#InterFrosinone 3-0: la fame giusta

Introduzione

Alzi la mano chi, chiusa la partita contro l’Atalanta, non ha avuto un brivido pensando ai corsi e ricorsi storici, di quelli a strettissimo giro, con quella rima lunga tra Frosinone e Pordenone, quel timore recondito (ma ancora troppo fresco sulla pelle) di una squadra che s’affloscia alla prima vera sconfitta.

E diciamocela tutta la verità: conoscendo l’ambiente nerazzurro, sapevamo tutti che potenzialmente era più pericolosa una partita contro il Frosinone che non contro la Juventus o la Roma, a maggior ragione se dopo la sosta e prima di una partita fondamentale come quella contro gli Spurs nel turno infrasettimanale di Champions League.

 

Una vittoria così netta, a maggior ragione se maturata nella maniera che proveremo a descrivere e con un arbitraggio da pre-Calciopoli, se non arriva a cancellare i dubbi residui sulla nuova dimensione di questa squadra, quantomeno lascia che si apra un sorriso speranzoso di fronte alle prossime quattro partite, un ciclo durissimo che non farà sconti a Spalletti & co.: Tottenham, Roma, Juventus e PSV decidono la stagione.

Potrà sembrare troppo netto, forse, ma la verità è tutta lì quelle tre parole che seguono la lista delle squadre da affrontare: decidono la stagione.

Non era un dramma quando si ipotizzava lo scenario che appariva più probabile poco dopo il responso dei sorteggi, ma per come si è messa la faccenda, uscire ai gironi sarebbe delittuoso; e per come si era messo il campionato dopo le prime due partite, ritrovarsi oggi con tanto vantaggio sulla Roma e con la speranza che Milan e Lazio giochino a farsi del male (vietato pareggiare!) fa scattare l’obbligo di affrontare i giallorossi e la Juventus con una consapevolezza in più: è vantaggio che non va assolutamente sprecato.

Queste alcune delle ragioni per cui la partita contro il Frosinone aveva contorni minacciosi, ben più della forza della squadra di Longo: aprire questo mini-ciclo col passo sbagliato avrebbe avuto effetti catastrofici a cascata.

Noi lo sappiamo bene.

 

Evidentemente lo sapeva bene anche Spalletti che decide di sposare la stessa idea applicata contro il Genoa e Cagliari (che avevano preceduto PSV e Barcellona), ovvero quella di mettere in campo gente motivata, da preferire a quella che magari avrebbe avuto bisogno di carburare un po’ dopo la sosta e prima della Champions League.

Il rischio, nel secondo caso e con il Frosinone come avversario, era di vedere questa partita come la classica “sgambata” prima del grande match, col timore anche di farsi male e tirare indietro la gamba: benedetta sia, tra le altre cose, la squalifica di Brozovic.

Insomma, alle necessità fisiche, Spalletti ha preferito le motivazioni e la fame: di vittoria, di posto in squadra, di rivalsa. Ovvero quel desiderio che ti fa giocare a certi livelli anche se di fronte hai squadre meno blasonate e impegnative.

Vanno lette sotto questa luce le prestazioni di Keita e Lautaro Martinez, ma anche quella di Gagliardini: a larghi tratti imprecisa e pasticciona, ma specchio di una voglia intatta, di una corsa costante, di quella giusta predisposizione mentale che fa ben sperare per il futuro.

 

Questa Inter ha bisogno di tutti gli arruolabili, tutti, nessuno escluso: giusto tenerli sulla corda.

Giusto anche in considerazione di un fatto importante: quest’anno la panchina dell’Inter conta qualcosa. L’anno scorso a fine ottobre, dopo la decima partita, scrivevo di una squadra che, vuoi per scelta, vuoi per necessità, vuoi per meno gare da disputare, era stata giocoforza “bloccata” su un 11 quasi cristallizzato nelle scelte con almeno 9 calciatori che dovevano giocare sempre.

Handanovic, Miranda, Perisic e Skriniar non erano stati mai sostituiti, a D’Ambrosio mancavano appena 5 minuti: seguivano Icardi, Borja Valero, Vecino e Candreva.

Quest’anno, con 3 partite in più, sono solo 3 i calciatori sopra i 900 minuti: Handanovic, Skriniar e Brozovic. A fine anno  scorso Skriniar, Handanovic, Icardi e Perisic sono andati abbondantemente oltre i 3mila minuti complessivi.

Non si usciva dal “cerchio magico”, che includeva Gagliardini e il “fratello disastro” di Brozovic: eccezion fatta per Cancelo (inserito in pianta stabile in seguito), rimanevano Dalbert, Eder, Karamoh, Santon, Nagatomo e Ranocchia come “seconde linee”: gennaio ha regalato Rafinha da inserire con cautela.

 

Oggi è diverso: se proviamo a escludere i primi 11 per presenze (in termini di minuti), quello che resta lascia in campo comunque una formazione più che dignitosa, a maggior ragione se li inserisci in un contesto di rotazioni in cui ne metti 2/3 alla volta: Miranda, Gagliardini, Borja Valero, Keita, Vrsaljko, Lautaro, Candreva e quei Joao Mario e Dalbert che sembrano essere decisamente più utili alla causa di quanto non fossero l’anno scorso.

In questa stagione sono già tre le partite in cui c’è una rotazione importante, Cagliari, Genoa e Frosinone, tutt’e tre vittoriose, tutt’e e tre prima di un incontro di Champions League, casistica in cui l’Inter ha vinto 4 partite su 5: la quinta si chiama Parma e in quel caso citofonare Manganiello.

Ultimi due dati aggiuntivi per dare maggiore profondità al concetto, Skriniar quest’anno è il calciatore più utilizzato dopo Handanovic: considerando solo il campionato, la proiezione su 38 partite dei suoi attuali 990 minuti lo collocherebbe al 5° posto della stagione scorsa tra i giocatori di movimento (portiere escluso, of course).

Infine, in questa stagione l’Inter ha mandato in gol 12 calciatori e non è ancora finito novembre: per arrivare a 12 abbiamo dovuto aspettare il 17 aprile, 33esima giornata, marcatore Cancelo.

 

Tutto questo rende partite come questa fondamentali nell’arco di tutta la stagione: anche perché presto o tardi qualche acciacco arriva sempre e averli già con la testa non solo nel progetto ma in campo è indispensabile.

Quella col Frosinone è stata partita che al tifoso interista ha regalato qualche apprensione di troppo: un primo tempo cominciato con un buon piglio, poi una non piacevole sofferenza nel trovare la via giusta per l’attacco, merito anche di un Frosinone che, finché ha retto il fisico, ha operato una pressione fatta bene nonostante la differenza di qualità tra le due squadre.

(En passant, il pressing del Frosinone è la cosa migliore che abbia fatto la squadra di Longo: Cravero su Dazn sproloquiava dell’esatto contrario.)

Il gol di Keita, così precoce, ha un merito (tra i tanti) e un demerito.

(continua nella seconda pagina)

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