#InterGenoa 5-0: e i piedi ben piantati per terra

Quasi da non crederci!

Certo che iniziare a scrivere un articolo che contiene la frase “piedi ben piantati per terra” pochi minuti dopo avere pubblicato il contenuto che vedete sopra su Facebook e Twitter potrebbe far pensare che chi scrive sul sito e sui social siano due persone diverse; nel caso fossero la stessa persona, che soffra di una forma “sportiva” di bipolarismo.

Detto che l’interista è bipolare per natura… ecco, si diventa tifosi bipolari proprio nel momento esatto in cui si decide (verbo non casuale) di tifare Inter… dicevamo, premesso questo, precisiamo che si tratta della stessa persona e che non soffre di quel particolare disturbo. Almeno non di quello, che io sappia. Dico.

In un momento in cui tutto gira come meglio non ci si poteva augurare, lasciarsi andare un po’ a della sana ironia fa anche bene proprio per riportare a galla le proporzioni di quello che siamo, da dove veniamo e dove dobbiamo arrivare. E soprattutto quando dobbiamo arrivarci, che non coincide con la stagione 2018/19.

Sui social, quindi, si scrive per boutade e, non appena si comincia a scrivere, subentra il tizio in giacca e cravatta che borbotta “boni, boni, state boni”.

Piedi ben piantati per terra.

Anche se il 5-0 dell’Inter contro il Genoa ha quelle caratteristiche tipiche di una partita che ti fa credere che davvero tutto è possibile, soprattutto se in accoppiata alla vittoria di lunedì contro la Lazio.

Ce le ha perché torna al gol Gagliardini, perché Dalbert è in campo e fa una partita più che positiva con pochissime sbavature, perché rientra Nainggolan (e segna), perché Lautaro soffre ma resta in campo col piglio del grande attaccante, perché c’è D’Ambrosio in giornata-scazzo ma non te ne accorgi neanche, perché ti accorgi che il Brozovic che gioca così non fa più notizia. E soprattutto perché Spalletti sembra avere riesumato, con successo, Joao Mario, MVP della partita.

Ma andiamo con ordine.

 

E vorrei cominciare dando merito a Luciano Spalletti.

È evidente che Luciano il nostro sta facendo un lavoro enorme anche e soprattutto dal punto di vista psicologico, in cui è arrivata chiara e forte il messaggio: nessuno è escluso, nessuno è fuori dai giochi. Tutti hanno il diritto di conquistarsi il… diritto di giocare.

Ci vuole disponibilità, sacrificio, allenamento: l’anno scorso l’Inter arrivò a Dicembre giocando praticamente sempre con gli stessi uomini, in parte per mancanza di alternative, in parte perché sembrava la strategia giusta per Spalletti. E a dicembre ci si arrivò con metà formazione fuori giri: da Perisic a Borja Valero, da Vecino a Candreva.

Non è solo questione di “abbondanza” quest’anno: perché Dalbert c’era anche l’anno scorso, eppure ieri era in campo a fare quella che probabilmente è stata anche la sua miglior partita, intesa nel senso globale di rendimento, come senso di affidabilità (7 palle recuperate più una infinità di duelli vinti, diverse uscite interessanti e tante cose positive!): siamo a 339 minuti, più di metà di quanto non racimolato nella scorsa stagione.

 

Questa squadra oggi mostra non solo i muscoli, che tanto sono stati decantati dai media prima del derby, mostra idee e solidità che funzionano: Lazio e Genoa sono state battute con due tattiche per certi tratti diverse tra loro, eppure l’interpretazione in campo è rimasta la stessa.

Col Genoa la difficoltà è stata più elevata di quello che il risultato lasci pensare, perché i genoani hanno corso tantissimo e ci hanno provato anche sul 3-0. Se pensiamo che tecnicamente si parla di partita finita già nel primo tempo, ritrovarsi 5/6 giocatori avversari sopra i 10km di corsa totale è sintomo che comunque non si sono arresi se non (davvero) sul 4 a 0.

Eppure, il concetto che emerge diffusamente soprattutto dai primi 45 minuti è che l’Inter ha preso a pallate il Genoa: tatticamente, fisicamente, mentalmente.

Se oggi questa squadra sta in campo con la stessa personalità, con qualità e con sostanza, a prescindere da avversario e dall’11 schierato, come fai a non parlare di Spalletti prima e sopra di tutto?

 

Quando abbiamo letto la formazione di Lazio-Inter è colata sulla schiena la fantomatica gocciolina di sudore freddo che ha intirizzito tutto il corpo con il terrore di decisioni che rischiavano di mandare tutto in malora.

Nel leggere quelle di Inter-Genoa, invece, la gocciolina è rimasta al suo posto, lasciando spazio alla fisiologica apprensione di chi almeno per un attimo si è posto il problema della sanità mentale di Spalletti: vuoi vedere che stavolta ha esagerato? D’altra parte uno tira la corda e non sa mica quando è destinata a spezzarsi, no?

No.

Spalletti lo sa benissimo, meglio di noi: durante la settimana ci si era effettivamente posti tutti il dubbio di chi dovesse giocare, avendo necessità di preparare anche la sfida contro il Barcellona.

La mia posizione era chiara: cambiarne 2/3 per garantirsi eventualmente i cambi durante la partita. I miei indiziati erano Vecino, Perisic e Asamoah, con il cambio D’Ambrosio-Vrsaljko che era piuttosto prevedibile.

 

Spalletti ci stupisce tutti e mette in campo Lautaro, Joao Mario bis, Dalbert, D’Ambrosio, Dalbert e Gagliardini.

Se 4/5 sembravano troppi, come pensarla dopo aver fatto il conto che aveva cambiato più di metà formazione? Sei uomini? Sei?

Senza Icardi quanto vale l’Inter?

Senza Nainggolan dove vuoi andare?

Domande legittime da parte di molti tifosi, alle quali erano arrivate risposte sprezzanti da moderni soloni della sapienza calcistica: la risposta del campo è inequivocabile.

 

Di questa prestazione sarebbe (sarà) facile evidenziare la prova mostruosa di Joao Mario, la consistenza di Gagliardini pur nelle legittime difficoltà di gioco in una partita dai ritmi folli, l’affidabilità di Dalbert o l’ennesima prestazione maiuscola di Brozovic, ma in questa sede, nella prima delle tre (da statuto) analisi malpensanti ci sono tre prestazioni che a mio avviso valgono più di tutti.

Quella di Borja Valero.

Vi chiederete “che ha fatto?” e io vi rispondo “niente di speciale”: è entrato in campo, però, con quel piglio e quella voglia che avevo sottolineato più volte a inizio campionato, quando di minuti ne giocava 5, evidenziando come già a quel tempo era un messaggio chiaro per i Candreva, i Keità, i Joao Mario: in campo ci si va con grande voglia e grandissimo professionismo.

Con esempi del genere si costruiscono i gruppi, che sono forse la componente più importante di una squadra, quale che sia l’attività (quindi non solo sport).

L’araldo di Spalletti ha nome spagnolo.

(continua a pagina 2)

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