#BarcellonaInter 2-0: la spietata franchezza della verità

Prima parte: tra illusione e verità

“Ve la siete sudata, ve la siete guadagnata in nove mesi di duro lavoro e con tanto sacrificio personale: questa è la partita più bella del girone, forse non la più importante, ma la più bella. Ve la meritate, andate e godetevela, è vostra.”

Quando ho letto le formazioni di Barcellona-Inter ho pensato subito che dietro le scelte di Spalletti ci fosse poco di tattico e molto, moltissimo dal punto di vista della psicologia e del tentativo di approfondire il legame e l’empatia con i calciatori. Togli Asamoah (l’alternativa sarebbe stata Dalbert), Cancelo e Rafinha e trovi la stessa formazione dell’anno scorso.

Probabilmente è anche l’unico modo per giustificare alcune scelte, anche se tatticamente ci torneremo e proveremo a darne anche una motivazione di questo genere.

Ma stiamo imparando a conoscere un’altra versione di Spalletti rispetto a quella vista fino a un paio di anni fa: .se dovessi metterci su 100 lire, scommetterei sulla riconoscenza e sul messaggio alla squadra.

La formazione schierata in campo si motiva anche dalla leggerezza (nella sua derivazione calviniana) di spirito con cui si poteva affrontare una partita del genere, a maggior ragione dopo la splendida notizia dl suicidio del Tottenham contro il PSV: un 2-2 che spalanca ai nerazzurri le porte della qualificazione alle fasi finali, anche se ammetto che rimane quella (fisiologica) tensione data dal fatto che il Tottenham giocherà l’ultima partita contro un Barcellona in ciabatte.

 

Anche l’Inter potrebbe trovare un PSV in ciabatte, intendiamoci: ed è cosa che mi preoccupa ancora di più della prima. Ma sono valutazioni che faremo in seguito.

Dicevamo di una mossa psicologica consentita anzitutto dalla durezza dell’ostacolo: il Barcellona non perdeva in casa da 34 partite (14 mesi circa) e, considerando solo la Champions League, per ritrovare l’ultima sconfitta devi tornare al 2013, a opera del Bayern di Monaco.

Quale che sia il tuo nome, la tua rosa e la tua caratura, passi dal Camp Nou ed è facile che perdi, anche e soprattutto in Champions League: 25 vittorie e 2 pareggi la striscia positiva.

Per una squadra che è reduce da una assenza dalla Champions League lunga anni e anni, la cui formazione titolare totalizza presenze in Champions di poco superiori a uno qualunque dei titolari più… titolati, entrare al Camp Nou può essere una sensazione al tempo stesso inebriante e terrificante.

E sono entrambe vere perché c’era e c’è una consapevolezza: sommando tutti i fattori in gioco, le chance di uscire indenni da Barcellona erano praticamente ridotti allo zero.

 

Questa prospettiva può darti quel qualcosa in più che ti consente di giocare, magari, la partita della vita, liberandoti gamba e testa (anche metaforiche) da ogni peso superfluo. Oppure, come è probabilmente accaduto, può gravarti sulle stesse parti fisiche (in questo caso molto più fisiche) con un insopportabile peso.

Con questa mossa psicologica, forse, Spalletti avrà voluto anche spingere più dal lato emotivo, nel tentativo di liberare dal peso: “è una mia gioia e devo godermela” avrà pensato nella speranza che l’immisurabile distanza di questi anni tra Inter e grandi palcoscenici trasformasse un po’ i calciatori in una sorta di Gollum gelosissimi della propria prestazione.

L’Inter del primo tempo al Camp Nou, invece, è stata letteralmente schiacciata, dal Barcellona anzitutto, ma il peso più importante è stato quello emotivo.

Ci sta, era, è e deve restare comprensibile.

Il primo tempo dell’Inter è giocato tutto su questo filo conduttore, con un Barcellona assoluto padrone del campo e l’Inter che non riesce a “pulire la palla”, come dice spesso Spalletti.

 

Non che l’atteggiamento iniziale fosse sbagliato, anzi: squadra cortissima quella nerazzurra, difesa davvero molto alta rispetto agli standard (con Miranda in campo) e anche una discreta aggressività in fase di pressing. Tanto che, dopo dieci minuti, mi lascio andare a un commento social ottimista:

Da quel commento alla scelta del silenzio sono passati 3 minuti, forse quattro. Facciamola abbondante e diciamo 5? Facciamo 5, ma è proprio dopo il quarto d’ora che l’Inter comprende appieno tutta la distanza che la separa dalle grandi d’Europa.

E la verità a volte è così, spietata, franca come poche cose nella vita: quando ti arriva dentro con questa inesorabilità ha anche il potere, terrificante, di fermarti.

L’Inter si è fermata dopo 15 minuti e il Barcellona ha preso campo, inesorabilmente come la verità.

 

Questo non le ha consentito di creare occasioni a profusione come avveniva nel più recente passato, ma va anche detto che ha creato tanto nonostante un Coutinho in versione (molto più che) ridotta e l’assenza del suo fuoriclasse di punta, Lionel Messi, quello che da solo riesce a creare il 70% delle azioni offensive blaugrana.

Si può dire senza abbandonarsi all’eccesso di partigianeria: l’Inter non è stata presa a pallate, non c’è stato il tanto atteso bombardamento e le parate di Handanovic, che ci sono state, solo in un paio di occasioni sono state davvero decisive.

Considerazione che va al di là del dato statistico in sé sui tiri in porta: concedere un tot al Barcellona, in casa, è d’ordinanza per chiunque.

Per l’Inter il problema è stato soprattutto il controllo della palla, la difficoltà enorme nel gestire il pallone: tanti, tantissimi, troppi gli errori in fase di impostazione, e sulla propria trequarti, per pensare di coltivarsi quella manciata di chance.

Due le ragioni.

La prima è da ascrivere al pressing del Barcellona, uomo su uomo, difesa molto alta e spazi ridotti allo zero assoluto: è caratteristica blaugrana ormai da tempo e alla quale anche Valverde, dopo una certa iniziale resistenza, ha dovuto assecondare perché amplifica le qualità dei singoli.

 

La seconda è da attribuire ai timori individuali dell’Inter: quasi nessuno ha preso qualche rischio in più nel primo tempo, soprattutto in quella fase di primo possesso in cui sarebbe necessario avere coraggio, darla di prima, far saltare la pressione blaugrana per aprire poi il passaggio verso l’uno contro uno sulla loro trequarti.

L’ideale sarebbe stato farlo in fase di transizione, necessariamente bassa per via dell’insistito possesso palla avversario: nei primi secondi dopo la perdita del possesso c’è sempre l’accentuarsi del pressing, perché la contro-transizione è l’arma migliore che ha il Barcellona per far male all’avversario.

All’Inter non è quasi mai riuscito nel primo tempo.

In questo contesto è risultato difficile giocare a calcio (non dico il “proprio calcio”) per una squadra che solitamente si attesta tra l’85% e il 90% di precisione nei passaggi: il 75% di ieri è emblematico delle difficoltà generali.

(continua nella seconda parte)

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