Il racconto di #TottenhamInter 1-0

Introduzione

Il tifoso interista è, per natura, tendenzialmente ciclotimico. E quando dico “per natura” non ne faccio una questione di persone… è proprio l’Inter in sé a stimolare questa forma di disturbo bipolare.

A volte gli episodi sono così ravvicinati e di breve durata da lasciare spiazzati anche il tifoso stesso. Insomma, ci si diventa facilmente con partite come la famosa vinta a Kiev, come le storiche vittorie contro il Siena, ultimamente contro Lazio e Totttenham… senza escludere quello splendido 2-3 contro la Sampdoria ai tempi del Chino Recoba.

Insomma, se c’è qualcosa di sportivamente folle da poter fare, l’Inter e l’interista lo fa di gusto. Nel bene o nel male.

Avete notato? Sì? Mi fermo, però, agli episodi positivi perché il pendolo della mia personale ciclotimia mi ha portato dall’essere correttamente “ingarrato” (nel senso di Garra Charrùa, claro) prima del match (avete letto la preview, sì?) al depresso post-partita in cui l’ha vinta un po’ troppo lo sconforto, mentre stamattina, rivedendola, mi trovo chiaramente in una fase di transizione (le gestisco meglio del Nainggolan di ieri) verso l’ipomania.

 

Qui la fase di depressione che proverò a spiegare:

C’è anche un profondo “perché” a questa considerazione, in realtà almeno un paio. La prima nasce giorno 6 novembre 2018, ed erano da poco passate le 22:45 quando appare in lontananza un incubo vero e proprio sotto le spoglie di Harry Kane: il gol del 2-1 del Tottenham contro il PSV si traduce, per chi aveva già fatto i conti (presente), nella considerazione che la Dea bendata ci aveva visto di nuovo benissimo e aveva predisposto il tappeto rosso verso il tipo di eliminazione più bruciante.

Non quella per un punto appena in classifica, non quella dovuta agli scontri diretti, non quella per aver segnato un gol in meno sempre negli scontri diretti: semplicemente perché al 53esimo dell’andata, sempre lui, Christian Eriksen, ci aveva messo lo zampino portandole lo stesso tappeto rosso di cui sopra.

L’eliminazione per aver segnato un gol in meno fuori casa o, se preferite, averne subito uno in più in una partita in casa che da più parti (presente) è stata definita come la possibile svolta della stagione, l’interruttore giusto per una stagione quantomeno di soddisfazioni: infatti da quel momento l’Inter è apparsa altra cosa, positivamente irriconoscibile, bella e con la garra giusta.

Insomma, lo sconforto finale arriva a seguito di una (personale) riflessione sottesa, mai dipanata per intero, mai esposta a dovere come si fa con le paure più recondite.

 

A mente più serena e rivedendo il primo tempo, ovvero la faccia buia della luna-Inter inglese, l’impressione è che questa qualificazione sia ancora molto più in bilico di quello che pensa anche il più depresso dei ciclotimici interisti.

Tottenham-Inter parte con due sorprese: la prima è la formazione di Pochettino, che mette dentro “le Winks” (poveraccio, quante volte gliel’avranno fatta ‘sta battuta pessima?), Lucas e Lamela, spiazzando tutti i pronostici, compresi quelli fatti qui su questo sito. Fuori Eriksen, Son e Dier.

La seconda sorpresa ce la dà Spalletti, almeno è per me “sorpresa” la mancanza di… sorprese. Tutto esattamente come previsto, con Nainggolan in campo nonostante già nella scorsa partita aveva palesato limiti fisici, dovuta a una condizione che letteralmente non c’è vista l’impossibilità, fino a oggi, di allenarsi quantomeno sano con costanza: probabilmente è l’errore più grave di Spalletti… nella mia versione che si appresta all’ipomania è l’unico errore.

Nel caso di Pochettino le versioni sono due. Da una parte c’è chi pensa che la partita contro l’Arsenal sia reputata più importante, derby di Londra molto sentito, la squadra di Emery giusto 3 punti alle spalle: fosse così, Pochettino ha dato per scontata la vitoria, serbando i pezzi migliori per il finale di partita per cambiare ritmo e chiuderla nel finale.

 

Fosse così ci sarebbe della follia in quest’uomo.

Siccome non penso che Pochettino sia pazzo ma più probabilmente in giornata da “fenomeno” che vuole sorprendere tutti. Non me ne vogliano i sostenitori della prima tesi, ma i numeri della stagione mi danno ragione:

  • Lucas 1.319 minuti in stagione;
  • Winks 820 minuti;
  • Lamela 733 minuti;
  • Dier 1.064 minuti;
  • Eriksen 1.025 minuti;
  • Son 808 minuti;

2.872 minuti contro 2.897: appena 25 minuti di scarto tra il terzetto, una differenza individuale che è importante solo nel caso di Lucas, ovvero il titolare della partita di ieri: a dimostrazioe che, pur essendoci una certa, al di là dei minuti individuali chiara e inequivocabile, preferenza verso il terzetto dei subentrati, tutto sommato li ruota con parsimonia e equilibrio.

Sbagliano entrambi gli allenatori, perché Lamela è lontano e irriconoscibile parente del calciatore apprezzato a Roma, Lucas mette a disagio i nerazzurri ma si scontra, come sempre, con il suo atavico problema di essere spesso più bello e fumoso che concreto, Winks fa una buona partita e trova anche una traversa ma è chiaro che Dier è, in genere, altra cosa.

 

Per Spalletti, invece, sorpresa (ma mica tanto…) in negativo con Nainggolan che fa una partita disastrosa sotto molti punti di vista: il peggiore è quello della fase di non possesso in cui il belga è letteralmente travolto più o meno da chiunque gli si trovi a tiro.

A fine della sua partita il suo “score” parla di appena 14 passaggi di cui più di un terzo sbagliati, due duelli persi e uno vinto, nient’altro: l’emblema di una giornata fallimentare tout court.

Nonostante si giocasse in 10, l’Inter ha comunque tenuto dritta la barra, resistito a una condizione oggettiva in cui si è messa da sola con le proprie mani: in Champions League non puoi concedere un giocatore agli avversari.

Chi ha avuto la sfortuna di vederla alla Rai ha avuto l’impressione che si sia trattato di un assalto: su Sky il racconto ha più logicamente seguito il percorso reale della partita… ricordate cosa scrivo sempre? Che il calcio, così come tutto lo sport (ma non solo lo sport!) è anzitutto narrazione, è racconto, persino prima ancora che calcio giocato: il telespettatore è inevitabilmente influenzato da come viene raccontata la partita. E, se ve lo state chiedendo, lo è anche lo spettatore o chi si dedica alla partita con i soli suoni da stadio.

 

Avete presente che succede se improvvisamente tre/quattro persone si mettono a guardare in alto puntando il dito chissà dove? Che la quinta che passa di lì si metterà a guardare verso quel punto cercando qualcosa. Ecco, mi sono spiegato.

In questi casi è necessario distinguere causa da effetti, e viceversa.

L’Inter nel primo tempo non ha giocato di rimessa e non ha atteso il Tottenham: l’Inter ha semplicemente provato a rimanere sé stessa, ovvero una squadra che fa del possesso palla che parte dal basso la sua caratteristica distintiva.

(continua a pagina 2)

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