#LazioInter 0-3: ma tu guarda che #Inter!

Le mosse a sorpresa di Spalleti

Ammettiamolo, almeno tra noi che tifiamo Inter. Dopo la partita contro il Barcellona, dopo un 2-0 raccontato con qualche pacca sulla spalla in stile “dai, non potevi fare di più”, dopo quel “poverini, però non hanno preso valanghe di gol” per il quale giustamente Spalletti s’è inalberato, il rischio più grande era quello di vedere un’Inter dimessa e improvvisamente priva di convinzione e consapevolezza.

Il rischio più grande era, quindi, quello di andare a Roma e, lì sì, prendere un’imbarcata di quelle dalle quali non ci si sveglia più facilmente, almeno non nell’ambiente nerazzurro in cui si aprono spaventosi Maelstrom non appena c’è una mezza crepa nelle certezze della squadra. L’Inter e l’implosione improvvisa, storia di un amore molesto.

(per chi se lo fosse perso, l’approfondimento malpensante sulla possibilità che Marotta approdi all’Inter)

 

 

Forse, lo dico sottovoce, va anche ringraziato il Real Madrid, capace di farsi prendere a sberle dai blaugrana e subire una delle sconfitte più brucianti della storia del Clásico proprio pochi giorni dopo la sfida con l’Inter: magari è rimasta la consapevolezza di essersela giocata più ad armi pari di quanto non sia stato raccontato, di averla tenuta aperta contro una formazione più forte di quel che si è detto, più matura e sulla quale si stanno vedendo finalmente i frutti di un lavoro lungo e impegnativo di Valverde, che tra l’altro qui abbiamo raccontato in almeno un paio di occasioni.

Evidentemente nella squadra di Spalletti c’è più consapevolezza di quanto non sapessimo, o non sperassimo, noi che viviamo l’Inter da questo lato della barricata.

Consapevolezza e brillantezza fisica, perché quello che mi ha colpito di più di questa partita è stata la capacità di rispondere colpo su colpo sullo stesso terreno di caccia della Lazio, sulla rapidità, ponendo l’accento su aspetti fisici importanti: corsa, contrasti, resistenza, lotta sulle cosiddette “palle 50/50” che spesso sono state uno dei punti deboli di questa squadra.

Qui lo abbiamo raccontato ad inizio campionato, quando le cose non sembravano girare: per struttura fisica, e verosimilmente anche per scelte dell’allenatore, questa squadra ha bisogno di carburare, ed era considerazione che si basava anche su quello che abbiamo visto l’anno scorso, non era certo un tentativo maldestro di “giustificare” quello che era un periodo apparentemente no.

Ma avevamo raccontato che avremmo visto l’Inter da ottobre in poi: così è stato, così è.

 

La risposta arriva contro un avversario credibile, di ottimo livello, in casa sua. Un avversario che aveva reagito benissimo alle due mazzate prese nel derby e contro l’Eintracht, rispolverando (con Fiorentina, Parma e Olympique di Marsiglia) anche un gioco convincente e una gran condizione fisica.

Spalletti, però, la vince perché la sua squadra sta meglio, perché nel complesso l’Inter è una squadra migliore della Lazio, perché fa le mosse giuste anche quelle meno attese.

La prima, in ordine “cronologico di visione” è quella di lasciare in panchina De Vrij. Probabilmente una mossa psicologica per non mettere il calciatore nelle condizioni di essere subissato continuamente dai fischi dello stadio.

Il calciatore olandese, beninteso, è un gran professionista, come ha dimostrato con prestazioni eccellenti (compreso quel Lazio-Inter, ultima della stagione scorsa) quando aveva già firmato con i nerazzurri: chiaramente avrebbe giocato da par suo. Ma Spalletti credo gli abbia voluto risparmiare anche il più piccolo rischio di contraccolpo psicologico e, nel frattempo, si tiene in caldo Miranda che sarà utile durante tutto l’arco della stagione.

 

Due piccioni con una fava: chi rimprovera la scelta a Spalletti evidentemente ha poca lungimiranza come “gestione dello spogliatoio”.

Ma quello che ha davvero stupito tutti, ma tutti tutti, è la presenza di Joao Mario in campo.

Che non è solo mettere Joao Mario: è anche dargli un ruolo diverso da quello che aveva ricoperto in precedenza. Non più trequartista ma interno di metà campo in un centrocampo che, non ha motivo più di “modularlo”, è chiaramente a 3, con Brozovic regista. Non c’è dubbio alcuno stavolta (posizioni medie con possesso palla nerazzurro):

 

L’Inter, quindi, si schiera con quel 4-3-3 che su queste pagine è stato raccontato come l’approdo naturale per questa squadra, per caratteristiche individuali e soprattutto per la propensione di Brozovic di essere fisiologicamente regista. Nell’articolo di approfondimento post derby ve lo avevamo già raccontato: è probabile che Spalletti userà questa soluzione soprattutto contro squadre che giocano con due interni.

Quindi se qualcuno vi dice che lo ha inventato ieri con la Lazio, voi sapete che vi sta raccontando una cosa non vera che noi possiamo certificare serenamente perché l’abbiamo raccontata più volte, soprattutto in questa stagione.

La partita, insomma, nasce sotto il terrore che Spalletti ne stia combinando una grossa grossa: alla fine, come spesso gli accade in nerazzurro, ha ragione lui e ci accodiamo tutti al coro “bravo” che è naturale indirizzargli.

Basterebbero i  primi due minuti a raccontare questa partita, perché sono programmatici di quello che è stato negli ultimi anni Lazio-Inter: ovvero due squadre che si affrontano a viso aperto e che, se possono, si légnano senza pudore e senza risparmiarsi nulla. Questa è l’undicesima senza pareggio:

 

Aggiungo che per trovare una partita senza reti si deve tornare indietro al 2005.

In due minuti ci sono almeno 4 ribaltamenti di campo e squadre che non hanno paura di affrontarsi.

Al tifoso interista bastano ne bastano un paio di più per diradare i dubbi: anche in questa conformazione, anche con Miranda a soffrire un po’ troppo Caicedo, anche con il desaparecido Joao Mario in campo, è un’Inter che funziona, ha personalità, c’è e gioca.

All’8°, il definitivo segnale che non sarà una partita normale: Joao Mario ruba un pallone sulla trequarti avversaria e si fionda in area avversaria, la palla a Perisic che crossa per Icardi che però non ci arriva.

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