nerazzurro.

In caso di fallimento, creare raddoppi ovunque in mezzo al campo, ma dopo avere atteso l’Inter: aggredirla con foga e ripartire rapidamente, risalendo il campo cercando subito uno dei due attaccanti, soprattutto Petagna in versione “omino Michelin” per le dimensioni, ma con la proverbiale capacità di tenere palla e aiutare la squadra in questo schema tattico.

In mancanza dell’opportunità di questa risalita rapida, la Spal non ha mai rinunciato a giocare palla a terra, mai rinunciato al proprio possesso, invitando l’Inter a uscire in pressing per poi colpirla con rapidità: non è un caso che nell’ultimo terzo di campo (quello nerazzurro) si è rimasti per meno del 19% del tempo, mentre in quello della Spal per oltre il 30%.

Nonostante i numeri, però, nessuno oserebbe dire che c’è stato un predominio territoriale dell’Inter: dato che non ho intenzione di farlo neanche io, possiamo dire che i numeri, talvolta, sanno essere bugiardi come i galli.

Ad un certo punto del primo tempo ho pensato che la Spal non potesse durare così per 90 minuti. E in effetti non sono riusciti a imporre quel ritmo per tutta l’ora e mezza necessaria, ma solo perché il gol di Icardi ha avuto il classico effetto di “taglia gambe”, capace di togliere fiducia, convinzione e gran parte dello spirito agonistico.

La tattica di Semplici è stata davvero ben architettata e congegnata ma va detto che senza l’applicazione feroce dei calciatori sarebbe stata suicida: un atteggiamento che spesso ha tracimato in eccessi non puniti da Maresca, tanto che la partita si è chiusa con la Spal ad appena 13 falli fatti, l’Inter a 21, nonostante il fioretto usato dai nerazzurri e il martello da guerra adoperato dai ferraresi.

(continua a pagina 2)

 

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